Molise: l’età per dirmi qualche verità

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di Giovanni Petta

Mi sembra il momento giusto per rendermi conto, in maniera più profonda di quanto abbia fatto finora, di ciò che può significare per me essere nato in Molise. Più che un dato da collegarsi al luogo della mia nascita, sento il Molise come il posto in cui vivo (se per scelta o per necessità è un altro discorso e potrebbe non interessare). Il Molise mi è sempre piaciuto, anche negli anni dell’inconsapevolezza, per ciò che potrebbe essere piuttosto che per ciò che è. Solo per un confronto veloce con le regioni confinanti, ad essere sincero, devo dire che mi piacciono di più la Campania, il Lazio, la Puglia, l’Abruzzo.

Qualche mese fa, ho letto lo splendido «Viteliù» di Nicola Mastronardi e mi appassionai ai valori dei protagonisti, sentendoli vicini e trovando una qualche identità tra quelle cose astratte che sono i punti di riferimento sostanziali di un uomo e tra il colore e la materia delle rocce e degli alberi che ho, da sempre, nella coda dell’occhio. Anche quando osservo metropoli e civiltà lontane dalla nostra.

In queste ultime settimane ho letto voracemente i post di Franco Valente e le riflessioni sui social di altri molisani che pensano in modo interessante, divergenti da me e per questo stimolanti. La partecipazione al concorso dedicato a Lina Pietravalle (attraverso lei sono tornato a Jovine) mi ha costretto a rivedere alcuni racconti di luoghi epici – se epico si può dire qualcosa di molisano -; luoghi senza colore e senza suono che forse sono la vera essenza del Molise.

Quando dico Molise – anticipo in questo modo la confutazione di storici e antropologi – penso a un tentativo non a una affermazione, a una proiezione non a una entità costituita. Il Molise è bello? Io penso di no. Fatta eccezione per una ventina di luoghi – siti archeologici o preziosità naturalistiche – il resto è di una neutralità estetica ed emozionale che non si può proporre, se non nello stesso modo in cui si parla della bellezza dei propri figli. So che un’affermazione del genere potrà essere facilmente contraddetta ma… la penso così.

Penso che la bellezza del Molise sia ancora tutta da costruire. Viviamo in un luogo in cui tutto è ancora da farsi. La contemporaneità, insomma, dovrebbe essere il nostro punto di partenza. Niente contro i musei: sono importanti e vanno tenuti in considerazione ma il dentino del bambino di un papino che forse dovrebbe essere nostro parente non può fare bello il Molise. La gestione di quel dentino, la progettazione dello spazio di fruizione di quel dentino, l’accoglienza per chi è interessato a quel dentino… tutto ciò potrebbe rendere bello il Molise.

Quando penso a queste cose, mi torna alla mente per associazione il tartufo e la Tintilia assaporati in piatti e bicchieri di plastica, la desolazione delle piazze delle nostre feste patronali, le processioni propagandate come strepitose e realizzate su strade d’asfalto senza scenografia se non quella di tubi «Innocenti» a sostegno dei lavori di risistemazione dei palazzi o segnali stradali sgronzati per segnalare cantieri da evitare.

Il Palio di Siena dura due minuti. È una corsa di cavalli: tre giri velocissimi dell’anello di piazza del Campo. Cosa sarebbe il Palio senza i costumi, senza i capitani di contrada, senza il barbero, senza l’entrone, senza la chiarina, senza i colori delle bandiere, senza le stoffe scelte con cura (di seta la giacca del fantino ma di velluto i pantaloni perché si monta a pelo e c’è bisogno di maggiore attrito)?

Se il Palio fosse molisano, sono sicuro che lo faremmo con i fantini in tuta Adidas o, al massimo, con i colori sbiaditi di quelle stoffe di raso che usiamo per le recite scolastiche dei nostri figli. Nello stesso modo, buttiamo il nostro tartufo e il nostro vino nel niente della plastica e un po’ di quel niente entra nel nostro vino e nel nostro tartufo. So che sto facendo esempi stupidi ma non ho altro modo per esplicitare ciò che penso su questo argomento.

Da anni non vado più alle sagre (e quanto sarebbe invece profonda l’esperienza di una sagra!) perché per me una sagra deve sapere di legno e di stoffa, di qualcosa che al gusto e al tatto sia sostanzioso. Non ho più voglia di mangiare la polenta di Macchiagodena o il tartufo di San Pietro Avellana come se fossi a Starbucks o al Kentucky Fried Chicken.

Insomma, ciò che hanno fatto i nostri antenati non è molto ma è abbastanza. Ciò che dobbiamo fare noi non è molto ma possiamo fare almeno quanto basta. Dovremmo solo copiare e personalizzare ciò che da altre parti si fa con virtù e decoro, con dignità. Altrimenti quel po’ di bellezza che abbiamo si diluirà tra le pale eoliche di Colle dell’Orso, i piloni di cemento della Bifernina, i pilastri sgarrupati dei viadotti, il cemento e lo zinco delle baracche di campagna, i materassi abbandonati sotto i ponti, i guard rail di metallo persino sulle strade che portano alle aziende agrituristiche. Senza questo impegno sarà inefficace anche il lavoro dei privati che cercano di creare cose belle: penso alle mandorle di Papa, ai vigneti di Valerio, ai prodotti di Di Nucci (cito solo qualcuno in velocità, mi scusino gli altri).

La riserva Mab di Collemeluccio è bella non solo per la il regalo fatto dalla natura. È bella per la gestione dell’ex Corpo Forestale che l’ha umanizzata con cura e ha permesso che il visitatore non trovi solo alberi e animali ma percorsi e infrastrutture che rendono armonica la presenza dell’uomo nello spazio che vive. Le manifestazioni dei nostri borghi sono spesso squallide perché episodiche e perché caratterizzate dalla mancanza di attenzione al contorno, all’intorno, agli strumenti, alla qualità del suono di sottofondo… Il Molise esiste?

Esiste una sua proiezione, una possibilità, la potenzialità. Costruendo la sua Bellezza si costruisce il Molise stesso. Solo dal riconoscimento di uno stare bene nello spazio che viviamo (non possono bastare, in questo senso, i complimenti episodici di un amico milanese che sta da noi per qualche giorno) può nascere il sentimento di identità e comunità che rende popolo un gruppo di persone, che rende comunità un paese. E ciò può avvenire solo con uno sforzo economico e politico, sociale e individuale, per costruire la nostra Bellezza. Ecco: in questo modo mi sento molisano.

Fonte: Facebook Giovanni Petta

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