Nel nome di Maria

Il presente intervento si articola in due parti, nella prima si affronta il tema della pluralità dei nomi delle chiese dedicate alla Madonna, nella seconda l’unicità della Sua immagine almeno nella statuaria alto medioevale
di Francesco Manfredi-Selvaggi
La Madre di Gesù ha vari appellativi. Sono stati contati oltre 100 modi diversi per denominare questa speciale figura di donna. La più antica è quella semplice di Maria che rivela un rapporto familiare con tale divinità, la più tarda è quella di Madonna che si afferma con la Controriforma e rivela un atteggiamento più riguardoso e anche più formale verso di Ella. Tra i due tipi di denominazioni nel Molise il più frequente è senz’altro quello di Maria essendo pochi i casi in cui viene venerata come Madonna. Il termine Vergine è quasi del tutto assente dovendo spostarci per ritrovarlo nell’area campana, a Montevergine, il famoso santuario in provincia di Avellino.
Tra le Madonne riscontriamo la presenza di Madonne Addolorate (la principale è quella del santuario di Castelpetroso) e del Rosario che sono culti ufficiali della Chiesa, Madonne con appellativi fortemente evocativi (della Neve a Campitello appunto un centro invernale, delle Stelle a S. Angelo Limosano una cappella situata in uno spazio aperto), Madonne come individuazione generica (è il caso di Macchia Valfortore dove per distinguere due chiese poste a diversa distanza dal paese si chiamano l’una Madonna a Corto e l’altra Madonna a Lungo). Vi è poi la Madonna Immacolata che a partire da Foggia è diffusa negli edifici religiosi lungo la rete tratturale che a Faifoli, Montagano, per la sua particolare iconografia è detta anche Madonna della Quercia. Per quanto riguarda invece Santa Maria abbiamo sempre un predicato che si aggiunge al nome ed il più delle volte esso è legato al luogo dove viene venerata. Si ha così S. Maria del Monte a Campobasso per la sua ubicazione sulla collina Monforte, S. Maria delle Macchie a Vinchiaturo e S. Maria delle Fratte a S. Massimo, ambedue cappelle rurali poste in zone ricche di arbusti (macchie e fratte vuol dire la stessa cosa e cioè cespuglio, siepe) e via dicendo. Indicazioni geografiche contengono anche i nomi di S. Maria di Casalpiano in agro di Morrone e S. Maria di Guglieto a Monteverde ai confini tra Vinchiaturo e Mirabello. Altre Sante Marie sono svincolate dalla loro posizione topografica: S. Maria della Vittoria a Gambatesa, S. Maria Assunta e le moltissime S. Maria della Libera.
Un riferimento geografico, seppure molto ampio, contiene il nome di S. Maria del Molise che non è attribuito ad una chiesa, ma ad un Comune. Nel quadro interpretativo che si è cercato di delineare si colloca la denominazione di S. Maria della Strada, Strada essendo il Braccio trasversale Matese-Cortile-Centocelle che collega fra di loro i principali tratturi (Pescasseroli-Candela, Castel di Sangro-Lucera, Celano-Foggia). Di fronte alla molteplicità delle denominazioni di Maria ci si rende conto della volontà di ciascuna collettività locale di volersi appropriare della Madre di Gesù, rivelando un legame fortissimo tra questa figura e la popolazione. La specificità che assume il nome di Maria nelle diverse località testimonia il viscerale rapporto di amore e di attaccamento tra la comunità dei fedeli del posto e la Madonna. Passiamo ora dal contenitore, al contenuto, l’effigie sacra soffermandoci sulla statuaria. La Madonna ovvero la Vergine Maria, il nome può avere più varianti, magari con specificazioni, della Strada, delle Stelle, delle Macchie, ecc., la sua rappresentazione scultorea segue, comunque, un modello abbastanza simile qualunque sia la denominazione assunta dalla Madre di Dio. Almeno nell’alto Medioevo che è il periodo a cui risalgono le statue più antiche. La “posa” che Ella assume è sempre la stessa: seduta in trono con in braccio, il braccio sinistro, il Bambinello.
