Gradevole da lontano, sgradevole da vicino

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

In lontananza un edificio può risultare compatibile con uno scorcio panoramico ampio mentre se esso si restringe, cioè in vicinanza, esso, meglio alcuni suoi particolari è incongruo con le valenze paesaggistiche.

Tra i criteri di valutazione dell’inserimento di un opera architettonica nel paesaggio vi è, di certo, al primo posto quello della sua collocazione, cioè dell’effetto che produce sul contesto quel manufatto preso come volume; qualora venga ritenuta ammissibile quella massa volumetrica, sempre in relazione al quadro visivo in cui si inserisce, quindi non in sé stessa, si passa all’esame della sua particolare forma e se anche questa viene considerata accettabile paesaggisticamente ci si sofferma sulle componenti dei prospetti, materiali e dettagli costruttivi.

Che sia più importante il tema delle caratteristiche dimensionali rapportate all’ubicazione è sancita fin dall’inizio dell’attività di tutela delle “bellezze naturali” perché il regio decreto emanato nel 1940 aveva stabilito che per il rilascio dell’autorizzazione paesaggistica si dovesse tener conto delle “linee essenziali delle opere”. Nell’applicazione che si è avuta in seguito della normativa ha avuto spazio anche, nelle istruttorie condotte dagli uffici preposti, la lettura dei caratteri formali e della conformazione dei particolari delle facciate, i quali, comunque, costituiscono fatti secondari.

Vi è quasi un passaggio di scala muovendo da un campo, con espressione fotografica, aperto ad uno intermedio fino a quello ravvicinato. Ciò che conta maggiormente, peraltro, in linea con il decreto del re, è l’effetto che produce il fabbricato (o ponte viario o muro di sostegno, ecc.) in lontananza poiché un largo raggio di visibilità coinvolge un numero di persone che potenzialmente lo osservano, superiore a quello di una veduta da vicino.

Per dare un dato quantitativo e esemplificando in una zona di pianura mezzo chilometro (se l’aria è tersa) per una casa di due piani è la distanza entro la quale si riesce a leggere la sagoma dell’edificio e non il colore salvo cogliere che le tinte dei muri siano di tonalità chiara o scura; è a 100 metri che si scorgono i connotati dell’architettura e avvicinandosi ulteriormente si distinguono le partiture delle murazioni, ad es. la zoccolatura, il cornicione e la fascia marcapiano, le bucature con le eventuali incorniciature, la tessitura muraria se in pietra faccia vista o mattone oppure l’intonaco, magari rustico nella parte basamentale e ingrossato agli angoli a ricoprire i contornali o semplicemente scialbato in certe dimore tradizionali.

La metodologia che ora si è esposta è alla base della direttiva formulata dalla Regione nel 2005 per fornire indirizzi alla propria struttura agli enti subdelegati da seguire nell’attività istruttoria delle pratiche edilizie ricadenti in aree vincolate. Nel caso delle sanatorie, con eccezione dei condoni dove sono presenti incrementi di superficie di altezza, gli abusi riguardano, secondo una interpretazione della normativa e della conseguente giurisprudenza, l’immagine della costruzione alterata da modifica delle aperture, dal trattamento parietale, dalla scomparsa di qualche segno caratteristico tipo il portale o la scala esterna; pertanto siamo dentro al terzo livello della lettura della costruzione.

Le prescrizioni opportune da imporsi devono tendere a minimizzare l’impatto sulla percezione delle parti abusive, nella considerazione che quella per l’effetto visivo è, per quanto detto sopra, l’attenzione prioritaria da porre nella verifica della compatibilità paesaggistica di ciò che è stato eseguito. Occultare alla vista le cose irregolari comporta, ovviamente, nascondere, almeno parzialmente, anche tutto il resto, pur se realizzato in modo regolare, e, perciò, è necessario che lo sconvolgimento prodotto dall’abuso sia notevole. Significa operare sugli spazi liberi di pertinenza di tali fabbricati, presenti quando essi sono isolati in campagna oppure sono dotati di giardino come accade per le case a schiera; si riconosce che si tratta non dell’intero, bensì di una parziale, comunque ampia, dell’edificato nella nostra regione.

L’obiettivo enunciato lo si raggiunge attraverso la piantumazione di vegetazione la quale non va intesa quale operazione di mero mascheramento in quanto utilizzando in termini appropriati lo strumento del verde (spesso il solo a disposizione) si riesce a mettere in relazione il manufatto con l’intorno paesaggistico. Va, poi, sottolineato che l’ambito esterno della costruzione in una composizione architettonica ispirata all’ambiente è parte integrante dell’intervento costruttivo; non è scontato che la superficie, al di là della sua estensione, trattata a giardino sia il corollario della residenza, potendosi riscontrare a volte l’opposto cioè che esso sia più espressivo della struttura edilizia, di cui è funzionalmente a servizio.

Quando il lotto coincide con l’impronta del corpo di fabbrica, senza, dunque, alcun pezzetto residuo di terreno a disposizione per la messa a dimora di piante, allora come accade nei centri abitati, la cura va posta nel trattamento cromatico dei fronti della costruzione che è quello che si nota da lontano secondo quanto esposto prima. Un’avvertenza doverosa è che il colore nel tempo si affievolisce per cui se non si rinnova la tinteggiatura di tanto in tanto viene a vanificarsi l’azione che si va a condurre. Anche per questa casistica vale l’osservazione che l’alterazione conseguente all’abuso sia significativa.

La colorazione riesce a conferire una qualche dignità al fabbricato se essa serve ad attribuire un carattere al prospetto. Si disegna con il colore lo zoccolo della parete e la linea terminale all’altezza della gronda, i riquadri delle finestre, con o senza le strisce di intonaco a rilievo, i bordi delle facciate, a mò di cantonali, ecc.. Ma si dirà che tutto, questo ha poco a che vedere con la veduta prospettica, riguardando particolari della fabbrica che si apprezzano quando ci si approssima ad essi.

A ben riflettere, invece, si può condividere che oltre a produrre il disegno del fronte si ha una suddivisione di quella che sarebbe stata un’unica macchia di colore in diverse campiture: se tale fronte è esteso ciò ha l’effetto di riportare l’immagine dell’opera architettonica in moduli visivi ristretti assolvibili meglio negli scorci panoramici ed in linea con le abitudini visuali della popolazione molisana legate ad una edificazione minuta. Quando ci si abitua a qualcosa poi non la si nota e questo, quello dell’amalgama dell’edificio interessato dall’abuso con il costruito esistente, specie storico, in regione è la finalità precipua di una simile prescrizione paesaggistica. Quelle suggerite in precedenza sono alcune delle operazioni praticabili di certo dove ricorrono le condizioni per “sanare” costruzioni ma ve ne possono essere tante altre e ciò che conta è la definizione di un metodo alla quale forse ci si applica non abbastanza.

Francesco Manfredi Selvaggi169 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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