Il castello non è una pizza, non può essere diviso in spicchi

Il castello di cui si parlerà è quello di Macchia d’Isernia facendo precedere tale discussione da alcune osservazioni sulla non suddivisibilità del maniero all’epoca dell’ancien regime. La struttura castellana deve rimanere un blocco unitario, non può essere alienata alcuna sua parte né può essere ripartito fra gli eredi, tocca tutto al primogenito
di Francesco Manfredi Selvaggi
Un castello vigente il feudalesimo non poteva essere suddiviso in parti al momento della successione ereditaria. Infatti il feudatario era il possessore durante l’ancien regime del feudo, non ne era proprietario secondo il concetto di proprietà che abbiamo ora il quale è quello di piena disponibilità del bene per cui con l’atto testamentario possiamo frazionarlo tra più discendenti. Il castello non poteva essere smembrato, veniva trasferito in un blocco unico al primogenito. Dunque, lo si ripete, non lo si può suddividere in pezzi arrivando, magari, ad alienarne una porzione, deve rimanere un’entità unitaria.
Tale vincolo, a ben pensarci, rappresenta un onere gravoso per il titolare del feudo che non può disfarsi per fare cassa di alcuna parte della struttura castellana, mettendola in vendita, quando vengono a mancare le esigenze per le quali si era proceduto, poteva benissimo capitare, ad un ampliamento dell’immobile in secoli passati. Vi erano volumi che erano diventati nel tempo inutili perché inutilizzati, metti la stalla per cavalli quando sono sopraggiunte le armi da fuoco non aveva più senso la cavalleria oppure i locali per l’alloggiamento delle truppe a servizio del feudatario allorché si crearono gli eserciti statali, il Vicereame di Napoli è il primo e, a lungo, il solo stato nazionale della Penisola. Con la fine della feudalità diverse, per così dire, ali del maniero persero la loro funzionalità iniziale, si pensi alla corte di giustizia, ed addirittura non si riesce a comprendere che funzioni avessero avuto. Di primo acchito in relazione alla costruzione di uno stabile così grande ciò che viene in mente, ci stiamo riferendo ovviamente al castello di Macchia d’Isernia, è che l’obiettivo della sua edificazione fosse quello di prendere possesso della striscia sommitale del rilievo sul cui versante si attesta l’abitato costruendo una unità immobiliare assai estesa nonostante non si avesse veramente bisogno di tutta quella volumetria.
L’impossessarsi fisicamente della fascia conclusiva dell’altura non è, comunque, un’azione dettata da un istinto primordiale, irragionevole, un gesto primitivo di riempire per riempire con un maximanufatto quel sito appena rilevato in capo al poggio, un rialzo topografico di forma allungata sul quale si va a distendere la struttura castellana che perciò si sviluppa in lunghezza. L’entità, considerevole, della costruzione non dipende neanche, di certo, da una pulsione esibizionistica, lo status della dinastia baronale collegato alla grandiosità dell’opera bensì dalla necessità di creare una barriera che delimitasse a monte per proteggerlo l’insediamento residenziale. Il manufatto castellano si viene così a trovare integrato nel perimetro delle mura urbiche. Due sono i punti di tangenza tra castello e murazione urbana situati ai vertici opposti della residenza feudale. In quello che sta più in basso si apre il varco che ha fattezze di vera e propria porta, l’ingresso privilegiato all’abitato; la porta, che, lo abbiamo appena detto, ha la fattura di una classica porta di centro medioevale è sormontata da una caditoia, un dispositivo per la difesa piombante ed è sormontata, al di sopra della chiave di volta dell’arco, da due stemmi.
Tale porta sta a contatto tra castello e mura, non appartiene a nessuno dei due o meglio appartiene ad entrambi, cosa non da poco se si confronta questo stato di cose con quanto avviene altrove dove generalmente è incorporata nel maniero, vedi Vastogirardi in cui è inserita nel Palazzo dei Petra oppure Scapoli dove la porta è sottostante al palazzo Battiloro ed anzi in questi due esempi citati la porta del borgo può essere scambiata con la porta della residenza feudale. Si è anticipato che i momenti di “quasi” contatto, quelli in cui il periplo fortificato del villaggio e la fortezza tendono a toccarsi sono due, uno lo abbiamo visto che è quello attitudinalmente inferiore ora ci tocca entrare nel merito di quello che in quanto ad altitudine è superiore. Qui non si tratta di una porta con tanto di portone, ma di un restringimento della percorrenza tra il dentro e il fuori dell’abitato, un passaggio stretto, senza infisso, i battenti di chiusura. A garantire il controllo dell’accesso al paese è l’accoppiata torre e campanile in mezzo alla quale occorre passare per uscire ed entrare nell’ambito urbano.
La torre è di pertinenza del castello, la torre campanaria della chiesa parrocchiale. La torre annessa al castello è non solo a fianco dell’apertura posta più in alto come si è già detto, ma anche alla quota maggiore dell’insieme urbanistico; essa che, in effetti, è un torrione per la sua posizione elevata potrebbe essere considerata quale elemento generatore dell’aggregato costruttivo. Si aggiunge che non è una novità che la torre sia vicino ad una entrata, il punto-forte compensa il punto-debole, è singolare, invece, la mancanza di una torre che affianchi la porta “ufficiale” del borgo. La torre adesso semicilindrica e non parallelepipeda come il torrione la ritroviamo a lato del portone che introduce alla sezione del castello trasformata in residenza signorile.
Brevi annotazioni in conclusione: i corpi di fabbrica, diversi di loro, che appartengono alla struttura castellana non sono intercomunicanti fra loro e a livello di copertura si riscontrano divergenze tra le falde il che sta a indicare che il castello è un complesso edilizio formatosi in più fasi senza un disegno organico.





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