Un sì detto alla vita… la nuova raccolta poetica di Raffaela Fazio

di Giovanni Petta
È uscito, per Giuliano Ladolfi Editore, «Chiuda gli occhi, signor Schopenhauer», la nuova raccolta poetica di Raffaela Fazio. Con una prefazione davvero introduttiva di Sara Ferrari e una postfazione davvero conclusiva di Paolo Pera, il lavoro si offre come chiave di lettura efficace, e necessariamente non risolutiva, della fenomenologia umana e della contemporaneità complessa e disordinata.
Raffaela Fazio si fa carico di tale responsabilità, come scrive Paolo Pera, con il «proposito di volgere il magma della riflessione teorica nella fertile terra vulcanica della parola poetica». Compito non semplice ma riuscito per la capacità di mettere la tecnica al servizio del canto, il lessico al servizio della precisione del pensiero da comunicare, la sintassi al servizio della fluidità del verso.
In un andirivieni controllato e misurato tra pensiero e materia, tra riferimento filosofico e comunicazione della propria personalissima essenza, il libro si propone luminoso, aperto alla vita, in una equilibrata predisposizione “a tutto”; con una disponibilità priva di giudizio ma non di discernimento nei confronti dei fenomeni cosmici. L’infelicità sembra prodotta solo dalla rinuncia.
E su questi temi Raffaela Fazio si confronta con i grandi filosofi dell’età moderna, in un colloquio rispettoso ma privo di ossequio. L’osservazione del presente coglie la mutevolezza insita nell’istante. “(non si sgroviglia / un moto da altro moto…)”. Il procedimento diventa il risultato piuttosto che lo strumento per arrivare alla verità. Il linguaggio non basta a cogliere il reale, l’essenza è dentro il mutamento continuo… l’amore nel Canto della Durata di Handke.
“…ogni lavandaia attenua il buio / di quella a lei vicina.” La complessità dei fenomeni e l’impossibilità di tenere tutto sotto controllo potrebbe essere motivo di angoscia. Ma il dolore di ogni altro uomo rende sopportabile il proprio (“Tutto è connesso / – trama di un unico velario”). Non è una “social catena” ma un centro di gravità, quanto più possibile permanente, che permette al singolo individuo, pur nella mancanza di socialità peculiare del nuovo millennio, pur nella solitudine più impermeabile, di trovare l’energia e il modo per resistere senza disperarsi, per vivere senza stupirsi della presenza del dolore nel mondo ma meravigliandosi, “invece”, della bellezza presente nella materia e nell’immateriale… “Il fatto in sé è vuoto / se si omette / la vena sottotraccia / o il fuoco al centro / di ogni avvenimento.”
La “missione eterna / di arpionare il senso / scalare un fiore” viene condotta con lucidità straordinaria, con una sobrietà che restituisce dignità all’essenza dell’umanità e dell’uomo; un uomo capace di vivere, consapevole della sua condizione, e, addirittura, di immolarsi per la vita del suo simile in un “salto (vertigine imprevista) / (…) / così, contro-natura?”
Il libro è diviso in tre sezioni. Nella prima, che ha lo stesso titolo del libro, si dialoga con i filosofi. Nella seconda, “Vivo in mezzo ai vivi” si dialoga − se possibile − con se stessi e in modo − se possibile − più intimo. Nella terza, “Gli iris di Van Gogh” si dialoga con la bellezza in un’atmosfera di ringraziamento necessario… un inchino a quell’energia necessaria per attraversare il dolore, la vita… “perché la vita / se rinasce, rinasce dalla morte / a oltranza.”









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