L’arrivo dei normanni giusto mille anni fa e l’infeudamento nel Molise

La nascita del feudalesimo coincide con l’inizio della dominazione normanna. È un po’ paradossale che l’avvento finalmente di uno Stato unitario nel Sud Italia vada di pari passo con la frammentazione del territorio in tantissimi feudi. Ci sono ragioni politiche ma soprattutto culturali capaci di spiegare questo fenomeno
di Francesco Manfredi-Selvaggi
È con i Normanni, dei quali stanno per compiersi i 1000 anni di presenza nel nostro territorio, che sono nati i feudi. Ci sono varie ragioni che spiegano tale connessione tra le quali c’è una che è legata al sistema di valori di questo popolo basato sull’ideale cavalleresco. I rampolli delle casate normanne aspirano tutti ad avere l’investitura a cavaliere, figura cui si associa l’essere il signore di un possedimento autonomo, il dominus di una propria terra. Era quanto muoveva del resto gli esponenti di questa popolazione di guerrieri giunti dal Nord, aventi come progenitori i Vichinghi, animati dallo stesso sentimento, che partecipavano alle Crociate oltre che per liberare il Sacro Sepolcro per crearsi un regno, per piccolo che sia, in Palestina, vedi il Regno di Antiochia che era minimo. Solo un dato, al momento della redazione del Catalogus Baronum, siamo nel 1150 circa, nell’Italia meridionale con esclusione della Sicilia vi erano 3000 feudi numero rapportabile in qualche modo a quello dei discendenti dei primi conquistatori di questo territorio al centro del Mediterraneo i quali erano un migliaio, un paio di figli maschi per ciascuno e nel giro di due generazioni i conti tornano. Il cavalierato era una questione di orgoglio personale e nello stesso tempo era interesse della Corona la formazione di una milizia scelta, la cavalleria.
Il mantenimento economico dei membri di questo corpo armato d’eccellenza era un primario obiettivo della nazione per avere militari con adeguata preparazione, appunto, militare pronti a lanciarsi in battaglia ben nutriti e equipaggiati. A questo scopo si assegnò loro feudi da cui trarre la rendita necessaria al loro sostentamento. Alla formazione dei feudi si associa la costruzione dei castelli nei quali risiedeva, per l’appunto, il feudatario. La struttura castellana era una dimora e nello stesso tempo un presidio difensivo piuttosto che contro le minacce esterne, contro quelle interne, i pericoli venivano dall’interno del feudo, dagli “indigeni” molto superiori numericamente ai nuovi dominatori arrivati da lontano; una precisazione, quella normanna non la si può proprio definire un’invasione dato che erano relativamente pochi piuttosto una conquista. Per quanto detto all’inizio si ebbe rispetto all’epoca precedente, quella longobarda, una moltiplicazione dei centri di potere locale ovvero feudi alla quale corrisponde una moltiplicazione dei fortilizi; con i Longobardi la regione si articolava in solo sei contee contro gli almeno 136 feudi normanni, il conte si arroccava non in un castello bensì in una fortezza, ci sono pervenute quella di Civita Superiore di Bojano e quella di Tufara. I castelli erano addirittura troppi per cui gli Svevi che succedettero ai Normanni con un editto di Federico II obbligarono alla demolizione di tanti di essi, magari ne costruirono altri in funzione di valenza nazionale come qui da noi il Castello Svevo di Termoli per la difesa di un confine del Regno che era la costa.
Di lì in poi l’autorità regia costantemente assunse atteggiamenti restrittivi verso la fortificazione dei feudi per scongiurare il pericolo di rivolta contro il potere centrale da parte dei titolari degli stessi, sommosse che, poi, nonostante ciò si sono puntualmente verificate, vedi le varie edizioni della “congiura dei baroni”. I predetti baroni non avevano la potestà di irrobustire il maniero, aggiungendo torri, merlature, ecc. se non previo l’assenso del re. Da qui la semplicità delle tipologie castellane presenti nel nostro territorio. Ovviamente ci sono delle eccezioni dovute al prestigio di alcune dinastie baronali alle quali è consentito dotarsi di rocche più complesse ed è il caso dei castelli di Venafro, Carpinone, Monteroduni e pochi altri. Se includiamo negli organismi di difesa anche le mura urbiche finalizzate queste ultime alla protezione anche della comunità che vive in quel dominio feudale constateremo lo stesso modo di fare, quello del contenimento delle opere di presidio al minimo indispensabile per proteggere gli abitanti dalle scorrerie dei briganti come in un tempo remoto dalle incursioni barbariche, non certo per resistere agli attacchi di eserciti stranieri a contrastare i quali ci pensa lo Stato. Quello normanno di Sicilia, vale la pena ricordarlo era uno Stato unitario, peraltro il più grande di quelli in cui era frammentata la Penisola italiana, il resto erano staterelli, non si instauravano conflitti tra i signorotti confinanti come succedeva altrove.
Tornando alle cinte di mura si rileva che anche in questo caso ci sono deroghe alla regola generale rappresentate dalle murazioni davvero possenti di Sepino e di Fornelli completate in seguito da supportici con camminamento di ronda. È interessante notare che l’impianto del sistema insediativo composto di così tanti, seppure di stazza ridotta, nuclei abitativi infeudati, ben 136 lo si ripete, ognuno con una struttura castellana, messo in piedi dai normanni regge a lungo attraversando indenne, immutato, i secoli successivi giungendo fino a oggi. Il quantitativo di Comuni i quali sono sorti dalle ceneri, si fa per dire, dei vecchi feudi, e quindi dei castelli è tanto più impressionante se si tiene conto dello scarso popolamento di questa terra. È un’eredità ancora viva, in definitiva, quella lasciataci dai Normanni la quale oramai è antica di un millennio, e però la stiamo rischiando di perdere per via del depauperamento demografico che colpisce specialmente i borghi minori di cui si paventa addirittura la chiusura. Una eventualità da scongiurare assolutamente.




0 Comments