Il pranzo di S. Giuseppe e il pranzo della domenica ambedue patrimonio culturale immateriale

La Sezione del CAI di Campobasso ha compiuto gite in occasione del Pranzo di San Giuseppe e della Sagra dell’Uva a Riccia. A livello famigliare vi è il pasto in onore del Padre Putativo di Gesù, a livello di quartiere vi è la preparazione dei carri della Sagra dell’Uva, uno per borgata, a livello di comunità vi è la sfilata di tali carri che si svolge nelle strade della cittadina. È come se gli abitanti delle contrade vogliano esibire nel centro urbano le proprie abilità nell’allestimento di scene mobili. I residenti nell’insediamento abitativo ci mettono di loro l’organizzazione della festa
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Potrebbe organizzare il «pranzo di S. Giuseppe» in casa sua a Milano il riccese lì emigrato, non sarebbe stato di certo la stessa cosa di quello che avrebbe fatto a Riccia, ma comunque qualche senso ce l’ha. Ed è il fatto che il pranzo che si tiene in onore del Padre Putativo del Figlio di Dio è una tradizione cittadina e, però, soprattutto una tradizione famigliare, non è detto che tutte le famiglie del paese lo facciano. È, nonostante si viva fuori, il conservare l’usanza di tenere questo pranzo rituale un modo per mantenere il contatto, ovviamente spirituale, con la comunità di origine. In verità quello che si sarebbe svolto a Milano, un centro preso a caso, pur se nel giorno della festività del Santo avrebbe il sapore, termine appropriato poiché si parla di cibo, di un “pranzo della domenica”, usanza altrettanto importante per la quale l’Italia è candidata all’iscrizione nel Patrimonio Unesco, riconoscimento finora ottenuto in questo settore dalla Cucina Italiana.
Nel Pranzo di S. Giuseppe classico che ha luogo nel capoluogo del Fortore molisano partecipa, nel suo spirito più autentico, tutta la cittadinanza anche se, per ragioni pratiche ben comprensibili, il numero dei commensali è limitato, dovendosi stringere gli invitati ai parenti e agli amici. Molti sono, ad ogni modo, i riccesi che fanno ritorno alla Terra (così viene chiamata Riccia dai suoi abitanti) per celebrare la festività; a tale proposito è da evidenziare che i turisti non possono assistere, peraltro non ci sarebbe materialmente modo per consentirlo, alla consumazione del pasto semmai ammirare, con devozione è evidente, gli altarini allestiti nelle case dove ha corso la cerimonia del Pranzo.
Per il Pranzo di S. Giuseppe la definizione è di evento tradizionale di interesse locale, il luogo non è, va specificato, esclusivamente il comune, di Riccia, perché riguarda anche altri centri molisani, perché Casacalenda tra i più grandi, per cui il predetto Pranzo è un rituale di valenza culturale e nello stesso tempo regionale oltre che, lo si è evidenziato sopra, famigliare. Le manifestazioni folcloriche possono distinguersi a seconda della scala territoriale che investono in sovracomunali, paesane, parentali e pure, le si aggiunge ora, di quartiere.
A Riccia nelle espressioni di cultura popolare presenti si ritrovano tutte e quattro queste dimensioni se si allarga lo sguardo, cioè senza limitarsi ad osservare il pranzo di S. Giuseppe, ma includendo anche la Sagra dell’Uva e si spiega subito perché. Una spiegazione che deve partire da una precisazione che è quella che per quartiere qui si intende la borgata, non solo un settore dell’abitato. I quartieri rurali diciamo così, in contrapposizione ai quartieri urbani, hanno qualcosa in comune, la loro strutturazione, con i gruppi famigliari, famiglie allargate non il singolo nucleo famigliare come nel caso del Pranzo di S. Giuseppe, cosa che le circostanze cittadine, un’annotazione a margine, non hanno. Infatti le borgate derivano, si avverte che l’illustrazione del percorso che ha portato alla formazione delle contrade è un po’ lungo e però indispensabile, dal processo di colonizzazione del territorio che prese avvio dopo l’ “eversione” dal feudalesimo, circa 200 anni fa.
Durante il regime feudale la disponibilità dei suoli faceva capo al feudatario che ne consentiva l’utilizzo, rimanendone egli il possessore, prevalentemente in modo indistinto, non a titolo esclusivo, delle parcelle agrarie, ai suoi vassalli. La fine della feudalità significò l’inizio della proprietà privata con l’assegnazione delle terre ai membri dell’Università dei cittadini, ciascuno dei quali ebbe, su per giù, un suo lotto. Ciò provocò uno spinto frazionamento il quale era in precedenza in prevalenza incolto per via durante l’ancien régime dell’uso estensivo della superficie agreste legato alla logica del latifondo, della rendita parassitaria su cui qui non ci si dilunga. Appezzamenti fino ad allora boscaglia o pascolo andavano ricondotti a coltura, l’ostacolo era rappresentato dal fatto che si trattava di particelle minute il che imponeva l’aggregazione dei fondisti frontisti, la “redenzione” della terra; la bonifica agraria non poteva essere un’azione individuale bensì svolta collettivamente.
Finora dei raggruppamenti di persone su base famigliare, il modello della famiglia patriarcale, a procedere alla, letteralmente, “conquista” di lande in passato non produttive ed i nomi delle frazioni riccesi sono ancora i cognomi di tante famiglie del posto, da Moffa a Fanelli e Zarrilli per citarne alcune. Seppure coloro che risiedono attualmente nelle borgate non è detto che siano i discendenti delle dinastie dei “colonizzatori” e seppure non hanno vincoli parentali fra loro conservano la volontà di cooperare e lo dimostra proprio la realizzazione di un carro per ogni borgata da far sfilare alla Sagra dell’Uva. Si tratta di manifestazioni di cultura popolare parziale, ovviamente quella completa è la sfilata. A latere si rileva che i turisti sono parte essenziale di questa Sagra, una festa non intimistica come quella di S. Giuseppe la quale si esaurisce all’interno dello spazio domestico senza la presenza dei visitatori; la Sagra dell’Uva, al contrario, in assenza del pubblico che assiste non ha senso, lo sforzo profuso dai “borgatari” per l’allestimento dei carri, lo spettacolo in sé, non si giustifica se non vi è un’audience ampia, non basta la popolazione che vive a Riccia.
Si rilancia di nuovo, dalla famiglia al quartiere al borgo alla regione si giunge al livello sovraregionale con la transumanza, il tratturo Castel di Sangro-Lucera corre non distante da Riccia, un fenomeno che coinvolge Abruzzo, Molise e Puglia riconosciuto Patrimonio dell’Umanità, fino ad arrivare ai “muretti a secco” anch’essi inseriti nella lista del Patrimonio Unesco, i quali sono il valore addirittura internazionale perché presenti un po’ ovunque in giro per il mondo salvo che a Riccia, guarda un po’…..







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