S. Maria delle Grazie ovvero S. Maria delle fratte

romualdo di benevento

Sono il nome ufficiale e quello popolare di una cappella rurale nel territorio di S. Massimo che colpisce innanzitutto per il suo portale gotico sormontato dalla croce dei Cavalieri di Malta

Nel Molise vi sono chiese molto più antiche. Sono assenti del tutto, quasi, architetture del periodo paleocristiano perché nell’Alto Medioevo la nostra regione versava in una situazione di decadimento, innanzitutto demografico tanto che per ripopolare la zona tra Isernia e Boiano, un tempo importanti municipi romani, il duca longobardo di Benevento Romualdo inviò qui, proprio nell’area che ci interessa, una colonia di bulgari capeggiata dal gastaldo Alzeco; quel quasi di sopra è riferito alla cripta dell’Abate Epifanio a S. Vincenzo al Volturno i cui pregevoli affreschi risalenti all’VIII secolo sono considerati una tappa fondamentale della rinascita artistica dell’Occidente.

Tale ultimo fatto si spiega con la presenza Benedettina e questo legame con un ordine monastico di un gusto pittorico diverso dal passato e diverso dalla produzione corrente, seppure, per quanto detto prima, estremamente limitata, ha qualcosa che richiama la presenza alcuni secoli dopo dello stile gotico nel portale della cappella di S. Maria delle Fratte perché anche i Cavalieri di Malta costituiscono un organismo di scala sovra territoriale e svincolato perciò dall’organizzazione ecclesiastica locale che è basata sulla Diocesi. Ambedue, i Benedettini e l’ordine cavalleresco dei Cavalieri di Malta, sono portatori di una cultura diversa da quella che si afferma in loco ed entrambi sono portatori di innovazioni nel campo dell’arte con la differenza, comunque, che il monastero dell’ordine di San Benedetto produce nella cripta citata di un opera avanzata rispetto ai suo tempi, mentre il gotico del portale di S. Maria delle Fratte databile al XV secolo, quello dell’Umanesimo, è ormai un modo espressivo superato nel resto dell’Italia.

Il ritardo appena denunciato trova giustificazione nella lentezza nella diffusione delle novità culturali nei territori rurali che importano le forme stilistiche affermatesi nei centri maggiori anche con notevole ritardo. Un ulteriore parallelo possibile tra l’insediamento monastico alle sorgenti del Volturno e l’edificio di culto costruito dall’Ordine di Malta è che vi operano sicuramente maestranze non del posto. Di certo è stato uno specialista proveniente da fuori ad eseguire la lavorazione del portale lapideo per l’impiego di attrezzi come il trapano per traforare la pietra, pure se il motivo del tortiglione così stilizzato che lo decora rivela una certa legnosità nell’intaglio.

Riprendiamo l’esame dell’evoluzione dell’architettura molisana il cui momento più significativo è rappresentato dall’età del Romanico nel quale l’elemento caratteristico è costituito dai tipici portali dove alla trabeazione si sovrappone una lunetta figurata per definire l’ingresso (S. Maria della Strada, S. Giorgio a Petrella T., ecc.); il portale di S. Massimo per il suo andamento ogivale e non arcuato e per l’assenza della lunetta si distingue nettamente da quello delle chiese romaniche ed è una rarità nel patrimonio architettonico regionale scarso di testimonianze gotiche. In qualche modo esso viene a colmare un vuoto nella cronologia dell’arte di questa terra e ciò gli conferisce un valore superiore alle sue stesse valenze artistiche. I portali insieme ai rosoni sono l’ornamento delle facciate perché in essi si concentra il massimo sforzo creativo, ma in S. Maria delle Fratte c’è il rosone sostituito da un finestrone ottocentesco sagomato a semiarco, una specie di lunettone che richiama, per certi versi, e con dimensioni ampliate, le lunette romaniche.

Le trasformazioni apportate nel XIX secolo ad opera di don Luigi Selvaggi non devono aver, ad ogni modo, modificato totalmente il fronte della chiesa; perlomeno non è stato toccato il portale. Del resto, pur lì dove si è avuto il rinnovamento stilistico dell’interno avvenuto nel periodo barocco si sono rispettate le facciate e si sta pensando, quale episodio meglio rappresentativo, alla Cattedrale di Larino. Il riferimento al barocco non è casuale in quanto c’è un segno di questo stile pure in S. Maria delle Fratte che è il bellissimo altare donato dalla famiglia feudale dei De Gennaro lo stemma araldico della quale (un leone rampante sopra d una V rovesciata, il «capriolo») è posto ai suoi lati. È un altare a cassa rettangolare e per questo piuttosto elementare, mentre per la ricchezza degli intarsi di marmi policromi è un pezzo d’arredo ecclesiastico assai sofisticato.

Trattandosi di opere scultoree tutt’e due viene spontaneo un confronto tra l’altare e il portale e la cosa che emerge è che nel primo è impiegato materiale marmoreo e, quindi, prezioso, invece nel secondo è di natura lapidea, pietra arenacea di facile lavorabilità, meno ricercata, nell’un caso che nell’altro siamo di fronte a lavori di intento decorativo, opera di artigiani, ben inteso, alto artigianato e non di maestri della scultura. Nella cappella, così è denominata dai sanmassimesi, stazionano nelle stagioni autunnale e invernale, tre vere e proprie sculture, le statue di S. Giovanni, di S. Lucia e della Madonna delle Grazie alla quale essa è dedicata che sono di tipo processionale e non suppellettili fisse dell’edificio di culto, al contrario dell’altare e del portale.

Tra queste è l’effige della Madonna la più interessante perché rimanda ad un’iconografia antichissima, quella della Giunone con il melograno, simbolo della fertilità, che con il cristianesimo diventa la Madre di Dio con il Figlio che è il suo frutto nel grembo. In effetti, quella attuale è la riproduzione dell’originaria andata perduta a causa di un incendio diversi decenni fa, la quale doveva essere assai remota per la frontalità dell’immagine, ben lontana dal tutto tondo delle altre due statue, che richiama la ieracità delle figure che popolano gli affreschi bizantini e paleocristiani in genere. In conclusione, anche se non se ne sa la ragione si riscontra che qui componenti così diverse, per materia, età, forma si armonizzano in maniera compiuta ed essa è la qualità fondamentale di questa chiesa.

manfredi selvaggi

Francesco Manfredi Selvaggi75 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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