I dolori del giovane sblogger

di Giovanni Petta

«Scrivi, Tabasso, scrivi…» direbbe Vecchioni

Mentre leggevo lo Sblog di Giuseppe Tabasso, quello in cui il giornalista si interroga sull’utilità del suo scrivere, avevo, come sottofondo al mio rimuginare, i versi di una canzone di Roberto Vecchioni:

Sogna, ragazzo sogna,
quando sale il vento
nelle vie del cuore,
quando un uomo vive
per le sue parole
o non vive più
Constatare che quella canzone – scritta per i tanti studenti che Vecchioni ha conosciuto come insegnante e per il ragazzo che lui stesso fu tanti anni fa – potesse funzionare anche per Tabasso mi ha sorpreso molto.
Giuseppe Tabasso è nato nel 1926 – fate voi i conti! – e la sua carriera di giornalista potete trovarla a piè di pagina dei pezzi scritti per Il Bene Comune. Immaginare che il «ragazzo» cantato da Vecchioni possa coincidere con la sua persona è un’operazione ardua. Eppure, basta leggere Tabasso per sentirlo giovane: la curiosità aperta e mai prevenuta, lo scandagliare le cose per capire e non per trovare argomentazioni a sostegno delle proprie tesi, la gioia di chi osserva le parole rendere con puntualità il pensiero da condividere, l’entusiasmo di conoscere la contemporaneità.

Tutto ciò è nello scrivere di Giuseppe Tabasso. Ma non solo. Vogliamo dire della sintassi e del lessico così contemporanei? La freschezza giornalistica delle sue frasi, la brevità che nulla tralascia, sono cose che funzionano con efficacia tanto sul cartaceo che sul più veloce strumento digitale. Si legga, in questo senso, lo splendido gioco di parole che spiega lo «Sblog» al posto di «blog»: « E arrivai perfino ad escogitare un miserevole autoinganno: quello di anteporre al BLOG una dispregiativa, serpentina “S” che esprimesse l’idea di uscita da un luogo, di un’azione contrariosa tipo: Tu parli, e io sparlo! Tu gonfi, e io sgonfio. Tu incarti, e io scarto (per vendicare il cartaceo)».

E dunque, il Medioriente d’Italia in cui viviamo, oltre che a costringere alla fuga migliaia di giovani, oltre che ad abbrutire i tanti che sono rimasti, è riuscito persino a insinuare il dubbio in un ragazzo vecchio come Tabasso. E il dubbio si è insinuato non nel campo religioso e filosofico, non nel settore delle fedi politiche. È penetrato, come fanno le malattie più terribili, nella sua essenza più profonda, nel nucleo di Tabasso: lo scrivere.

Quanti danni ha fatto il Molise! Quanti ne fa! «E poi, diciamola tutta, – scrive Tabasso, nell’arrendersi al digitale – c’è forse qualche quotidiano cartaceo del Molise che mi ha invitato a collaborare pur sapendo che lo farei gratis?». In qualsiasi altro territorio del pianeta, in qualsiasi altra regione d’Italia, uno come Tabasso (vi prego, leggete il suo curriculum) avrebbe lo spazio in prima, a sinistra, ogni qual volta avesse un pensiero da esprimere. Nel nostro Medioriente d’Italia, pochi conoscono la qualità di una risorsa così preziosa. Nel Medioriente d’Italia, le risorse sono quelle che arrivano da fuori, trovano appoggi nei politichini locali e poi svuotano le casse distruggendo i Pip o le aziende nate dalla volontà figlia della tradizione. A questi «grandi personaggi» si stendono i tappeti rossi, si offrono geishe (spesso volontarie), si cantano lodi con pagine e pagine di osanna, si offre l’oblio desiderato (senza una critica minima, né una bestemmia) quando vanno via con il bottino.

Ma Vecchioni, sembra conoscere tutto questo. E canta al ragazzo Tabasso:
Lasciali dire, che al mondo
quelli come te perderanno sempre
perché hai già vinto, lo giuro,
e non ti possono fare più niente
Dunque, come rispondere alle domande che Tabasso pone a se stesso? «Oggi però, dopo cento di questi sblog – scrive il giornalista -, debbo per onestà impormi delle domande di fondo: ma vale proprio la pena di andare avanti? Non ho corso il rischio dell’autoreferenzialità e di scrivermi addosso? E infine: Blog o Sblog è forse servito a qualcuno e a qualcosa, o solo a me come sfogatoio, magari per placare repulsioni, rassegnazioni e rabbie?»

Tabasso sa bene che ogni qual volta si scrive ci si scrive un po’ addosso e si corre il rischio dell’autoreferenzialità. Sa bene che spesso si scrive per sfogarsi, per tirar fuori la rabbia o la gioia per ciò che si vive. Più spesso il dolore. Si pubblica, però, solo quando il risultato di tale sforzo letterario assume la forma di un oggetto utile da condividere. Quando i propri pensieri hanno forma godibile, sono comprensibili e possono stimolare la riflessione degli altri e, in questo modo, produrre un passo avanti nella comprensione delle cose del mondo. Le cose che scrive Tabasso hanno tutte queste caratteristiche. Quindi… deve continuare a scrivere, non può assolutamente tirarsi indietro. Del resto, glielo dice anche Vecchioni, nel finale della sua canzone:
Sogna, ragazzo, sogna.
Ti ho lasciato un foglio
sulla scrivania.
Manca solo un verso
a quella poesia.
Puoi finirla tu.

Giovanni Petta76 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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