L’Italia prima del boom raccontata da Pasolini

Estate 1959: a Pier Paolo Pasolini viene commissionato un singolare reportage, il resoconto di un viaggio in auto da Ventimiglia a Palmi, per poi risalire, da Taranto, la costa orientale del Belpaese, fino a Trieste. A incaricare lo scrittore di questo compito è la rivista «Successo», che pubblicherà tre suoi lunghi articoli fra luglio e settembre. Ora l’insieme di quel testo torna in libreria in una nuova edizione: La lunga strada di sabbia (introduzione di Paolo Mauri, Guanda, pagine 140, euro 14).

Nel giugno del 1959, quando parte da Ventimiglia al volante di una Fiat 1100, Pasolini è già l’artista affermato e controverso che sempre più negli anni successivi il pubblico si abituerà a conoscere. Non stupisce quindi che proprio a lui sia stato chiesto questo reportage d’autore, teso a fotografare il Paese, da Nord a Sud e ritorno, in una fase storica che vede l’avvio delle profonde trasformazioni legate al boom economico.

Ventimiglia è dunque il punto di partenza del viaggio: una città molto diversa da quella a cui ci richiamano quotidianamente le cronache di oggi, con la presenza dei migranti che stazionano al confine, respinti dalla Francia; gli «stranieri», allora, erano i meridionali, essendo la migrazione tutta interna a un Paese in cui erano in corso grandi cambiamenti economici e sociali. A Sanremo, tappa obbligata è il casinò: «Entro come Charlot, cercando di farmi piccolo sotto gli sguardi monumentali dei custodi». Poi Genova, Portofino, Rapallo, Lerici, fino a Livorno, dove lo scrittore annota: «Pei grandi lungomari disordinati, grandiosi, c’è sempre un’aria di festa, come nel meridione: ma è una festa piena di rispetto per la festa degli altri». Sembra una riflessione buttata lì en passant, ma quel senso di «rispetto» reciproco è un profondo segno di civiltà, un elemento che verrà meno – nelle analisi pasoliniane degli anni successivi, fino alle pagine più cupe e disperate, scritte nei primi anni 70, degli Scritti corsari – con l’avanzare di uno «sviluppo» duro e travolgente, che per lo scrittore non era affatto sinonimo di «progresso».

Ma le riflessioni più nere del Pasolini maturo, in questa estate spensierata del 59, sono ancora di là da venire. Lo scrittore trentasettenne, baciato dalla fama e dal successo, può ancora godersi, con una certa dose di felicità, lo spettacolo di un popolo italiano non ancora omologato, che assume aspetti differenti alle diverse latitudini. A Fregene incontra Alberto Moravia, che sta scrivendo La noia, e Federico Fellini, che sta girando «La dolce vita». Giunto a Ostia a fine giugno, quando comincia il rito delle vacanze di massa, è di nuovo il popolo ad attirare il suo sguardo: «Il Grande Formicaio s’è mosso».

Percorrendo la costa prima laziale e poi campana, giunge a Napoli. Pasolini ha sempre amato questa città, perché la considerava una sorta di enclave antropologica fuori dalla Storia: non a caso, anni dopo, farà parlare il dialetto napoletano ai personaggi del suo «Decameron». È un po’, la sua, una Napoli oleografica, da cartolina, con un’attenzione particolare agli strati sociali caratterizzati da povertà e miseria, con descrizioni che per certi aspetti ricordano quelle tardo-ottocentesche di Matilde Serao: «Tutto il porticciolo è in subbuglio: una folla di barche sotto la luna immensa, e mucchi infiniti delle cose più incredibili, sul mare, sulle banchine. I guaglioni si gettano in mare a raccogliere le monete gettate dagli stranieri. Girano intorno ai venditori di ostriche e cozze». Lo scrittore viene presto attorniato da una folla di ragazzini che gli chiedono 10 lire: avendo commesso l’errore di darne 50 a uno di loro, per un bel po’ non riesce più a liberarsi del gruppo. Poi passerà la notte camminando per la città: «Tre o quattro volte sono andato e tornato da Posillipo. Ho fatto l’aurora, ho visto il Vesuvio, vicino che si poteva toccarlo con la mano».

Ischia, Capri, Vallo Lucano, Maratea, Siracusa sono le tappe seguenti. Successivamente da Reggio Calabria a Taranto. Dal tacco, lo scrittore risale lo Stivale lungo l’Adriatico, e più avanti, nel passaggio dalle Marche alla Romagna, comincia a riconoscere i luoghi delle estati della propria infanzia e adolescenza: «Non saranno più scoperte, ma verifiche». Tale verifica lo porterà a misurare la distanza, già profonda, tra i ricordi dell’Italia di vent’anni prima e un presente in cui il Paese mostra eclatanti segni di mutamento.

Ciò gli appare ancora più chiaro nell’ultimo tratto del viaggio, da Venezia a Trieste. A proposito di Caorle – la spiaggia di quando, ragazzo, trascorreva le vacanze estive a Casarsa – ricorda con nostalgia: «Era uno dei più bei paesi del mondo: lo giuro. Perduta oltre le bonifiche senza ponti, canali e lagune, che si attraversavano su lentissime zattere, nessuno la conosceva: ed essa era rimasta nascosta per secoli, strano, dolce mostro. Le case erano dipinte a colori vivi e puri: rosso, blu, nero, verde». L’impressione, oggi, è invece tutta negativa: «Ora… chi è quell’idiota, delinquente che ha permesso che si intonacassero tutte le case di nuovo, col colore della cacca dei bambini? Con gli atroci rosa e gialletti dell’eterna stupidità borghese?».

Finalmente, ad agosto, Pasolini arriva a Trieste. Sceglie di andare a Lazzaretto, l’ultima spiaggia italiana, formicolante – è Ferragosto – di bagnanti. Lo scrittore scruta oltre confine, ma non vede un’anima. Si concentra dunque sulla varia umanità che lo circonda. Attira la sua attenzione un gruppo di ventenni, ragazzi e ragazze, la cui parlata lo scrittore, sempre attento ai linguaggi locali e ai dialetti (nelle vesti sia di narratore sia di studioso), non manca di registrare: «Colgo le voci, umili, sperdute, del gruppo. Una dice: Presteme el petine!. Il giovanotto che si sta pettinando i capelli lisci e neri, fa, indolente: Speta!». Un breve spaccato, ma capace di evocare un mondo.

Fonte il Mattino

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