Monasteri in rete

I centri monastici sono 3 dei quali solo uno è all’interno del territorio regionale, S. Vincenzo al Volturno, gli altri due stanno al suo confine, Montecassino e S. Sofia di Benevento. Vi sono poi le loro dipendenze che sono sparse in vari angoli del Molise. Stiamo parlando delle realtà monacali benedettine le quali tanto quelle maggiori quanto quelle minori sono parte di un sistema

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Si pensi, per capire il peso che ha avuto qui da noi il monachesimo, ai due attuali capoluoghi di provincia popolati agli inizi del 1800 da così tanti monaci: a Campobasso vi erano, appena fuori dal centro abitato, andando in ordine da est a ovest i monasteri di S. Maria delle Grazie, i Celestini, le Carmelitane, S. Francesco della Scarpa, S. Pietro e un po’ più in là quelli di S. Maria della Pace e di S. Giovanni de’ Gelsi; a Isernia nel nucleo antico vi erano le Benedettine di S. Maria delle Monache, i Francescani il cui convento è oggi il municipio, ai quali si aggiungono in un capo della città i Domenicani e nell’altro capo i Celestini.

I monaci dovevano avere un ruolo importante non fosse altro che per il loro numero, nella vita di queste entità urbane. Quando nel Decennio Francese, siamo sempre agli albori del XIX secolo, si varò il primo provvedimento di soppressione degli ordini monastici erano passati oltre 1000 anni dalla comparsa nel nostro territorio di insediamenti monacali, i Benedettini furono gli antesignani, e la gente dopo un millennio si doveva essere ben abituata alla loro presenza per cui dovette risultare estraniante la scomparsa dei frati avvenuta peraltro in breve tempo, un decennio appunto. È da notare che in quel periodo cominciava ad affermarsi in campo letterario il Romanticismo con il mito di un medioevo perlappunto mitizzato; i monasteri sono l’ambientazione di diversi romanzi in stile gotico a dimostrazione che il monachesimo esercita un fascino pervicace.

La permanenza millenaria, lo si ripete, delle formazioni monastiche nel nostro territorio, come del resto altrove, deve aver condizionato, non può essere altrimenti, il sentire comune. È da considerare che i monasteri sono talmente antichi che precedono i borghi, S. Benedetto fondò i primi non molto dopo la fine dell’Impero romano mentre per la costituzione di nuclei abitativi strutturati bisogna attendere l’avvento dei Normanni circa 5 secoli dopo i quali promuovono l’infeudamento e di qui la nascita di veri e propri aggregati urbanistici. È interessante osservare che le unità monastiche benedettine citate dalle fonti storiche erano un po’ meno di 100, seppure solo di 45 di esse rimangono tracce, un quantitativo equiparabile a quello dei feudi che conosciamo essere un po’ più di 100, per precisione 136, gli attuali comuni molisani.

È che la geografia è cambiata con gli agglomerati residenziali fortificati che prediligono le alture, preferenza che non si riscontra nelle scelte localizzative dei monasteri, alcuni dei quali si posizionano nelle piane, vedi S. Maria di Casalpiano a Morrone del Sannio e lo stesso S. Vincenzo al Volturno, siti di per sé difficilmente difendibili. È come se i Benedettini non avessero timore di aggressioni nemiche impiantando le loro “case” in luoghi non protetti adeguatamente da elementi fisici, dalla morfologia territoriale, mentre con la dominazione normanna gli abitati nei quali si coagula la popolazione sono arroccati in cima ai colli. La vera arma di difesa dei Benedettini era la fede, S. Benedetto riuscì a tenere a bada Totila con la mitezza. Comunque è da dire che il gran proliferare di realtà monastiche avvenne quando ormai si andavano esaurendo le ondate di invasioni barbariche lasciando devastazioni ovunque, e quella della ricivilizzazione dell’Italia fu la vera sfida per i Benedettini piuttosto che il contenimento dei Barbari. La loro azione tesa a favorire la ripresa della vita civile progressivamente, partendo dall’Appennino che è il baricentro della Penisola, il loro fondatore è nato a Norcia e morto a Montecassino entrambe località poste nelle cosiddette aree interne, le zone che oggi giudichiamo le più svantaggiate, si estende all’intero spazio continentale europeo.

È l’epoca di Carlo Magno il quale ritenne di poter avvalersi per l’unificazione del continente della maglia reticolare dei monasteri benedettini sostenendo la sua espansione. Essi ancorché fossero indipendenti erano in comunione spirituale, comunicavano idealmente e materialmente fra loro ancorché in maniera discontinua garantendo l’uniformità dell’organizzazione e ciò ben si associa in pieno con l’esigenza di unitarietà nel governo dell’impero, il solito problema degli imperatori. Rientra nei monasteri che ricevono benefici dall’autorità imperiale anche S. Vincenzo al Volturno nel quale, nello splendido ciclo di affreschi della Cripta dell’Abate Epifanio, si possono cogliere influssi dell’arte carolingia pur non ricadendo nei confini del Sacro Romano Impero. Fa gioco all’Imperatore la santificazione del lavoro predicata da S. Benedetto, il cui insegnamento è riassunto dal motto Ora et Labora, per la ripresa economica e civile del Vecchio, allora meno vecchio, Continente insediandosi i Benedettini in ambienti incolti e da bonificare. La rete si crea da sé, non c’è niente di programmato né di programmabile, a tratti ha una tessitura lasca, a tratti fitta. Non esiste alcuna ripartizione prefissata delle aree dove edificare i monasteri così come non esiste una giurisdizione, con un neologismo, monasteriale simile a quella diocesana e da ciò ne deriva che non vi è un comprensorio definito, la maglia della rete di cui sopra, appannaggio di una certa abbazia e un altro di un’altra, ci sono casi, ovvero rimanendo alla similitudine con la rete, nei quali le maglie si intrecciano, le sfere di influenza si sovrappongono.

A questo proposito l’esempio che si fornisce è quello di S. Angelo Limosano prossimo a Maiella di Trivento dove vi era una congrega eremitica dei Celestini, un ordine religioso derivato dai Benedettini, e nello stesso tempo non lontano da Faifoli, un luogo celestiniano perché qui Celestino V fu abate, e dal Convento dei Celestini di Ripalimosani, dunque 3 poli conventuali di riferimento che ci fa capire la complessità del tessuto monastico, anche se si ammette che è una situazione particolare data dal fatto che questo Comune è la patria di Pietro da Morrone.

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