In chiesa quadri e statue, un duplice approccio devozionale

Di fronte alla raffigurazione scultorea di un Santo o di una Divinità, il fedele è come se si trovasse al Suo cospetto, mentre i dipinti raffiguranti scene delle Sacre Scritture o della Vita dei Santi hanno una funzione edificante. Vediamo l’interno della chiesa-madre di San Massimo

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Guardando dall’interno la parrocchiale di San Massimo emerge la contrapposizione netta tra due tipi di espressioni artistiche, i quadri e le statue, anche in relazione alla loro collocazione nello spazio sacro, le raffigurazioni pittoriche sono situate sulla “sfilza” di altari che occupa i setti murari delimitanti lateralmente l’aula e quelle scultoree nel transetto. La differenziazione non riguarda, comunque, solo la posizione di queste opere d’arte perché è relativa pure, e soprattutto, alla loro “ragione sociale”: vi sono immagini dedicate al saluto, ad salutatione, e quelle, invece, alla memoria, ad memoria, memoria di momenti edificanti. Le statue, a meno che non si è al cospetto di gruppi scultorei che rappresentano un avvenimento venerabile come è, ad esempio, il presepe con i suoi protagonisti in miniatura che ci rimanda alla Natività di Cristo, sono la concretizzazione, in cartapesta o in legno o un semplice manichino rivestito di stoffe a foggia di abiti, di quel dato personaggio riconosciuto santo o di una certa figura celeste oggetto di venerazione dei fedeli i quali rivolgono loro preghiere per ottenere grazie.

I dipinti, salvo quelli che ritraggono un unico soggetto sia esso un Santo, la Madonna o Gesù nel qual caso sono anch’essi, alla stessa maniera delle riproduzioni plastiche, a tutto tondo, destinati alla salutatio, sono una faccenda diversa perché costituiscono la rappresentazione di un avvenimento del Vangelo o di qualche miracolo di un Essere Divino oppure di un Santo e, dunque, invitano alla commemorazione che è a dire alla “memoria” del fatto memorabile narrato sulla tela, tavola o muro; da tenere in conto che nel medioevo e fino a tempi abbastanza recenti l’analfabetismo era diffusissimo per cui le illustrazioni nelle chiese sostituivano i testi scritti, le pareti degli edifici di culto erano come le pagine di un libro. Mettiamo ora da parte questo tema e passiamo a quello della trabeazione la quale correndo lungo tutto il perimetro dell’ambiente chiesastico, anche nel vano absidale, neppure l’arco trionfale la interrompe, essa unifica l’interno; in verità, la trabeazione non la si coglie nella sua interezza perché nascosta alla vista dall’organo nel fronte d’ingresso.

Una precisazione: più propriamente la trabeazione la si dovrebbe definire cornicione in quanto come si conviene ad un cornicione ha il bordo superiore rialzato dovendo sorreggere la gronda, mentre la trabeazione è una modanatura architettonica simile ad un architrave, è ovvio assai allungato il quale non ha sporgenze, né superiori né inferiori. Ciò che manca per definirla comunque trabeazione è la serie alternata di triglifi e metope, ma non siamo mica in un templio greco! La trabeazione è in concordanza con le lesene. Queste si sovrappongono ai pilastri che scandiscono le pareti della navata sui quali si impostano gli arconi a tutto sesto ospitanti ognuno di essi un altarino; le lesene si concludono con capitelli a mo’ di festoni proprio come fanno le colonne nell’architettura templare nel ricongiungersi con la trabeazione e così la corrispondenza di cui sopra è bella e fatta.

Le lesene, comunque, proseguono, dopo l’interruzione dovuta alla trabeazione, anche oltre la stessa, cioè raggiungono la copertura e, però, non si può parlare di un secondo ordine di lesene perché in tale continuazione esse non hanno più in sommità, quindi a contatto con il soffitto, capitelli apparendo esclusivamente come ringrossi del maschio murario. Non risponde, ad ogni modo, l’ispessimento della sezione del muro solo ad un’esigenza estetica, mettiamo conferire maggiore corporeità in quel tratto al setto affiancato a tratti di spessore inferiore per ragioni chiaroscurali, in quanto l’irrobustimento ha, soprattutto, motivazioni strutturali. A questo proposito bisogna evidenziare che si sono manifestate da un po’ di tempo nel prospetto laterale della chiesa che volge verso il municipio delle lesioni le quali potrebbero essersi verificate, sono necessarie analisi approfondite sulla struttura della fabbrica, esattamente lì dove la sezione muraria è meno spessa ovvero più sottile e perciò al di sotto dell’imbotto dell’arcone, nell’incavo, poco profondo sotteso a tale arco e delimitato dai piloni squadrati che in precedenza avevamo definiti pilastri, meglio semipiloni e semipilastri.

È, se l’ipotesi appena formulata è corretta, un lesionamento poco preoccupante poiché interesserebbe, notare il condizionale, brani di muratura non portanti, sostituiti nel compito di portanza del tetto dagli archi, quindi semplici tompagni. Si è detto degli archi perciò è inevitabile far entrare in gioco l’arco più grande, l’arco trionfale che separa l’aula dall’abside. Esso, la sua chiave di volta, raggiunge quasi il soffitto da cui lo distanzia unicamente il cartiglio contenente l’iscrizione celebrativa che è nel colmo. Il suo diametro è ampio arrivando ad occupare, ricordiamoci che immaginariamente delimita una cavità, una sorta di enorme buco, una consistente fetta del diaframma ideale che si frappone tra la zona absidale e la sala. L’arco trionfale, il suo ingombro viene a costituire un bel pezzo della parete di fondo, sfondata, non c’è nessun gioco di parole, dall’arco medesimo, tale da divenire una sorta, in coincidenza con l’arco, di velario trasparente, invisibile, determinandosi un vuoto mentre gli accessi alla sagrestia e al campanile quando le porte sono chiuse sono dei pieni.

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