Riempire un castello vuoto

I castelli-recinto abbastanza numerosi nella nostra regione hanno al loro interno uno spazio libero per il quale è difficile immaginare una appropriata destinazione d’uso. Così si verifica anche per il castello Monforte il quale in epoche passate venne svuotato dai volumi che sicuramente erano presenti in quella che ora è una grande corte. Alcune considerazioni sul restauro eseguito

di Francesco Manfredi Selvaggi

L’intitolazione del progetto è restauro del Castello Monforte e, però, tale operazione avrebbe potuto avere pure un altro titolo, quello di rifunzionalizzazione del predetto maniero. Occorre precisare che con il termine rifunzionare non vi è inteso dire restituire alla struttura castellana la funzione originaria perché, come succede nel caso in ispecie, rifunzionamento può significare anche assegnarne una nuova. Questa cosa è fattibile per il nostro castello caratterizzato da una non consueta semplicità architettonica, un ampio cortile affiancato da un mastio, la quale non pone limiti ad usi diversi; qui, peraltro, si è intervenuti solo sulla corte per cui si è trattato esclusivamente di riempire un “vuoto”. È uno spazio privo di condizionamenti di alcun tipo che era stato, appunto, svuotato in passato dai manufatti che sicuramente vi insistevano, a più piani peraltro, lo denunciano le file di aperture sulle mura di contorno. Con una immagine letteraria, proprio alla lettera, questa cavità si presenta come una sorta di foglio bianco su cui è possibile scrivere quel che si vuole; addirittura di fronte ad una pagina sgombra si resta smarriti, la sindrome dello scrittore. Una sensazione analoga, di sbigottimento, devono averla provata i progettisti del restauro in quanto la committenza, lo si deduce da quanto è riportato, anzi non è riportato nel cartello di cantiere, non aveva indicato la destinazione da attribuire all’antica fabbrica ovvero di luogo per spettacoli all’aperto, oltre che di incontro e di sosta, che è quanto è venuto fuori dai lavori. Da quanto esposto emerge che la scelta effettuata non era l’unica praticabile, si sarebbero potuti individuare altri indirizzi da dare allo spazio, mettiamo un giardino alla maniera degli hortus conclusus, alla giapponese senza o con il prato; qualora si fosse optato per ciò invece del manto erboso si sarebbe potuto stendere sulla superficie uno strato di ghiaino, meglio ancora di stabilizzato, lo stesso impiegato nelle pedate dei gradini all’ingresso. Quale che sia la pavimentazione, anche quella alla fine prescelta, si sarebbero potute poggiare delle installazioni artistiche permettendo la circolazione delle persone fra tali oggetti d’arte, a mo’ di mostra all’aria aperta. Beninteso, va precisato, non è l’utilizzo che giustifica il restauro il quale va fatto per salvaguardare la testimonianza storica, lo sanno tutti, e non per “sfruttare” l’organismo edilizio, per metterlo in valore alla stregua di uno stabile da cui trarre una utilità, basta quella di emergenza culturale. Non è vero neanche che se non è utilizzabile un monumento rischia di andare in rovina, non si ha interesse alla sua conservazione, il castello Monforte ha ragioni da vendere per richiedere di essere tutelato, una per tutte è l’essere il simbolo del capoluogo regionale. Di precisazione in precisazione, non era scontato che questo ampio “buco”, la corte, rimanesse un’area libera, in alternativa era ipotizzabile la ricostruzione dell’edificato scomparso del quale, però, vi sono troppe poche tracce il che avrebbe portato ad un restauro più che “stilistico” di fantasia. Si è avvisato poco fa che si procedeva per precisazioni successive ed eccone un’altra. Vi è stato un tempo, non molti decenni fa per la verità, in cui l’attenzione degli organi di tutela era rivolta principalmente al mantenere l’integrità dell’aspetto esteriore del manufatto vincolato, meno interesse era dedicato all’assetto interiore dello stesso; ovviamente tale azione restaurativa che pone l’attenzione massima all’involucro, il “contenitore”, permettendo lo stravolgimento, la sala convegni ricavata nel Palazzo Iapoce sede della Soprintendenza medesima, del “contenuto”, quanto vi è dentro all’immobile, non è minimamente quella condotta nei lavori eseguiti sul castello Monforte, ci mancherebbe altro. Un simile rischio qui non è stato corso perché non c’è stato nulla, pur volendo, da sconvolgere, non c’era niente, un’assenza, di volumi, nessuna presenza. Si ritorna ora all’osservazione iniziale quella relativa all’intestazione del progetto nella quale si rilevava che sarebbe stato lecito denominarlo operazione funzionale alla riattivazione di questo bene storico, aggiungendo adesso che i lavori riguardano un pezzo dello stesso e non l’intero. Non c’è alcunché di male (per carità!) che l’iniziativa di restauro si sia concentrata, almeno il lotto che si è concluso, su un’unica porzione dell’opera, il cortile, la scala dell’intervento in manufatti così consistenti è consentito che vada dalla piccola alla grande, dall’insieme al particolare, ma è bene comunque che il predetto lotto sia funzionale completandolo con la sistemazione del sotterraneo, almeno di un pezzettino, in modo da assicurare ai turisti e agli operatori che presidiano l’entrata alla struttura castellana la fruibilità di servizi igienici, l’ascensore c’è già. Infine ci si vuole soffermare su un concetto applicabile a tutto il mondo delle costruzioni, comprese le opere pubbliche, che è la reversibilità del costruito partendo da una considerazione la quale è che i gusti cambiano e inoltre mutano le esigenze di attrezzature civiche. Vale a dire che occorrerebbe nella fase di progettazione prevedere la possibilità di smontaggio delle componenti edilizie che si vanno a predisporre, da riutilizzarsi in altro sito o da rimontarsi persino “in situ” con una loro disposizione diversa in modo da ottenere una differente configurazione dello spazio funzionale. Un discorso identico è valido per gallerie d’arte allo scoperto, idea che si è ventilata prima, in cui dovrebbero cambiare con una certa frequenza le sculture o gli elementi di design o chissaché li esposti. Ciò, sia le sembianze rinnovate sia la sostituzione periodica delle opere d’arte in mostra servirebbero a stimolare visite ripetute alla rocca. Un post scriptum al quale non si rinuncia è che non basta la reversibilità perché necessita anche la riciclabilità dei materiali edili i quali altrimenti al termine del loro ciclo di vita sono destinati a finire in discarica mentre potrebbero costituire, nell’ottica dell’economia circolare, una risorsa, una “materia prima seconda”. La finalità della sostenibilità ambientale dovrebbe diventare un caposaldo anche delle politiche per la conservazione del patrimonio culturale.

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