Il confine regionale è il monte più alto o quello che fa da spartiacque?

Le due cose potrebbero coincidere ma non è detto. Si espone il caso del monte Patalecchia, oggetto quasi ogni anno di una gita escursionistica da parte del Club Alpino Italiano, che pur essendo la vetta maggiore del Matese occidentale non è una terminazione tra bacini idrografici differenti
di Francesco Manfredi Selvaggi
Non è detto che a segnare il confine fra regioni debba essere il rilievo più alto. Nel Matese occidentale monte Patalecchia, m. 1400, supera in altezza la Punta Falasca, m. 1348, ma è quest’ultimo il limite del Molise; è bene dire che il Patalecchia è in una dorsale che si diparte dalla catena appenninica, l’unico caso di dorsale per l’intera lunghezza della montagna matesina. Il punto che segna tale dipartenza è Colle di Mezzo, in mezzo alle aree dove vi sono sorgenti, quelle del Callora e del Lorda. Il Patalecchia delimita da un lato la valle del Lorda, Punta Falasca sta sull’altro lato, quello che ci separa dalla Campania, la “frontiera” interregionale. Ciò che si sta descrivendo, va evidenziato, cioè la presenza di una vallata alle spalle del Patalecchia non la si percepisce percorrendo la strada di fondovalle che da Isernia porta a Bojano, una delle arterie più frequentate della regione. Dalla zona centrale del Molise, dal capoluogo molisano, il Matese appare come una linea continua, uno skyline unitario, un contrafforte che non ha interruzioni, non si coglie minimamente che il Patalecchia è avanzato rispetto al resto del blocco montuoso prosecuzione dell’Appennino. Così come non è una legge che le terminazioni fra territori regionali differenti siano i crinali più elevati neanche è una regola fissa che è necessario che il termine sia uno spartiacque fra bacini fluviali differenti e anche per questo aspetto ci affidiamo al medesimo tratto della, per così dire cordigliera, matesina. Lo “spezzone” di Matese dal quale emerge Punta Falasca è evidentemente una barriera tra le acque che si dirigono verso la Campania e quelle verso il Molise, è solo che sia le une che le altre appartengono al medesimo bacino fluviale, quello del Volturno perché il Lorda è un suo affluente. Peraltro se pure fosse stato assunto il Patalecchia quale delimitazione regionale perché è quello che sta alla quota maggiore all’interno di questa biforcazione del Matese la situazione sarebbe stata la medesima, le acque dei suoi versanti vanno sempre nel Volturno, su un fianco affluiscono al Lorda sul fianco contrapposto hanno quale recettore il Carpino che le conduce al Volturno. Solo il monte Miletto che è “a monte” della montagna matesina con i suoi 2050 metri costituisce la divisione tra i sistemi idrografici differenti, Volturno e Biferno non trascurando la circostanza che ciò significa che esso spartisce i flussi idrici diretti verso il Tirreno e verso l’Adriatico, cosa non da poco la divaricazione delle acque fra due distinte distese marine. Per comprendere la eccezionalità del Miletto non solo dal punto di vista dell’altitudine va notato che neanche il Mutria il quale lo spalleggia a est, il Patalecchia è a ovest, rappresenta una cesura tra bacini idrici, il bacino è unico, è quello del Volturno, dal fronte molisano l’acqua si riversa nel Tammaro che tramite il Calore sbocca nel Volturno. Si potrebbe obiettare che la configurazione regionale coincida con le fasce sommitali dei rilievi per via della loro invalicabilità come fossero sbarramenti. In riguardo alla valicabilità si riscontra che il Matese è quasi dappertutto svalicabile, non richiedendo sicuramente il suo superamento l’adozione di un approccio alpinistico all’ascesa neanche il Miletto. Il rilievo montano è attraversabile senza particolari problemi per larghi tratti, l’essere le curve di livello estreme segmenti, ovviamente curvilinei non retti, del perimetro amministrativo comune al Molise e alla Campania e financo le linee di divaricazione fra i due mari delle acque non implica che ci siano ostacoli ai camminamenti che abbracciano le due regioni. Passiamo ora ad altro: non è difficile scavalcare le vette è notevolmente più difficile raggiungerle. Affermazione ancora più vera se si parte dal fondovalle, dai 400 metri del fondo della valle di Bojano. Vi è un tratto, in verità di estensione ridotta, in cui la montagna precipita “a picco” nella vallata, cioè non vi è la mediazione di pianori come quello di Campitello che spezzano la discesa in due tronconi. Il primo salto, più breve, dai m. 2050 di m. Miletto ai circa 1400 metri circa della serie di piane, ancora Campitello, Capo d’Acqua, Campo delle Ortiche, le quali si susseguono 600 metri sotto, il secondo balzo è di oltre 800 metri per toccare le pendici del massiccio. Ancora più impressionante è la discesa, ponendosi al di sopra della parete rocciosa sovrastante la Grotta delle Ciaole; qui si ha una vertiginosa calata (non caduta!) dell’emergenza montuosa verso il piano quasi 1000 metri di dislivello. Tale interruzione dell’andamento “zoppo” caratteristico del rilievo matesino porta con sé evidentemente che non vi sia continuità dell’altopiano, delle superfici pianeggianti collocate in quel gradone intermedio, si determina un di qua e un di là del Miletto, ci stiamo riferendo, vale la pena ricordarlo al lato molisano, da una parte i pianori o conchette già citate e dall’altro Campitello di Roccamandolfi cui segue una sequenza di vallette afferenti a Guado La Melfa. L’elemento di rottura decisivo, un’autentica voragine, è rappresentato dai Circhi dell’Aquilania in combinato disposto con il Vallone Grande e lo Sfonnaturo. Si viene a perdere quella strana sensazione di camminare in montagna andando in orizzontale invece che in verticale come si converrebbe in una zona in altitudine. La frattura predetta impedisce di percorrere il Matese in lungo, longitudinalmente, rimane la possibilità di percorrerlo in largo, trasversalmente, mettendo in conto che partendo dal basso dopo lo stacco da terra, un bel po’ dopo, si ha un ripiano, il gradino di cui sopra, la pedata è un’area di riposo, i pianori per poi riprendere l’ascensione e raggiungere la mitica Terra di Lavoro, che sta al di là del monte, roba da intenditori!
ph. F. Morgillo-Monte Miletto






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