Monachesimo e eremitismo due cose uguali, per certi versi, e contrarie, per altri

Sono fenomeni distinti che in alcuni ambiti convivono come a S. Vincenzo al V. in cui è prossimo al monastero l’eremo di S. Michele a Foce. Ci sono forme di vita eremitica in cui le persone che vi si dedicano stabiliscono contatti fra loro pur rimanendo appartati
di Francesco Manfredi-Selvaggi
I Benedettini stanno nel mezzo temporalmente e spazialmente parlando tra le presenze monastiche registrate nel Molise. Probabilmente la questione temporale non riguarda l’eremitaggio il quale è un fenomeno, minoritario, che attraversa le varie epoche storiche, quindi è senza tempo ovvero atemporale mentre dal punto di vista spaziale gli eremiti scelgono quali luoghi di territorio davvero appartati al contrario dei seguaci di S. Benedetto i quali si installano sì in aree selvatiche non per isolarsi totalmente dal mondo ma soprattutto per civilizzarle e dei Francescani che stanno negli agglomerati abitativi.
L’Ordine Benedettino ha quale areale di elezione la campagna che, ben si sa, è compresa tra la montagna, ambito non coltivabile in quanto occupato da boschi, pascoli e rocce, e i centri urbani dove solo in seguito faranno il loro ingresso altre organizzazioni monastiche, innanzitutto i Francescani. Ripetendo, quella Benedettina non è tra le diverse forme di monachesimo la prima ad essere apparsa da noi e neanche l’ultima, individualistica quella degli eremiti e collettivistica il resto. Si rimarca, inoltre, che le unità Benedettine hanno una collocazione territoriale intermedia tra gli eremi spesso ubicati in anfratti inospitali e i conventi, di congregazioni differenti, cittadini. Dal quadro generale che si è delineato si deduce che i Benedettini non avranno problemi di coabitazione con la restante parte delle realtà monacali perché non insistevano sui medesimi posti; i contatti, i rapporti fisici tra di esse erano ridotti, i membri di queste distinte confraternite non avevano ragione di incontrarsi, costituivano, in altri termini, dimensioni a sé stanti.
A volte si coglie un certo antagonismo, sia pure di natura spirituale, tra tali universi e ciò lo si nota in modo chiaro nel comprensorio che ricomprende l’abbazia di S. Vincenzo al Volturno, un’autentica cittadella monastica alla quale fa da contrappunto da molto vicino l’eremo di S. Michele a Foce, rimandando rispettivamente alla potenza della Chiesa attraverso la quale si intende celebrare la Gloria di Cristo e alla religiosità degli ultimi, due aspetti della fede cattolica che stanno fianco a fianco. Una osservazione per quanto riguarda il sito di S. Michele a Foce il quale è un’enorme spelonca è che le grotte sono utilizzate piuttosto quali sedi di culto, vedi S. Angelo in Grotte, S. Lucia di Miranda, ecc. e, invece, qui vi è una cappella vera e propria provvista di un suo tetto seppure posta all’interno della predetta caverna; le persone dedite al romitaggio si ricoverano all’interno dell’ampio incavo il quale ha superficie sufficiente anche per proteggere dalle intemperie il bestiame durante l’alpeggio, vi è una raccolta d’acqua, oltre ad ospitare la chiesetta di cui sopra. S. Benedetto che idealmente alberga nel complesso abbaziale di S. Vincenzo al Volturno espresse critiche verso l’eremitismo, da un lato perché stare in perfetta solitudine ti allontana dal “prossimo tuo” per usare un’espressione evangelica e, da un altro lato, poiché occorre dedicarsi insieme alla preghiera al lavoro, un precetto condensato nella Regola ora et labora. Gli eremiti privilegiano gli ambienti rocciosi, l’eremitaggio negli antri naturali è una peculiarità dei rilievi montuosi abruzzesi, in primis della Maiella dove essi sono più frequenti ma, come stiamo vedendo, ce ne sono anche qui da noi.
È presumibile che qualcuna delle cavità, è un masso di roccia assai bucherellato, della Morgia del Brigante fosse occupato da un eremita, una presunzione legittima data la distanza ridotta con l’ “enclave” dei Celestini a Maiella di Trivento, un Ordine fondato dal futuro papa Celestino V, il santo eremita per antonomasia. I Celestini, alla lontana, sono una diramazione dei Benedettini e dai quali si distaccano per la loro scelta pauperistica radicale e il pauperismo è una vena sotterranea che percorre la comunità cristiana fino a giungere a giorni prossimi ai nostri come dimostra il fabbricato destinato a coloro che definiremmo anacoreti se fossimo in Oriente in agro di Sepino conosciuto con la denominazione di Conventino la cui costruzione, non finita, è opera di padre Anselmo, un frate in odore di santità per la gente del posto vissuto a cavallo tra XIX e XX secolo.
C’è, comunque, eremita e eremita, si chiamano eremiti, forse per la loro esistenza solitaria, i custodi dei santuari rurali come quelli di S. Maria de Foras a Campobasso, di S. Maria della Strada a Matrice, di S. Maria delle Fratte a S. Massimo dove è conclamata la loro funzione di preposti all’accoglienza dei pellegrini in un apposito spazio. Piace rimarcare il caso di Morrone del Sannio in cui si riproduce, in qualche modo, il distacco evidenziato in precedenza parlando di S. Vincenzo al Volturno tra le due differenti tipologie di monachesimo, quello eremitico e quello conventuale, l’eremita che sta a S. Maria di Casalpiano, meta di pellegrinaggio nel giorno dell’Assunta cui l’edificio culturale è consacrata, a poche centinaia di metri dal convento di S. Nazario; tale distanza è emblematica ancora una volta, seppure in maniera meno accentuata, della dualità tra questi due modi di concepire l’esperienza di vita religiosa, se cenobitica, da cenobio quindi in comune, o ascetica.
Potrebbe apparire un caso a sé, almeno per l’intitolazione, S. Maria del Romitorio a Campolieto perché nonostante sia stato un cenobio benedettino è indicato Romitorio, al contrario è ricorrente in quanto tutte le chiese elencate sopra, lo si ripete santuari agresti, erano dipendenti da cenobi che nel tempo si sono ristretti in quanto a numeri di frati che li componevano diventando romitaggi. Eremi particolari poiché non ubicati sui monti o in contesti rupestri bensì in comprensori extraurbani proprio come i monasteri benedettini da cui derivano. Da cosa nasce cosa, dalla separatezza della chiesa rispetto alla realtà insediativa discende la condizione esistenziale di lontananza dal consorzio umano di colui che ne dovrebbe aver cura.
Foto: Tre immagini di San Benedetto





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