È cima lì dove non vi sono alberi, c’è il vento e i panorami sono a 360 gradi

Una specie di vademecum per riconoscere se si è al cospetto di una vetta autenticamente intesa. Il Miletto lo è di certo. Il raggiungimento della stessa è oggetto di un’escursione prevista nel programma gite del 2026 del CAI Molise

di Francesco Manfredi Selvaggi

Il Sentiero Italia del Club Alpino Italiano che tende a valorizzare la rete sentieristica storica non tocca la cima di monte Miletto, passa più in basso e ciò perché essa non è posta lungo una direttrice di percorrenza del passato, i sentieri che la raggiungono vi si arrestano, non proseguono oltre, essa costituisce la meta. Al di là del fatto che, in generale, il vertice della montagna, quasi per statuto, non è un punto di transito vi è che, in particolare, non c’erano motivi per salire in vetta sulla sommità del massiccio matesino, il cotico erboso lì è magro, poco appetibile per gli ovini, per cui i terreni situati alle quote estreme del rilievo montuoso erano poco frequentati dai pastori. Non c’è alcun itinerario tradizionale per cui si sale fin lassù da un versante per scendere giù dall’altro. In età moderna, da quando si è andata affermando la pratica dell’escursionismo, la tendenza è cambiata, le zone ad altitudine superiore sono diventate le località di maggior richiamo per gli amanti delle camminate in montagna.

Fin dai decenni terminali del XIX secolo gli apici dei monti sono diventati un vero e proprio oggetto di culto vedi la prima ascensione invernale al Miletto del 1880 circa effettuata da Beniamino Caso, nonostante che il culmine del massiccio del Matese non abbia proprio una fisionomia alpina, la passione per le ascese nasce sulle Alpi. Nell’immaginario collettivo la conclusione di un monte deve essere qualcosa di piramidale, un picco ovvero un crinale affilato, una cresta, qui invece la morfologia dei luoghi nella striscia terminale di questo rilievo non è affatto aspra, è come se esso fosse stato smussato, il solo rimando alle asperità che connotano l’alta montagna è il circo glaciale posto immediatamente a valle del colmo del Miletto. Dell’alta quota il culmine del Matese insieme a tutta la fascia di territorio al di sopra dei 1800 metri, quindi anche la Gallinola e colle Tamburro, il limite attitudinale del bosco alla nostra latitudine, ha la caratteristica dell’assenza di alberi.

La mancanza di essenze arboree e inoltre il fatto di non essere riparato da altre emergenze montuose dal transito di masse d’aria in movimento svettando sul resto dell’Appennino centro-meridionale fa sì che la sua culminazione sia sferzata abbastanza continuativamente dal vento; la ventosità è un indicatore che ci conferma che siamo in un posto esposto e l’esposizione è un connotato delle zone che stanno a monte di tutto. Non è, comunque, l’essere ventoso un requisito in esclusiva dei posti culminali, anzi ad essere interessate dalle forte correnti d’aria sono innanzitutto le gole e i passi in cui tale elemento dell’atmosfera si incanala, sul Matese vi è significativamente il Guado della Borea. Riprendendo quanto detto in precedenza, la fascinazione per i punti più alti della crosta terrestre è una cosa relativamente recente legata non più al desiderio di avvicinarsi al cielo, dunque ad un innalzamento dello spirito, bensì alla passione che si era sviluppata già nel XVIII secolo per le scoperte geografiche. Furono le esplorazioni in terre sconosciute, i viaggi di ricerca soprattutto fuori dal continente europeo ad aver stimolato la formazione della scienza cartografica. La misurazione della superficie della Terra riguarda pure il Matese e così nel 1824 la Specola di Capodimonte incarica Leopoldo Del Re di calcolare a partire dal livello del mare l’altezza di m. Miletto che egli stabilì essere m. 2056 rettificati successivamente in m. 2050. Le montagne, dunque, non saranno da allora in poi incommensurabili, la loro parte sommitale non sarà più una linea che chiude l’orizzonte indefinita altimetricamente, un ambiente in cui si possono, appunto, ambientare storie di fantasia, l’Uomo delle Nevi di cui narra una leggenda matesina, un areale estraneo al contesto ordinario. A segnare tale nuova acquisizione di senso, quella di una porzione precisa, ben definita del territorio, non più un altrove, è la croce apposta sul suo limite estremo nel finire del 1800. Concorre a fare della vetta del Miletto un traguardo per le escursioni turistiche, non facilissime perché in sensibile salita, è accanto all’aspirazione di battere un primato, nel Centro-meridione non vi è nulla di maggiormente alto, l’amore per i panorami; una voluttà che aveva spinto, addirittura, al varo della legge del 1939, valida tutt’oggi, sulle bellezze naturali in cui è prevista la tutela delle vedute panoramiche. La groppa finale del Miletto da cui si possono scrutare contemporaneamente i due opposti mari nelle giornate limpide è sentita quale autentico belvedere, ci manca solo il cannocchiale fisso!

Ritornando all’incipit di queste note è da prendere atto che il vertice del massiccio matesino è escluso dal Sentiero Italia e se ne capisce la motivazione la quale essenzialmente è che il S.I. è un trekking di cui, di certo, una vetta non può diventare un posto-tappa; nello stesso tempo, va precisato, si ritiene che la “scalata” fino in cima possa costituire una variante del tragitto principale il quale tocca Campitello. Sarebbe nello spirito di questo lunghissimo itinerario pedonale che attraversa per intero la Penisola passando per una notevole varietà di paesaggi a tutte le isoipse, dalle curve di livello del mare a quelle collinari a quelle montane, la digressione, per chi voglia, verso la dorsale del Miletto il che costituirebbe un arricchimento dell’esperienza di viaggio.

L’unicità del Miletto, vogliamo tornarci su, di essere un osservatorio sulle contrapposte distese marine quando il tempo atmosferico è favorevole, che sta in una posizione privilegiata in quanto ci troviamo nel tratto in cui lo Stivale è più stretto e quindi l’Adriatico e il Tirreno sono più vicini, giustificherebbero la variazione proposta; con un buon binocolo, non servono ottiche di tipo professionale, si riuscirebbe a vedere nel medesimo momento se l’un mare è mosso e l’altro è calmo, giustappunto un bel-vedere.

Foto F. Morgillo

0 Comments

Lascia un commento

Login

Welcome! Login in to your account

Remember me Lost your password?

Lost Password