È un’immagine assai remota quella della mamma con in grembo il figlio, deriva, per prenderla alla larga, dalla Mater Matuta anch’essa assisa su un seggio regale la quale aveva come replica nell’Olimpo romano Giunone, perlomeno alla lontana; sono sorreggenti entrambe sul palmo della mano un melograno che con i suoi tantissimi semi è il simbolo della fertilità, il pargolo lo è della fecondità della donna. È questa una possibile derivazione della figura Madonna che sorregge il Bambino seduta in “solio” direbbe Manzoni, un’altra è quella, data la frontalità, va vista frontalmente, pur essendo un tutto tondo il retro non è significativo, congiunta alla fissità dell’espressione, che si sarebbe trattato di un rimando alle icone bizantine, se non fosse che queste ultime sono dipinti, e se invece di essere un’opera plastica fosse stata un bassorilievo con le persone raffigurate di profilo alla civiltà egizia. Si è detto di un possibile legame con il mondo artistico bizantino e subito lo si smentisce per l’aspetto che adesso si esplicita: mentre nella visione estetica che informa il credo greco-ortodosso la rappresentazione sacra non ha avuto alcuna evoluzione, è rimasta invariata per un millennio, nella chiesa cattolica la raffigurazione dei Santi e così della Madonna ha subito nei secoli molte modifiche a seconda dello stile, gotico, rinascimentale, barocco e così via, che imperava in un certo periodo.
Si è parlato di fissità e, però, non bisogna pensare ad un ritratto, a quello della Madonna con Bambino ci stiamo riferendo, convenzionale perché anche questa statuaria è spesso, vedi la statua di S. Maria delle Fratte a S. Massimo, dotata di una notevole carica di espressività che si coglie anche nel drappeggio degli abiti dei personaggi di queste composizioni scultoree. Non sono quelle degli abiti pieghe a fini ornamentali, quindi semplici svolazzi, qualcosa di decorativo in quanto esse rivelano i sommovimenti, stanno sotto, del corpo sottostante alle stoffe; la forma corporea quasi si intravede, le ondulazioni del tessuto ci avvisano dei movimenti (è evidente, nessuno scatto nervoso) delle membra dei soggetti facenti parte del gruppo familiare Madre e Figlio. Sono in vista di tali personaggi solamente il capo, le mani e i piedi, arti che, però, nella statua di S. Maria delle Fratte non si vedono perché sono andati bruciati e sono, le uniche parti del corpo che si vedono nelle “Madonne vestite”, un bell’esemplare sta sempre a S. Massimo nella chiesa-madre; queste ultime hanno una struttura fatta di assicelli lignei articolata in modo da riprodurre la sagoma umana su cui sono montate la testa e le mani le quali fuoriescono da un mantello prezioso che non presenta piegature, alla stregua di una cappa.
È interessante notare che le Madonne vestite non possono stare all’aperto perché si rischia che il vento sollevi il vestito per cui sono state intese quale complemento di un organismo architettonico, destinate ad essere collocate in una nicchia. La statua di S. Maria delle Fratte, invece, viene sia portata in processione (con la corona che la Madonna della chiesa di S. Marco ad Agnone ha incorporata nella sua statua), sia staziona nell’omonima Cappella sull’altare maggiore. Poco più di una curiosità attinente al tema dei drappeggi: il vivace svolazzamento dei lembi del mantello di Gabriele Pepe a Campobasso non corrisponde ad un moto del corpo del generale bensì, immaginificamente, al clima ventoso che prelude ad una tempesta come quella che agita il cuore del nostro eroe risorgimentale.
ph. Bottega molisana – Seconda metà del XIV secolo – Madonna con Bambino – legno – Chiesa di Santa Maria delle Fratte – San Massimo – CB





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