Di pietra in pietra

Tra le formazioni rocciose della regione ce n’è una davvero particolare, il travertino da cui si ricava materiale lapideo di pregio. Vi è, comunque, nel Molise una varietà di rocce impiegate in edilizia anche dove meno te lo aspetti cioè nel calcestruzzo fatto com’è di cemento e di brecciolino
di Francesco Manfredi-Selvaggi
La pietra è estremamente diffusa nel nostro ambiente di vita anche quando non è visibile come succede nel cemento armato il quale contiene inerti lapidei. La pietra c’è anche quando la muratura è in laterizio in cui i mattoni sono tenuti insieme dalla calce la quale deriva dalla cottura del calcare ovvero della pietra calcarea. La pietra in una determinata zona del Molise, il comprensorio della Montagnola, la trovavi anche dove non te la saresti aspettata e infatti veniva utilizzata pure in copertura la quale è formata da uno strato di sfoglie di pietra dette licie; quello che si è appena fatto è solo un accenno unicamente perché c’è un solo caso, i comuni del gruppo montuoso in cui si trovano Macchiagodena, Carpinone, Castelpetroso e S. Maria del Molise caratterizzati dalla presenza dei tetti in licie, non, di certo, per lo scarso interesse di tale componente edilizio tradizionale. Parlare di materiale litico, un piccolo assaggio lo abbiamo dato perlappunto prima, è un argomento che dà spunto a molte considerazioni fra di loro estremamente differenziate perché, in definitiva, c’è pietra e pietra.
Prendi il travertino che si trova per quanto riguarda il Molise esclusivamente in una parte del territorio della provincia cosiddetta pentra, nel sottosuolo di Isernia e dell’alta valle del Volturno. I banchi di travertino si distinguono dal resto delle formazioni geologiche in relazione all’impiego in edilizia perché da essi si ricavano blocchi anche di consistenti dimensioni, ad esempio quelli con i quali venne realizzato il porticato per proteggere i pellegrini in visita all’abbazia di S. Vincenzo al Volturno ora allo stato di rudere, e con le facce perfettamente piane. Tale regolarità, l’ultima caratteristica indicata, delle superfici è conseguenza del processo di lavorazione mediante segagione delle “bancate” estratte dai “giacimenti”. La squadratura va insieme alla riduzione in conci di determinate, meglio predeterminate, pezzature anche di tipo lastriforme come si riscontra di frequente allorché si osservano le zoccolature di fabbricati contemporanei usualmente fatte di lastre di travertino ottenute tramite sfettatura dei massi.
La versatilità del travertino per molteplici usi dovuta alla sua intrinseca proprietà di essere sagomabile in formati differenti ne ha consentito l’impiego per pilastri con la base di sezione contenuta, vedi quelli all’interno dell’antico lavatoio di Isernia, i quali non si sarebbero potuti ottenere, sarebbe stato un complicato gioco di incastri, assemblando pezzetti di pietra di altra composizione mineralogica, ancor di più se di forma irregolare. Accostare i blocchetti di travertino è sicuramente più facile perché riducibili a taglie predefinite (a meno di voler tenere impegnati a lungo gli scalpellini per ricondurre a misure date la pietra calcarea che non può essere tagliata a filo di sega). I blocchi di travertino segati hanno facce rifinite, piane il che massimizza la superficie di contatto tra elemento e elemento le quali vengono a combaciare perfettamente fra loro; per tale caratteristica, specie se si tratta di sfaccettature non proprio lisce bensì rugose in modo da garantire che vi sia attrito tra i componenti della muratura o pilastratura, i blocchi, in particolare se di una certa grandezza (vi sono meno fughe così, cioè meno piani di slittamento), possono addirittura essere posati a secco.
Ciò rende se non reversibile la struttura, come fosse un oggetto smontabile, almeno recuperabili i singoli blocchi. Il caso limite, ma adesso non c’entra il travertino, sono le colonne (è da evidenziare che il masso travertino per il processo di sfettatura cui viene sottoposto è innaturale, anche se lo si fa, che diventi un cilindro) della Basilica di Altilia i cui rocchi sono tenuti insieme da connessioni metalliche delle quali è rimasta l’impronta nella pietra, ricomponibili una volta cadute giù mediante il metodo dell’anastilosi. Il travertino, che rimane la nostra pietra, è il caso di dirlo, di paragone, non è l’unica roccia da cui è possibile ricavare “pannelli” litici di grossa pezzatura con i bordi, che nel travertino si presentano naturalmente piatti senza bisogno di rifinirli con lo scalpello, lineari; è il caso dei fronti della chiesa di S. Maria della Strada dove la pietra utilizzata possiede una qualità che il travertino non ha, quella di poter essere intagliata per eseguire bassorilievi; il travertino, invece, se lo si intacca rischia di sfaldarsi.
L’arenaria o materia simile, le rocce tenere in generale, sono lavorabili superficialmente, la “pelle” dell’organismo architettonico, ai fini decorativi senza problemi come dimostra la ricchezza decorativa del portale gotico di S. Maria delle Fratte a S. Massimo e, però, sono soggette a corrosione nel tempo da parte degli agenti atmosferici per cui oggi alcuni dettagli della decorazione dell’arco ogivale di ingresso al luogo di culto sanmassimese sono poco distinguibili. Per tale propensione ad essere corrosa, l’arenaria nonostante sia il materiale da costruzione più utilizzato in alcune aree del Molise non viene esibita in facciata bensì ricoperta a scopo protettivo da intonaco per cui, giocoforza, dobbiamo rinunciare a godere del bel colore caldo di questa pietra.
La pietra arenacea si presta ad essere piuttosto che tagliata in maniera precisa sbozzata, un procedimento che si attua in cantiere, non direttamente in cava come per il travertino e a differenza che nella lavorazione di quest’ultimo rimane a terra, a volte reimpiegato nel riempimento delle murature a sacco, molto sfreddo. Per questa sua tendenza a, diciamo così, screpolarsi l’arenaria viene lasciata a vista esclusivamente nell’edilizia popolare ovvero povera, e non nelle architetture religiose e signorili per le quali vi è maggiore cura dell’aspetto estetico. Dati gli inverni lunghi e rigidi delle nostre parti l’arenaria non è sfruttabile per le pavimentazioni urbane in quanto la pioggia e il gelo oltre che il carico cui verrebbe sottoposta per il passaggio di auto e di bus la frammenterebbero. Nel basso Molise, ultima annotazione, prevale l’uso del mattone per l’edificazione essendo scarsa in loco la pietra la quale, al contrario, è abbondante nelle zone interne della regione.
Ph. F. Morgillo Pavimentazione in pietra di un vicolo in un centro storico molisano






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