L’armata brancaleone della destra canta, stecca e balla. A bordo del Titanic

In gioventù (epoca GIL, Palazzo GIL) ho fatto parte di una “Centuria corale” di 50 ragazze e 50 ragazzi. Fu un’indimenticabile esperienza musicale ma anche una gran lezione di vita: che se un singolo va fuor di tempo e tono compromette un impegno collettivo. E la polifonia diventa cacofonia.

Guardando gli spot televisivi dei candidati che cantano nel coro della spuria coalizione di Centrodestra, quella lezione mi è tornata in mente alla vigilia di un voto decisivo che qualcuno (come il prof. Panebianco sul Corriere della sera) paragona al 18 aprile 1948 quando, mutatis mutandis, il Paese poteva essere spinto lungo un piano inclinato. A vedere quegli spot pare di assistere a una favola per bambini recitata da gnomi e fate con finale distribuzione di pasticcini e dobloni di cioccolata. Forzisti, Sovranisti, Leghisti & Co., sono tutti (in apparenza) affiatati nel disegnare l’Eldorado prossimo venturo.

Imperdibile lo spot del Ministro degli Interni in pectore Matteo Salvini al fianco della Romagnuolo che, come un’Aida innamorata di Radames, se lo mangia con gli occhi per grazia ricevuta. Ah, come sono buoni i salviniani rispetto a quelli di ieri (quelli di: senti che puzza, scappano anche i cani, sono arrivati i napoletani). Oggi il loro olfatto si è spostato dai napoletani (i molisani sono esclusi per ignoranza geografica) ai migranti, specie se di maleodorante pelle nera. Ma non è che la scodinzolante Aida dello spot sia un essere celeste come quella verdiana. Lei stessa si definì “un’Erinni” e ha raccontato che “una volta fulminò con lo sguardo un vice ministro ungherese di nome Attila”. Poi ha fulminato con la penna perfino Mons. Bregantini, “sparapalle” da lei sfidato a indire un referendum su quella bestemmia contro il primato della razza bianca che è lo ius soli. Ma più che una voce dal sen fuggita, quella dell’Aida è solo una delle tante stecche sfuggite dal coro dei bravi e praticanti cattolici della Stonata Coalizione della destra molisana e nazionale.

Fingendo di cantare all’unisono essi ballano sul Titanic felici e sicuri che, in ogni caso, il Gran Timoniere di Arcore metterà in mare anche per loro la scialuppa di salvataggio dei suoi inaffondabili conflitti d’interesse.

Giuseppe Tabasso181 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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