Non è detto che una città per essere importante debba essere grande

Campobasso si presenta come un agglomerato compatto circondato da un pulviscolo di abitazioni sparse dove abitano tantissime famiglie. La dimensione del nucleo urbano, per via della dispersione insediativa, dal punto di vista demografico sembra più piccola di quella che effettivamente è

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Le trasformazioni della città, qui come altrove in giro per l’Europa occidentale, sono state intense a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Esse sono state più sensibili proprio nei primi decenni post-bellici. Da noi, a Campobasso, la spinta non è stata data dalla necessità della Ricostruzione perché danni significativi non si erano verificati durante il conflitto, non siamo stati uno scenario di guerra.

La radicalità della modificazione dell’assetto urbano va piuttosto collegata all’altrettanto radicale fenomeno del boom economico esploso negli anni ’50. Al boom economico si è associato il boom edilizio con lo spuntare di tante “palazzine” nelle strade al contorno del centro cittadino. Queste sono frutto di iniziative private ma sicuramente è più significativa in termini quantitativi, di edifici realizzati, l’azione messa in campo dalla mano pubblica con la costruzione del Quartiere CEP il quale occupa la quota maggiore di superficie dell’espansione periferica. La sua comparsa nel panorama municipale fu dirompente nel senso che fino ad allora e, in verità, anche in seguito l’evoluzione urbanistica è avvenuta, tutto sommato, in maniera graduale e non in un colpo solo come è stato per il CEP. Pure i Piani di Zona Vazzieri, Colle dell’Orso e S. Giovanni de’ Gelsi non hanno avuto il medesimo impatto sulla scena urbana forse per il loro formare tre distinti episodi con ognuno di essi di dimensione inferiore a quella del CEP. Il Quartiere CEP è figlio di quella stagione di grande fermento nel campo delle case popolari conseguenza del varo del Piano Fanfani che non ha eguali nella storia della nazione. Esso si presenta come una sorta di newtown, sul modello delle città di fondazione, una tipologia di unità insediativa replicata tante volte in quel periodo lungo la Penisola, senza riscontri nell’Europa continentale, l’Inghilterra non è nel continente. La sua ricerca di separatezza dal resto dell’abitato è resa evidente dall’autonomia della rete viaria interna al quartiere rispetto alla maglia stradale principale della città, l’unica arteria in, per così dire, comune è via XXIV Maggio.

Le altre Zone di Edilizia Economica e Popolare, lo si ripete Vazzieri, S. Giovanni de’ Gelsi, Colle dell’Orso non sono raffigurabili, neanche in piccolo, quali città-satelliti bensì quali “colonie” fondate dalla “madrepatria”, la Campobasso preesistente, quasi che il processo di occupazione della campagna da parte delle lottizzazioni possa essere assimilato ad una colonizzazione dell’agro: il CEP, invece, ha l’ambizione ad essere un’entità indipendente nel contesto insediativo, non una emanazione coloniale della vecchia Campobasso. Colonia, è ovvio, in senso figurativo, non funzionale. Nell’excursus finora condotto abbiamo impiegato alcuni termini del gergo urbanistico, quartiere, newtown, città-satellite, e adesso per quanto si sta per dire ne occorrono altri due, città compatta e città diffusa. Il primo è riferito all’agglomerazione abitativa costituita da un edificato privo di soluzioni di continuità il che è la configurazione dell’insieme cittadino, è un insieme perché vi sono più quartieri, il secondo lo utilizziamo per parlare della polverizzazione architettonica che si registra al suo ritorno.

Al di là di ogni altra considerazione il giudizio che viene in mente ai più è che la disseminazione nel territorio rurale delle case va a detrimento dell’immagine della città la quale viene a sembrare meno grande demograficamente. In molti avvertono un sentimento di orgoglio per il posto in cui vivono tanto più esso è grande, non fosse altro che una città è preferibile a una cittadina perché ha una dotazione superiore di servizi. È evidente che si tratta di una sottospecie di campanilismo e noi lo prendiamo per tale nonostante che vi sia un qualcosa di condivisibile in questo modo di pensare, un fondo di verità. Un assetto insediativo serrato è preferibile ad una distribuzione sparsa degli edifici poiché la villettopoli, dovuta alla tendenza che si è affermata da qualche decennio in qua ad abitare isolati, equivale alla morte civile di un consorzio umano, porta con sé alla desertificazione dell’aggregato abitativo per la fuoriuscita dei suoi abitanti. Dal punto di vista percettivo lo sprawl rende nelle viste da distanza, mettiamo dal belvedere di Ferrazzano, la “capitale” del Molise meno grande e nel contempo non è che il paesaggio circostante ci guadagni punteggiato com’è di minimi corpi di fabbrica.

Il sindaco Gerardo Litterio, recentemente scomparso per cui non possiamo chiedergli la sua versione dei fatti, invitò il progettista dell’edificio di alzare di ulteriori piani il palazzo da erigersi che viene chiamato “il grattacielo” per modernizzare le sembianze del centro-città. Si arriva ad amare l’affollamento compreso il traffico caotico, si rinunzia alla familiarità con i luoghi pur di far acquistare alla città le fattezze di una realtà urbana di rango superiore come se la grandezza equivalesse a prosperità. Lo stesso PRG sovradimensionato è il frutto di una simile sensibilità e, però, a sua discolpa va precisato che è del 1952 quando già si preannunciava la rinascita dell’Italia per cui l’ampliamento del perimetro urbano ivi previsto è dettato dalla fiducia nel futuro, nelle “magnifiche sorti e progressive” del nostro Paese e della nostra terra. La compattezza mettiamo pure sia un valore non deve, comunque, andare a scapito di una adeguata dotazione di spazi liberi da destinare al verde, al gioco all’aperto, ecc. all’interno dell’ambito cittadino. In effetti, a Campobasso vi sono superfici, neanche tanto piccole, scoperte le quali non sono sfruttate ai fini predetti, spesso sono degli autentici “vuoti” perché privi di una qualsiasi destinazione d’uso, dei semplici terreni di risulta. Si prenda l’area tra via Roma e il Corso che è cava, un ampio “buco” dovuto ad un’imperfezione nel processo di saturazione edilizia.

Il Piano del Borgo Murattiano prevedeva la scansione del comparto predetto in “stecche” di fabbricati parallele fra loro inframezzate da strade secondarie, e invece l’edificazione non ha rispettato la pianificazione del Musenga riducendo il numero di tali schiere di edifici, da 3 a 2, le quali si sono attestate ai lati delle due strade principali, lo si ripete via Roma e il corso, che racchiudono gli isolati, lasciando in-edificata, adoperata quale sgombero o, piazzale, la parte centrale di essi.

(Ph. F. Morgillo – Piazza della Vittoria Campobasso)

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