Infeudamento ovvero incastellamento

È impressionante la quantità di opere fortificate che vi sono qui da noi. L’onerosità della costruzione di castelli e mura urbiche ci rivela che la sicurezza era in cima ai pensieri dei nostri lontani progenitori
di Francesco Manfredi-Selvaggi
Alcune annotazioni, l’una di seguito all’altra, relative al rapporto tra nuclei urbani e sistemi difensivi. La prima è che non è dato che vi siano insediamenti abitativi privi di castello e quando ciò accade c’è un preciso perché il quale è che si tratta di paesi, sono 5 in tutto, nati come colonie dell’Abbazia di S. Vincenzo al Volturno per cui non sottoposti al regime feudale. La seconda è che i borghi fortificati da allora, dall’età normanna durante la quale ebbe origine il fenomeno dell’incastellamento, non sono aumentati di numero con la precisazione necessaria, per prevenire una possibile obiezione, che Roccaravindola e Montaquila pur rientrando nel medesimo perimetro comunale non sono frutto di uno sdoppiamento del municipio in quanto stanno lì da sempre e tutti e due muniti di un’opera castellana. Allorché si viene a verificare una crescita di popolazione non si ha la fuoriuscita di parte degli abitanti, la quota per così dire in eccesso, per fondare un nuovo insediamento con l’eccezione di Civitanova derivante da Civitavecchia, oggi Duronia, due agglomerati assai prossimi.
Di fronte a tale eventualità si ha piuttosto un allargamento delle murazioni cittadine ed è questa la situazione di Campobasso cresciuta per anelli murari successivi, un accrescimento che si è dovuto arrestare quando la città ha ormai conquistato il piano, luogo difficilmente difendibile con mura. La terza annotazione riguarda la mancata sovrapposizione degli insediamenti altomedioevali alle fortezze sannitiche e anche a questo proposito troviamo delle deroghe alla regola che sono costituite da Montevairano e Terravecchia, cinte sannite evolute in unità urbanistiche al momento dell’entrata in contatto dei Sanniti con la civiltà della Magna Grecia, incontro avvenuto nel IV sec. a.C., della quale recepiscono il concetto di polis. Generalmente i siti fortificati preromani non erano idonei a trasformarsi nell’ “età di mezzo” in abitati perché ubicati troppo in alto; la collocazione altimetrica non era favorevole per comunità dedite prevalentemente all’agricoltura, non più alla pastorizia in modo esclusivo.
Le mura italiche, dunque, pur potenzialmente un apparato costruttivo capace di garantire protezione non vennero riutilizzate, ma neanche quelle realizzate dai Romani tanto è vero che fra le murazioni degli antichi municipium si sono salvate solo, e in maniera integrale, quelle di Altilia che, però, è una ghost town; vale la pena evidenziare che i Romani avevano un vero e proprio culto delle mura e lo sta a testimoniare proprio Saepinum. Passiamo adesso a vedere, tenuto conto delle annotazioni di cui sopra, la situazione di un’area campione, quella matesina. È davvero sorprendente la continuità temporale delle entità comunali, qui come altrove, tante hanno raggiunto i 1000 anni di vita, segnalando che Boiano si distingue perché, nata come colonia di Roma, ne ha il doppio.
La nascita dei Comuni, la loro comparsa è avvenuta, lo si ripete, con il processo di feudalizzazione voluto dai Normanni e l’assetto municipalistico da allora è cambiato poco. Nella fascia pedemontana del Matese il numero di realtà municipali, in maggioranza piccolissime, sempre con l’eccezione di Boiano, per abitanti è elevato specie se si considera che gli agglomerati abitativi in linea d’aria sono assai vicini. Tale vicinanza la si spiega con il fatto che i loro territori si sviluppano in verticale, dal piano al monte, delle strette e lunghe strisce che contengono un po’ di pianura, un po’ di collina e un po’ di montagna, con i nuclei residenziali i quali sono baricentrici che si concentrano nella fascia collinare per cui vengono a trovarsi a poca distanza fra loro. Per quanto riguarda la struttura insediativa va detto che in essa vanno ricompresi i molteplici nuclei rurali i quali non sono concentrati nella medesima fetta di territorio orizzontale bensì sono sparpagliati nell’agro. In gran parte dei Comuni dell’ambito matesino, Boiano a parte, la somma delle borgate, in termini di abitanti, se non è uguale poco ci manca al borgo, cioè al capoluogo comunale.
Sono da evidenziare sul tema 2 cose: 1) le borgate hanno una datazione piuttosto recente, 2 secoli al massimo, manifestando peraltro una minore forza di permanenza rispetto a quella del borgo, la frequenza di abbandoni delle stesse è abbastanza significativa (a S. Massimo, per esempio, sono scomparse le frazioni Farano e Castelluccio); 2) unicamente il polo comunale risulta fortificato anche se il nome di una borgata di Boiano ci rivela, Castellone, che lì vi era un addirittura grande castello. Siamo rimasti nel vago finora nel parlare di fortificazioni, è giunto adesso il tempo di effettuare delle distinzioni. Cominciamo da quelle terminologiche: il castello vero e proprio è la rocca come quella di Roccamandolfi da cui questo paese trae la sua denominazione, mentre per i centri che vengono chiamati castello (Castelpizzuto, Castelpetroso, ecc.) per castello va inteso non un maniero ma una terra murata. A Vastogirardi, è un unicum, castello e borgo fortificato coincidono. Neanche è da credere che esistano sempre delle mura a difesa dell’aggregato antropico in quanto queste, si verifica unicamente a Boiano, possono essere sostituite da un corso d’acqua, il Calderari, il quale funge da fossato o più probabilmente si trasforma in palude e ciò va bene lo stesso allo scopo.
Oltre a contribuire alla sicurezza cittadina il Calderari alimentato com’è da acqua di sorgente per i suoi pesci è utile all’approvvigionamento degli abitanti, in particolare durante gli assedi. A dire il vero sarebbe stato meglio avere fossato più mura, non fosse altro che esse sono un decoro per la città, vedi Fornelli, ma tant’è.




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