Addio a Vittorio Zucconi

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di Giuseppe Tabasso

La magistrale lezione di un grande giornalista

Si dice che giornalisti si diventa non si nasce: Vittorio Zucconi lo era nato. È morto a New York, come Gaetano Scardocchia, per entrambi una seconda patria amata e criticata. Oggi leggerete su Zucconi ritratti e ricordi importanti, ma alla notizia dalla morte di un grande collega col quale ho auto l’onore di dividere alcune indimenticabili occasioni di lavoro, sento nel mio piccolo il bisogno di farlo brevemente anch’io, solo per ricordare ai tanti giovani che amano, praticano o vogliono abbracciare questo mestiere, due cose su di lui.

La prima è che Zucconi, come tanti noti giornalisti, si fece le ossa in un giornale scolastico entrato nella storia della stampa studentesca, e perfino in qualche libro di storia, per il ruolo che ebbe negli anni della contestazione giovanile: la celebre Zanzara, testata nata nel 1945 al Liceo “Parini” di Milano che ebbe tra i suoi redattori e direttori proprio Zucconi e Walter Tobagi, giornalista del Corriere della sera assassinato negli anni di piombo dalle Brigate Rosse.

La seconda è un’annotazione “tecnica”. La grande maestria giornalistica di Zucconi traspariva da una sua dote eccelsa negli “incipit” e nelle chiuse dei suoi pezzi, quelli che una volta erano chiamati in gergo “chiodo” nel senso di inchiodare l’attenzione del lettore. Se si mettesse insieme un collage di suoi articoli, stralciandone solo la frase iniziale (confesso che a me la tentazione è venuta), ne verrebbe fuori uno strepitoso manuale di linguaggio giornalistico. “L’articolo è un incontro – diceva – e l’incipit è come il primo bacio”. Nei suoi attacchi opponeva a contrasto elementi o protagonisti di un avvenimento con poche fulminanti parole.

Ne cito uno per tutti. Quando Bill Clinton, alla fine del suo mandato, incontrò Vladimir Putin, appena salito al potere a Mosca, Zucconi mandò al suo giornale un pezzo che iniziava così: L’uomo senza molto futuro ha incontrato l’uomo senza troppo passato». E le chiuse? Per lui erano un riassunto, un dolce e breve sollievo, ma anche un “caro e sottinteso saluto dell’autore al lettore sperando d’incontrarlo di nuovo”.
Caro Vittorio, i lettori non potranno incontrarti più, ma noi apprendisti zucconiani non faremo mai a meno d’incontrarti finché esisterà un giornale che vale la pena di leggere.

Giuseppe Tabasso100 Posts

Nato a Campobasso nel 1926, laurea in lingua e letteratura inglese, ha iniziato la carriera giornalistica in vari periodici (Gente, L’Europeo, Radiocorriere). Inviato speciale di politica estera al GR3 della Rai, ha seguito dal 1976 i massimi eventi internazionali e 13 viaggi di Giovanni Paolo II all’estero. Ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, a Londra e a Colonia per le sezioni italiane della BBC e della Detuschland Funk. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); per le Edizioni Il Bene Comune: Post Scriptum. Prediche di un molisano inutile (2006); Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Molise, anno zero (2009) e Moliseskine (2016); per l’Editrice Filopoli, Mol(is)eskine (2013); Gli Esuli. Tra il mito di Abramo e di Ulisse (in Campobasso capoluogo del Molise, Vol. III, Palladino Editore). Ha diretto con Tarquinio Maiorino il mensile Molise (1992/3).

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