Entrare a Gambatesa

Gambatesa

di Francesco Manfredi-Selvaggi

O, meglio, entrare nel paesaggio di questo comune fatto di elementi di interesse culturale e aree di valore naturalistico. Tutto in un contesto paesaggistico di rilievo

Nel parlare di patrimonio culturale e, quindi, di paesaggio che ne è una componente, a Gambatesa non si può non iniziare dal suo castello che è l’orgoglio di questo insediamento, un monumento molto visitato che attrae turisti anche da fuori regione. L’immaginario urbano è costituito dalle porte urbiche, dalle torri dalle murazioni e da una rocca; qui, invece, l’elemento simbolico che rappresenta l’abitato è un palazzo fortificato, ma pur sempre un palazzo e non un maniero.

Pure la sua collocazione urbanistica che è contigua, ma non separata dal borgo, allineato com’è lungo la strada «matrice» dell’insediamento e formante quinta della piazza che ha quale fulcro una croce stazionaria e che è centrata sulla facciata della chiesa parrocchiale di S. Nicola, esso è comparabile ad una residenza, seppure di dimensioni ben maggiori. Una residenza signorile, dall’interno pregevole con gli affreschi cinquecenteschi di Donato Decumbertino. Tale decorazione insieme ad abbellire la struttura vuol essere una celebrazione della famiglia feudale che la possiede.

Nella generalità dei comuni molisani rimane poco nel ricordo dei feudatari che vi si sono succeduti in tanti secoli, dal medioevo all’ottocento. A Gambatesa tra i signori avvicendatisi quali titolari del feudo emergono per le loro elevate doti, principalmente militari e politiche, in epoche diverse, due personaggi, Andrea Di Capua e Riccardo Gambatesa un vero primato almeno tra i centri di piccola taglia a dimostrazione dell’importanza che ebbe nel passato questo centro. Il castello ha pure un valore paesaggistico, oltre che artistico e storico, in quanto per la sua mole si impone nelle vedute che si aprono verso il nucleo antico.

C’è un altro bene culturale che ha una notevole incidenza sul paesaggio ed è questa volta un’architettura religiosa e non più civile ed è il santuario di S. Maria della Vittoria. Gli edifici di culto isolati in campagna sono l’elemento più significativo nel contesto paesaggistico, ma nello stesso tempo, la loro pregnanza non è definitiva, come dimostra proprio questo esempio che ha perso di importanza da quando è decaduta la transumanza che si svolgeva lungo il tratturo Castel di Sangro-Lucera cui S. Maria della Vittoria è contigua.

I santuari frutto come sono della devozione popolare piuttosto che di disposizione dell’autorità ecclesiastica, sono un fenomeno dinamico che porta alla fine e alla nascita nel territorio di nuovi poli della religiosità e la testimonianza evidente ne è il santuario di Castelpetroso il quale ha poco più di 100 anni (mentre S. Maria della Vittoria è plurisecolare). Ciò avviene perché il santuario è, in qualche modo, un fatto devozionale spontaneo, non inquadrato nell’organizzazione prevista dal diritto canonico (salvo per Castelpetroso il suo recente riconoscimento in Basilica Minore), S. Maria della Vittoria si trova pure vicino alla Statale n. 17 proprio dove essa incontra il tratturo, un luogo, dunque, davvero particolare (con una casa rurale tipica nelle vicinanze con una bella piccionaia).

Partendo da questa arteria che segue un’antichissima direttrice viaria di età romana la via Minucia, possiamo cogliere le trasformazioni avvenute nel sistema infrastrutturale. Prima i percorsi erano di tipo collinare e così i paesi anch’essi in collina erano collegati in modo lineare, cioè con la strada che congiungeva loro uno dopo l’altro, prendendoli per così dire d’infilata, adesso l’infrastruttura viaria primaria che sostituisce la statale n. 17 si sviluppa nel fondovalle, appunto la Fondovalle Tappino, e il modello di rete che si impone è quello «a pettine».

In passato, per spiegarci, per raggiungere Gambatesa bisognava passare necessariamente per Gildone e poi per Ielsi, ambedue sulla 17, per limitarci a questo tratto, ora i centri urbani sono serviti dalle bretelle che si dipartono dalla strada di grande comunicazione. L’ultimo comune ad aver avuto un proprio svincolo sulla fondovalle è stato giustappunto Gambatesa, circa un decennio fa. La moderna infrastruttura stradale non modifica solo l’intelaiatura viaria perché influisce nel contempo sull’assetto territoriale. Le pianure poiché rare nelle zone appenniniche sono le aree più soggette a trasformazioni; qui c’è il passaggio delle arterie di scorrimento veloce e la localizzazione dei piani per gli insediamenti produttivi e perciò le fasce pianeggianti di origine alluvionale da ambiti ostili alla presenza umana diventano sede privilegiata per l’installazione di attività antropiche e si rivelano canali per la circolazione automobilistica.

In effetti, pure se a Gambatesa il greto del Tappino si allarga alla stregua di una fiumara, raggiungendo alcune centinaia di metri di larghezza non si è ancora avuta l’affermazione di iniziative industriali sul terrazzo fluviale occupato in parte dal sedime della superstrada. Dentro i confini comunali di Gambatesa c’è un po’ di tutto, dall’ampia piana del Tappino ai rilievi che per la loro prevalente dolcezza denunciano la natura argillosa del suolo, fino alle quote montane. Il dislivello che si registra all’interno del perimetro municipale è notevole andando dai 203 metri del fondo vallivo ai 985 metri del punto più alto che è nei pressi della Paolina di Riccia, località ricadente in quest’ultimo comune, rinomata peraltro per i suoi fagioli.

Dalla maglia viaria a quella idrografica c’è un punto in comune ed è quello in cui sta il ponte dei 13 Archi il quale è a servizio della S.S. 17 e del tratturo ed è un momento unico segnando il termine del Molise. Il ponte scavalca il Tappino subito prima che esso si riversi nel Fortore. Inoltre in tale posto ha inizio il lago di Occhito che ritirandosi nei periodi di siccità lascia alla vista il suo fondale secco, desertico. Il lago di Occhito è comunque uno degli episodi più pregevoli del panorama. Il Tappino fino all’incontro con il Fortore è il corso d’acqua più lungo fra i due e a dispetto del fatto che non arrivi al mare si deve considerare un autentico fiume.

Il Fortore e, di conseguenza, l’invaso delimita la regione separandola dalla Puglia e l’agro comunale di Gambatesa il quale si spinge nel bacino per un breve pezzo concludendosi con il Vallone del Confine. Questo è l’unico corpo idrico del nostro comune (senza contare il Tappino) che va nel Fortore mentre il resto (innanzitutto il Succida e il Fezzano) sono affluenti del Tappino. A Gambatesa vi sono due Geositi, «i conglomerati di Gambatesa» sotto l’abitato e «il rilievo omoclinale di Toppo della Vipera» un passaggio fortemente condizionato dalla geomorfologia dunque. Vi sono, poi, superfici componenti della Rete Natura 2000, del tipo puntuale, il Toppo Fornelli, e di tipo areale, il lago di Occhito.

Francesco Manfredi Selvaggi74 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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