L’acqua pubblica non si vende

Un momento del corteo indetto dal Comitato per l'Acqua bene comune, per manifestare contro il ritorno al nucleare e la cosiddetta privatizzazione dell'acqua, questo pomeriggio 26 marzo 2011 a Roma.
ANSA/MASSIMO PERCOSSI

Domenica 9 marzo, un’enoteca di via Campania a Campobasso, ha inaugurato il primo distributore di acqua microfiltrata della città. Al costo di 5 centesimi al litro, chiunque potrà approvvigionarsi di acqua, gassata o naturale, a preferenza.

L’impianto è innestato sull’acquedotto comunale e configura, nella sostanza, un caso di privatizzazione dell’acqua pubblica nel capoluogo di regione, addirittura all’insaputa dell’Amministrazione comunale, avrebbe detto per la circostanza l’ineffabile Claudio Scajola. Per una settimana, senza sosta e puntigliosamente, abbiamo cercato di capire attraverso quale iter fosse stata data la concessione di vendita di un “bene comune” che non deve avere rilevanza economica, come ha sancito il risultato del referendum svoltosi a metà giugno del 2011; abbiamo interpellato la segreteria del Sindaco, quella dell’assessorato ai lavori pubblici, quella di quello al commercio, ma nessuno ne sapeva niente.

Alla fine, inopinatamente, il mistero ci è stato chiarito dai funzionari dell’ufficio commercio del Comune di Campobasso. L’esercente dell’attività che ospita l’erogatore di acqua pubblica, avendo situato l’impianto all’interno del suo negozio, non ha dovuto richiedere nessuna autorizzazione; è bastata una S.C.I.A.(Segnalazione Certificata d’Inizio Attività) e il Comune di Campobasso ha messo sul mercato un bene collettivo che il 60% degli italiani, tre anni fa, ha detto che non si può vendere né comprare.

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