La strategia del partito (post) democratico

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, Matteo Renzi, durante la  trasmissione: "In 1/2 Ora", condotta dalla giornalista Lucia Annunziata, nella sede della Rai di via Teulada, 27 aprile 2014, a Roma.  ANSA/CLAUDIO ONORATI

Mentre sembrava dispiegarsi, negli ultimi mesi, persino in Italia, il dibattito sulla partecipazione, sulla strada da intraprendere per invertire la tendenza al disinteresse sempre più diffuso di larga parte della popolazione nei confronti della politica, un quadro chiarissimo di come siamo messi ce lo offre il Partito Democratico, a tutti i livelli, dal generale al particolare

Sabato scorso, la direzione nazionale del PD ha scelto i propri candidati per le prossime elezioni del 4 marzo. Dei 200 posti considerati sicuri, ben 160 andranno ai fedelissimi del Segretario Renzi, il quale evidentemente, abbandonati i sogni del 40% (e anche del 30%) scommette sulla possibilità di esprimere comunque il gruppo parlamentare più numeroso grazie a un eventuale successo nei collegi maggioritari. Ecco perché Renzi, per giocarsi la partita post-elettorale, vuole un gruppo di signorsì, di uomini che avallino le sue scelte senza fare troppe storie. Tenendo conto, tra le altre cose, che occorrerà abbastanza spregiudicatezza per cercare un’intesa con Berlusconi, o con il M5S, o anche con Leu, a seconda di come andranno le votazioni.

Alla stessa scuola appartengono i dirigenti molisani del Partito Democratico.
È di pochi giorni fa lo sfogo di Roberto Ruta, senatore uscente del PD, il quale avrebbe rifiutato un posto in squadra dopo aver constatato l’indisponibilità della Segretaria regionale del partito Micaela Fanelli a indire le primarie in tempo utile per scegliere un candidato comune a tutto il centrosinistra per le elezioni regionali del prossimo 22 aprile. L’intenzione della segreteria è quella di ricandidare l’uscente Paolo di Laura Frattura, che ha governato questi ultimi 5 anni all’insegna di un’austerità senza sbocchi né visione, ma in compenso col sostegno tutt’altro che disinteressato dell’europarlamentare di Forza Italia Aldo Patriciello, proprietario della clinica privata Neuromed, che ha beneficiato, insieme agli altri operatori della sanità privata regionale, del Piano sanitario redatto dalla Regione.
Piuttosto che dialogare con la “sinistra” (si fa per dire), i dirigenti locali preferiscono Berlusconi e le lobbies.

Per lo stesso motivo è stata bocciata – da Renzi – la candidatura di Antonio Di Pietro, nonostante fosse l’unica capace di tirare un po’ di voti. Pare che Renzi abbia detto: “finché ci sono io, un giustizialista alla Di Pietro non troverà mai posto nella casa del riformismo”. Una dichiarazione tranquillamente attribuibile al Cavaliere… E, infatti, chissà che non sia stato proprio lui a suggerirgliela. E non si può biasimare l’ex magistrato di Mani pulite quando dichiara che “Renzi e i suoi ascari preferiscono avere rapporti con un pregiudicato piuttosto che con un giustizialista”.

Nel primo pomeriggio, invece, si è tenuta la conferenza-stampa dell’imprenditore molisano Enrico Colavita, presidente di Assoindustria – Molise. Alla fine la scelta dell’ultimo posto in ballo è ricaduta su di lui. Più di ogni altra cosa sono significative le sue parole rilasciate all’ansa: “il Pd, da indipendente, è un approdo naturale, visto che come Confindustria abbiamo condiviso il percorso delle Riforme e del Referendum: le riforme le volevamo e le vogliamo”. E sulle larghe intese: “non ho problemi a valutarle, se queste intese portano da qualche parte”.
Un uomo di confindustria, renziano, favorevole all’inciucio (naturalmente se porta da qualche parte). Il profilo ideale per un partito oramai post-democratico.

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