Federico II è idealmente in ogni suo castello, anche a Termoli

Un’analisi di alcuni aspetti del Castello Svevo della cittadina adriatica, la cui rigorosa geometricità, un autentico incastro di volumi, rimanda al pensiero filosofico dello Stupor Mundi, non vi è nessun altro maniero molisano caratterizzato da una regolarità delle linee, un’astrazione dal contesto fisico del luogo subendo tutti contaminazioni dalla morfologia dei siti in cui sorgono

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Il Castello Svevo di Termoli potrebbe essere una “evoluzione della specie” della torre litoranea, una delle tante che punteggiano la “riviera” intorno, tutt’intorno, alla quale sarebbe sorto un recinto murario. È soltanto un’ipotesi e vediamo se è credibile stando alle evidenze architettoniche. La torre esistente non poggia a terra, si presenta sopraelevata avendo come basamento non il suolo bensì un possente cono parzialmente pieno, fuori terra incorniciato da una muratura a scarpa; la scarpa, il muro inclinato, è per sostenere il rilevato per un primo verso, per un secondo verso per assorbire meglio di una parete dritta i colpi di cannone e per un terzo verso per rendere più difficoltosa la scalata. Proprio per il suo posizionamento sopra tale blocco fortificato va scartata l’idea in quanto assurda che sia sorta la torre antecedentemente al resto del castello poiché formano un tutt’uno. È quest’ultimo di certo, ad avere la precedenza, la torre è piuttosto che un’aggiunta un completamento.

È il dilemma tipico sulle primogeniture, se sia stato prima l’uovo, la torre, o la gallina, il mastio il quale, per quanto detto, può esistere, seppure incompleto mancando la torre, mentre la torre da sola assolutamente no, un’affermazione apparentemente apodittica se non si fornisse la spiegazione che si sta per esporre. La torre, già di per sé un torrione, non potrebbe raggiungere, la sua sommità, l’altitudine cui perviene, a meno di non voler accrescere la sua altezza fino a raddoppiarla, e allora diventerebbe un elemento assai snello e pertanto dotato di minore stabilità di una torre tozza com’è nei fatti, se non fosse impostata la sua base su qualcosa di emergente. Non si può proseguire se non si esplicita il motivo per cui la torre debba toccare, il suo vertice, quella determinata quota, cosa che si fa subito: fungendo da punto di scolta e simil-faro è necessario che dalla sua terminazione si possa scrutare un orizzonte il più lontano possibile.

Va scartata l’idea che possa trattarsi di un basamento naturale, una roccia mascherata su tutti i lati con sperone in muratura per farla sembrare il piano basamentale di un castello, quello su cui si sviluppa l’architettura fortificata perché sarebbe ben strano trovarsi al cospetto di un picco morfologico in una zona, il centro storico della nostra cittadina adriatica, che è pressoché in piano, alla stregua di un’escrescenza che prorompe dal sottosuolo utilizzando un linguaggio letterario. Un parallelo possibile è con le motte che sono cumuli di terreno in luoghi pianeggianti fatte ai fini difensivi. Siamo di fronte ad un riporto di materiale terroso e roccioso non c’è dubbio, ad un rilievo artificiale che tanto più spicca quanto più l’ambito, il Borgo Antico, è piatto.

Terra, con massi, di riporto che si eleva per un paio di decine di metri e non costituisce, comunque, interamente un pieno perché al suo interno come fossero tasche vi sono dei locali. La chiusura è un terrazzo da cui spicca la torre la quale occupa una gran parte di questo spazio. La torre ha tre livelli, ciascuno occupato da vani. Non si era mai visto qui da noi antecedentemente agli Svevi ai quali si attribuisce la realizzazione di quest’opera militare torri che contenevano ambienti abbastanza capienti, in verità è un unico caso. Bisognerà attendere i loro successori, gli Angioini, per vedere affermarsi la tendenza a costruire torri con piante di superficie adeguata, prendi la torre di Riccia. È un confronto utile quello tra i castelli di Termoli e di Riccia per mettere in evidenza una differenza che è, poi, una incongruenza, si fa per dire, la quale la si illustra di seguito e riguarda l’ingombro a terra di un parallelepipedo com’è la torre termolese messo in comparazione con quello di un cilindro com’è la torre riccese: nelle torri cilindriche si ha che il perimetro è minore di quello delle torri che sono planimetricamente un parallelogramma a parità di area occupata.

Ciò offre il vantaggio di avere un involucro esterno meno esteso, quindi un bersaglio di grandezza ridotta per i tiri nemici; da tener conto, inoltre, che le forme curvilinee sono le più adatte a resistere ai colpi di canone. Un elemento caratteristico del Castello Svevo sono le torrette semiconiche che si distaccano dalle mura a scarpa in cui hanno origine man mano che si sale verso l’alto; tali torrini pensili rappresentano anche una movimentazione dell’aspetto del maniero altrimenti un manufatto architettonico di linee semplicissime, un insieme volumetrico “quadro e squadro”. Finora si è trattato il castello come fatto autonomo, cioè non in modo collegato con la cerchia muraria. Ad indurre alla dissociazione tra mura urbane e il manufatto castellano è la differente conformazione del paramento murario che nel castello per intero, da cima a fondo ovvero dalla testa ai piedi che posano, immaginificamente, sulla spiaggia di S. Antonio è a scarpa mentre la cinta di difesa cittadina si erge dritta, andamento a piombo.

Nonostante questa distinzione si nota che poiché la cintura murata inizia proprio dal castello esso deve essere considerato un caposaldo della stessa, non è, per capirci, in un punto intermedio delle mura. Sia come non sia l’attaccamento alla murazione, conferma l’idea che non si tratta, il castello, di un episodio indipendente, per di più isolato in quanto congiunto alla cerchia muraria urbica un completamento della stessa. Il castello rappresenta il ridotto estremo, l’ultimo baluardo in occasione di attacchi nemici, per resistere alle flotte ostili provenienti dalla distesa marina che fronteggia Termoli.

ph. lo stemma di Federico II di Svevia

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