Intercettare i pellegrinaggi lungo la via micaelica con chiesette quali punti tappa

Sicuramente non è questa la ragione per cui sono sorte tante chiesette rupestri ai margini del Cammino per Monte Sant’Angelo, ma altrettanto sicuramente questa contiguità con la via di pellegrinaggio porta benefici, magari anche offerte da parte dei pellegrini, a tali edifici di culto
di Francesco Manfredi Selvaggi
Il culto di S. Michele, chiamato anche S. Angelo, vedi S. Angelo in Grotte, o l’Arcangelo, è il nome di battesimo di molti cittadini di Colle d’Anchise dato loro in omaggio all’arcangelo per antonomasia, è molto antico, precedente all’arrivo nella Penisola dei Longobardi i quali lo eleggeranno a loro patrono per la sua immagine guerriera, la spada con cui scaccia il demonio. La sede principale della sua adorazione è Monte Sant’Angelo sul Gargano. Sebbene la via Micaelica che qui conduce parta da molto lontano è nell’Italia centro-meridionale dove si intensifica la devozione verso questo Santo. Nella fascia mediana dello Stivale sorgono in numero cospicuo le chiese dedicate all’Angelo e ciò lo si può spiegare con la vicinanza con il Santuario garganico quasi che la prossimità produca una intensificazione della fede.
Il dato significativo è che il patrono della maggioranza dei comuni molisani o è S. Michele o è S. Nicola. A sollecitare il credo verso questa divinità è la presenza nel nostro territorio, il cui substrato geologico in larghi tratti è di tipo calcareo, di un numero elevato di cavità le quali richiamano l’immagine della grotta del promontorio pugliese. La sequenza, abbastanza fitta, di chiesette rupestri, secondo una leggenda popolare, segue la linea ideale della fuga di Lucifero inseguito da S. Michele il quale, ogni volta, volta per volta, in corrispondenza delle spelonche lo scaccia all’inferno da cui poi l’Angelo Ribelle, il demonio, riesce a riemergere fino allo sprofondamento definitivo negli inferi che avviene a Monte Sant’Angelo.
Senza voler sminuire il significato sacro della successione di chiese nella roccia è possibile ipotizzare che esse si candidano a punti tappa del Cammino Micaelico, quasi a voler intercettare il flusso di pellegrini diretti verso il Gargano e con loro una quota delle offerte destinate a richiedere miracoli all’Arcangelo. Seppure non toccate, anche nel caso che non siano toccate dai pellegrini durante il loro incedere verso la meta del viaggio le chiesette rupestri costituiscono dei “segni” della costante presenza di S. Michele lungo il percorso, una sorta di incoraggiamento per coloro che sono in cammino, utili stimoli per rinsaldare la devozione dando la spinta per completare il tragitto. È possibile distinguere vari tipi di chiesa nella roccia, del quale il più semplice è quello di Busso costituita solamente da un ambiente ipogeo con l’ingresso marcato da un portale nel cui fondo doveva esserci un altare; non è più un luogo di culto officiato e non si sa se essa era dedicata a S. Michele o a qualche altra divinità rupicola.
Un’altra tipologia è quella dell’edificio religioso con nessuna sua parete che si appoggia alla roccia, cioè interamente fuoriterra e, però, interamente sottoterra nel senso che esso, un’architettura del tutto compiuta, è collocato in un antro, assai alto e assai profondo, capace di contenerlo e ciò in località S. Michele, appunto, a Foce. La stragrande maggioranza delle chiesette cosiddette rupestri è tipologicamente formata da una porzione incassata nell’emergenza lapidea, ed è la porzione originaria del luogo di culto, per così dire la sua “ragione sociale”, e una porzione aggiunta in muratura come succede nel già citato S. Angelo in Grotte. Le proporzioni tra le due porzioni variano, è molto più grande quella che coincide con la cavità rocciosa, succede a Miranda e a Sassinoro, chiese entrambe intestate a S. Lucia, e il contrario a Rocchetta al Volturno nella chiesa della Madonna delle Grotte, quindi anch’essa come le due nominate precedentemente non intitolata a S. Michele.
Le grotte adottate a sedi di culto hanno generalmente sviluppo orizzontale pure se non sempre sono a livello, il loro piano, del piano di campagna. Ve ne sono alcune posizionate ad una quota inferiore della quota altimetrica cosiddetta “0”. Si tratta di cripta quando sono sottoposte, nel senso anche di subordinate, ad un fabbricato religioso che costituisce il corpo principale della struttura ecclesiastica, la cripta è il corpo secondario. Nelle cripte le pareti rocciose vengono mascherate per cui appaiono come vani regolari pure se sotterranei. Nella cappella sottoposta alla parrocchiale di Pietracupa l’accesso è separato da quello della chiesa vera e propria e ciò mette in dubbio che si tratti di una cripta. L’ingresso al sottosuolo della chiesa di S. Cristina a Sepino è in comune con il soprassuolo della stessa e solamente dopo aver varcato la soglia i flussi di fedeli si dividono, scendono giù i pellegrini per visitare lo spazio dedicato alla venerazione della Santa e rimangono su coloro che intendono partecipare ai riti liturgici ordinari, ciò per evitare commistioni e disturbo reciproco.
Le grotte, va detto per completezza di trattazione, non sono esclusivamente di natura naturale ma ve ne sono anche di natura artificiale quali quelle che, in miniatura, ripropongono la grotta di Lourdes in cui ci si imbatte pressoché ad ogni piè sospinto, pure negli spartitraffico (a via Mazzini a Campobasso ad esempio). A Larino la grotta allestita in modo che richiami quella francese, con la collocazione al suo interno della statua della Madonna Immacolata in scala 1:1 è a grandezza naturale, mentre non è naturale il contesto in quanto fiancheggiata da una arteria di comunicazione dalla fattura moderna con il rumore del traffico che non permette la meditazione sul Mistero Divino, l’ambientazione non è idonea per la preghiera la quale richiede il silenzio. Passando dal sacro al profano ci sono, poi, i “grottini” trasformati in pub ma è tutto un altro discorso.
Ph. F. Morgillo – Ingresso al santuario micaelico di S. Angelo in Grotte




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