La posizione sbagliata del Castello a Termoli

La sua ubicazione rivela che non è nato in funzione della protezione del porto in quanto è dal lato opposto della penisoletta in cui sta il Borgo Antico della cittadina adriatica rispetto al bacino portuale. Ciò ci dice che forse all’origine, quando sorse il maniero, non era ancora sviluppata la vocazione commerciale di questo centro e di conseguenza la necessità di protezione delle imbarcazioni in rada
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Un castello che forse sta dalla parte sbagliata del borgo. E sì, sarebbe stato probabilmente più logico che sorgesse nella parte sud del Borgo Antico a protezione dell’insenatura che costituisce l’approdo per le imbarcazioni più favorevole al posto di stare al nord, la sua collocazione, dove è vero che vi è anche qui una cala che, però, è meno protetta dall’azione delle correnti marine. Infatti, il movimento delle onde segue la direzione settentrione-meridione e un indizio di ciò è, per quanto può valere come dimostrazione, proprio la scelta che si fece di realizzare il porto lì dove sta ovvero nel lato meridionale del nostro insediamento costiero, è quasi tautologico. Si deve essere trattata di una vocazione naturale, cioè senza bisogno di “dirottamento” dei flussi marini con opere, quella di ospitare in questo luogo una darsena se è vero che il medesimo posto, per quanto è dato sapere, fin da epoche antiche era destinato a “caricatoio” in funzione del trasporto merci via mare. A favore della tesi che si è esposta, il castello sopra il porto, vi è l’esistenza di una nutrita serie di fortezze portuali lungo le rive dell’Adriatico.
Un’altra possibile ubicazione del castello sarebbe potuta essere quella, ancora a mezzogiorno, nel punto della penisoletta su cui sta il Borgo Antico più proteso verso il largo al fine di difendere l’imbocco del bacino portuale, non unicamente i navigli che si trovano in rada; si ammette che tale considerazione avrebbe un senso effettivo se l’ipotesi dell’esistenza di un porto vero e proprio fosse verificata, cosa, lo si ripete, che rimane dubbia. In definitiva, il castello abitualmente sopra il porto, al suo accesso o alla banchina di ormeggio, avrebbe consentito, specie dopo l’introduzione delle armi da fuoco, di scagliare corpi contundenti, tanto pietre quanto palle di cannone, sulle imbarcazioni degli assalitori. Il castello si sarebbe qualificato sia come un’opera difensiva, permettendo di mettersi al sicuro in caso di attacco nemico, sia come un’opera offensiva, poter controbattere le aggressioni di avversari, una doppia visione della struttura castellana che si afferma pienamente in seguito all’invenzione della polvere da sparo in quanto la gittata dei tiri si accrescerà. Non vale quale giustificazione della localizzazione del castello nel sito dove si trova quella di dover garantire l’intervisibilità con la torre costiera più vicina, sul Sinarca, perché se fosse stato collocato allo spigolo opposto avrebbe avuto a vista la torretta del Meridiano. In ambedue i luoghi il castello costituisce un caposaldo della catena delle torrette cosiddette saracene.
Il problema della continuità visiva ci sarebbe comunque stato in entrambe le ubicazioni e per evitare l’interruzione della teoria dei presidi militari di avvistamento si dovette innalzare significativamente il torrione del castello. Il castello è parte della schiera delle sentinelle della costa e nello stesso tempo svolge un ruolo suo proprio, quello di faro cui necessita un torrione tanto elevato, l’altezza consente al fascio di luce da esso emesso di arrivare lontano. Tale e quale alle ciliegie, una tira l’altra, così sono le presenti annotazioni le quali sono in successione fra loro ed infatti ce n’è una nuova che riguarda l’ultimo argomento trattato, quello del faro; essa è riferita ad un’ulteriore destinazione d’uso del castello aggiuntiva a quelle di offesa e di difesa di cui si è parlato prima, quella di supporto, i raggi luminosi del faro, alla navigazione.
È giunto il momento per dirlo: Termoli è baricentrico nella linea costiera del Molise, ma bisogna riconoscerlo, è un’osservazione di poco conto poiché la “riviera” molisana è parte integrante di un progetto complessivo di controllo delle rive esteso all’intero Regno di Napoli o di Sicilia che dir si voglia; è una pura curiosità geografica che questa città, con il suo maniero, sia al centro della, adesso, “costiera” regionale, non c’è nulla di strategico dietro. L’unitarietà del sistema delle torrette litoranee che ricomprende anche il castello di Termoli non va letto come un fatto a sé stante, alla stregua di un episodio unico, un unicum, bensì come un tassello di una maglia di strumenti, torri e castelli, che coinvolge un territorio rivierasco ampio. Vi è un piano nazionale, la nazione è tale reame, di militarizzazione della costa nel quale il castello è una componente, in combinato con le torrette, di un insieme. La ciclovia adriatica da poco approntata consentirà di cogliere questo disegno nella sua interezza evitando che la visita a quest’area si effettui per punti, soffermandosi magari su quelli giudicati di valore eccezionale come il manufatto castellano termolese e tralasciando il resto, le varie torrette. Siamo partiti parlando del castello se associato o meno al porto, e ora andiamo a concludere discutendo del porto in maniera svincolata dal castello.
Il porto può servire, tra l’altro, alle navi in transito nel braccio di mare antistante Termoli che hanno bisogno di riparazioni e, però, non si ha notizia di un cantiere navale il quale, comunque, doveva pur esserci per costruire le imbarcazioni della marineria locale (con il legname proveniente dai boschi di alto fusto dell’entroterra, uno dei più vicini è il Bosco di Trivento, una cerreta), a meno che non si voglia credere che la pesca dei pescatori del posto si riducesse a quella che si pratica dai trabucchi, uno, rifatto di recente, è ai piedi della muratura urbica a poca distanza dal castello. Il porto, è quello che si è voluto dimostrare ora, sempre ha avuto una vita propria, non legata al castello il quale, perciò, lo si può dislocare dove vi pare, un castello marino che diventa simile a uno di terraferma.
ph. Pianta e prospetto del castello tratte dal volume di Antonietta Caruso “Quando il pericolo veniva dal mare”








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