Il negozio sotto casa, sotto la casa del negoziante

I negozietti sono un presidio essenziale per la fornitura di beni di prima necessità, a cominciare da pane e latte, alla popolazione dei borghi minori. I punti vendita a seconda della variazione del mercato cambiano nel tempo aggiungendo settori merceologici nuovi a quelli tradizionali. C’è un problema di inquadramento urbanistico per tali attività
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Qui parleremo del piccolo negozio in relazione alle sue esigenze di spazio. Non è un tema, lo si ammette, di grande attualità, non, di certo, oggetto di un interesse generalizzato come una volta quando il “negozietto” costituiva il perno della struttura commerciale italiana. Il negozio piccolo continua ad avere una sua valenza quasi esclusivamente negli insediamenti di taglia ridotta i quali non sono raggiunti dalla grande distribuzione. Forse per tale ragione al negozio diciamo così minore la disciplina urbanistica ha dedicato scarsa attenzione, le norme esistenti in materia sono difficilmente applicabili per gli esercizi commerciali di dimensioni contenute, prendi la Zonizzazione nei Piani Regolatori, una delle Zone da prevedersi è quella per il Commercio.
Ci troveremmo di fronte se si intendesse obbligatoria la creazione di una tale Zona ogni qualvolta si debba localizzare in un Comune un negozio a diverse microzone. È da immaginarsi quali difficoltà interpretative nascerebbero qualora l’operatore commerciale decidesse di ampliare il proprio punto vendita, se l’autorizzazione dell’intervento richieda o meno la Variante dello strumento urbanistico comunale. I negozi, è nella loro stessa natura dovendo seguire l’evoluzione del mercato, cambiano con una certa frequenza la tipologia delle merci in vendita e pure l’allestimento interno richiedendosi anche, a volte, un’espansione della superficie la quale non necessariamente va intesa quale ampliamento vero e proprio. Quest’ultimo si configura tale se è conseguenza di una radicale modifica dell’attività in corso non se si limita all’aggiunta di segmenti commerciali complementari. Mettiamo il caso di un Forno che, appunto, sforna prodotti da, appunto, forno in cui il fornaio dispone di un armadio frigorifero contenente bevande, per accompagnare il consumo di tranci di pizza all’esterno del locale alla stregua di street food.
Una cosa analoga succede negli Alimentari che consentono la degustazione di assaggi di salumi e formaggi sul posto, beninteso al di fuori del locale anche disponendo ivi tavolinetti e sgabelli, una specie di consumazione di tipo esperenziale; se poi ciò diventa somministrazione di cibo per fast food da consumare nella pausa pranzo allora occorre valutare se rientra in un cambiamento della ragione sociale dell’esercizio. La formula aurea, ma non per tutti, è quella di Eataly dove si può mangiare e comprare beni alimentari nello stesso tempo, nello stesso luogo, una interazione interessante. Un allargamento degli spazi di vendita, anche se non dei metri quadri del negozio, lo si ha nei giorni di mercato, a corso Bucci a Campobasso tutti i giorni, a corso Amatuzio a Boiano il sabato, quando le attività commerciali prospicienti a tali strade-mercato espongono le loro mercanzie sul marciapiedi antistante, magari al di sotto di una copertura provvisoria come un qualsiasi ambulante. Per dire come si sono mischiate le carte, oggi in un bar lungo la Statale tra Campobasso e Boiano vi sono scaffali che contengono oggetti in mostra, non acquistabili in loco bensì direttamente dall’azienda che li ha prodotti e li ha lasciati lì in visione. Nelle barberie, era un costume di decenni fa, spesso si vendevano i giornali, succedeva a Trivento, a Baranello, ecc.
I tabaccai attualmente sono anche sala scommesse, i bar hanno l’angolo giochi, in cartoleria si possono pagare le bollette, i giornalai vendono i biglietti dell’autobus e così via, vi è, in definitiva, una notevole intercambiabilità nei settori merceologici. Belle idee che portano alla commistione delle funzioni in un negozio le quali si scontrano abitualmente con le caratteristiche fisiche del vano in cui esso è allocato. Prima, però, di procedere alla disanima di questo aspetto, ma rimanendo sempre nel tema dell’adeguatezza spaziale si vuole rimarcare che anche qualora non incida sull’indirizzo commerciale del punto vendita la spazialità gioca un ruolo importante nel garantire l’efficienza dell’attività. Se la dimensione dell’ambiente è sufficiente è fattibile la collocazione, oltre al bancone presso il quale gli acquirenti si rivolgono all’esercente per l’acquisto di prodotti, di ripiani con sopra alimenti confezionati e quant’altro a disposizione dei clienti che li prelevano in prima persona per portarli alla cassa (sperando che non li rubino…) oppure, e qui entra in ballo un’altra connotazione dei negozi che è di natura sociale, quella di favorire l’incontro tra i consumatori permettendo loro di fare la fila discutendo del più e del meno tanto più piacevolmente quando più la stanza, stanzone ancora meglio, non è architettonicamente anonima, ritornando all’essenza del mercato che è l’occasione di scambi interpersonali.
È tempo per tornare alla tematica della struttura che ospita il negozio rilevando, innanzitutto, che essa non è mai un manufatto edilizio costruito allo scopo, il negozio in genere occupa il piano terra di un fabbricato residenziale. Se quest’ultimo è unifamiliare la famiglia che vi abita è quella del negoziante, non è abituale dare in affitto il livello terraneo del proprio immobile da utilizzare come attività di vendita; è una faccenda culturale, non la si può spiegare altrimenti e deriva dal lontano medioevo quando nei nostri paesi vi erano le case-bottega, si abitava sopra e si lavorava sotto. Nelle cittadine che sono popolate da palazzine pluripiano, quando il pianterreno è occupato da, esercizi commerciali, a volte supermercati, questi sono gestiti da operatori che non abitano nel condominio. In ogni parte del continente europeo, va evidenziato, è ammessa la destinazione mista, negozi, uffici, alloggi inseriti in un unico stabile.
Dal versante dell’architettura l’utilizzo commerciale in tali casi è improprio, il piano basamentale non è pensato dal punto di vista distributivo appositamente per la vendita, vedi il layout dei pilastri che può non risultare coerente con la disposizione delle scaffalature e le corsie per i carrelli. Negli organismi tradizionali i vani non avevano una destinazione univoca per cui si poteva assegnare a essi qualsiasi funzione. Da notare che i negozi non stanno mai ai piani superiori come invece aveva voluto Le Corbusier nell’Unitè d’Habitation.







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