Ospedali nuovi e già vecchi

vecchio-ospedale

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Nuovi perché hanno sostituito quelli di fine ‘800, vecchi perché sono entrati in uso sistemi di cura moderni che hanno rivoluzionato i modelli assistenziali precedenti.

Quando furono costruiti, a cavallo degli anni 70-80, i nuovi ospedali molisani era da poco nata la Regione, la quale ha come suo compito peculiare la programmazione, ma non c’è traccia di un disegno programmatorio nella scelta della loro edificazione. L’unica giustificazione sembra essere quella di sostituire le vecchie strutture ospedaliere che, però, non accontenta in quanto i nosocomi che si vanno a realizzare sono di dimensioni assai superiori a quelli preesistenti. Ciò è stato determinato sicuramente dal ruolo accresciuto della sanità pubblica la quale, in attuazione, tardiva, dell’articolo della Costituzione sul diritto alla salute, è a servizio dell’intera popolazione, di un numero, dunque, di utenti maggiore che nel passato.

Gli attuali nosocomi molisani sorgono in concomitanza con il varo della epocale Riforma Sanitaria con la legge 833 del 1978. Che non vi sia un disegno pianificatorio dietro la nascita di questi istituti ospedalieri è rivelato dall’assenza di un qualunque modello organizzativo quale sarebbe potuto essere, mettiamo, quello gerarchico, del tipo ospedale regionale (solo più tardi a quello di Campobasso verrà riconosciuto tale rango), provinciale (come lo era dal 1968 quello del capoluogo regionale) e di zona. L’unica suddivisione possibile che si coglie tra gli organismi nosocomiali è quella per bacini di utenza e nello stesso tempo per accessibilità (di qui l’ospedale di Agnone).

Tutto avvenne senza aspettare che la Riforma Sanitaria iniziasse ad essere applicata; se questa, lo si è già detto, ha dato compimento al percorso che ha portato all’universalità dell’accesso alle cure partito con la Carta costituzionale dal punto di vista dei principi, d’altra parte si basa su una visione non più ospedalocentrica dell’assistenza sanitaria come lo era stata fino ad allora. Su questo secondo punto forse si sarebbe potuto sviluppare una riflessione prima della progettazione degli ospedali. Un processo, all’epoca embrionale, che continua ancora ai nostri tempi e al quale abbiamo dato addirittura un nome che è deospedalizzazione.

In verità, nel 1978 con la L. 833 non si intendeva nella stessa maniera radicale che è emersa dopo fino a giungere ad una riconversione del significato stesso di ospedalità, il quale dopo si è finalmente ristretto al ricovero in fase acuta dei pazienti, smentendo che nell’ospedale si dovesse accentrare qualsiasi cosa. Nacquero così i poliambulatori, i laboratori di diagnostica, le residenze assistite. L’ospedale in base alla Riforma Sanitaria sarebbe dovuto essere integrato con le altre attrezzature, sia di indagine sia assistenziali, presenti sul territorio in modo da costituire un sistema e questo della rete territoriale è la principale innovazione del provvedimento legislativo in questione.

I Poliambulatori, uno per ogni Usl, vengono previsti successivamente agli stabilimenti ospedalieri a dimostrazione che non sono frutto di un’idea unitaria. Negli anni che stiamo vivendo si è andati ancora oltre e si sta proseguendo ulteriormente nella direzione dell’ospedalizzazione a domicilio prevedendo la fornitura di supporti medici con trattamenti curativi presso l’abitazione del malato, la dotazione al personale preposto alle apparecchiature di diagnosi portatili fino al traguardo non lontano da raggiungere della telemedicina.

La rete si andrà inevitabilmente allargando non più ristretta agli ospedali e ai distretti sanitari perché è destinata a coinvolgere il medico di base (beninteso pure il pediatra) la cui figura sarà centrale, ricordando quella mitica del medico condotto il quale si doveva occupare dell’assistito durante tutto il decorso della malattia. Si sta andando, per rendere reale tale configurazione della sanità in cui il medico cosiddetto di medicina generale, quindi né specialista né ospedaliero, avrà una sua posizione nodale, verso una riorganizzazione dell’assistenza primaria e, di certo, un suo potenziamento che andrà di pari passo con il riordino delle funzioni nosocomiali.

Si stanno per promuovere forma associative tra i medici per assicurare la continuità assistenziale alle persone che versano in stato di morbosità. Queste sono evoluzioni recenti (e future) delle quali, ovviamente, non potevano tener conto i progettisti degli ospedali molisani di, per così dire, ultima generazione (che nel frattempo si è invecchiata!) e neanche si potevano ottenere linee di politica sanitaria introdotte in seguito delle quali si è fatto cenno, della riduzione della degenza ospedaliera all’”acuzie” e di ciò, pertanto, va dato, loro atto, scagionandoli da colpe (progettuali). Il domani è difficile da pronosticare ed, invece, l’ieri non è da buttare via interamente.

I nosocomi che vi erano qui da noi, poi trasformati in uffici amministrativi della Asl, avevano poche specializzazioni e i ricoverati non erano distinti per patologie. L’ospedale prossimo venturo sarà un tipo di ospedale “per intensità di cure” piuttosto che, come accade adesso, “per specialità”. L’unica ripartizione fattibile, superata quella, appunto, per reparti, sarà tra soggetti bisognosi di cure primarie e quelli che necessitano di cure intensive. Non è che non ci sarò bisogno di specialisti, ma è che essi saranno chiamati a spostarsi per le visite cliniche nelle varie camere di degenza, senza che chi è affetto da una determinata patologia debba stare a contatto necessariamente con altri che soffrono del medesimo male. Già ora per ottimizzare le risorse si ha l’unificazione di discipline mediche differenti, dall’oculistica all’otorinolaringofagia alla dermatologia, in aree omogenee in cui la dotazione di posti letto è indistinta con un effetto positivo anche in termini di flessibilità. Nonostante adesso si tratti di stanze c’è un qualche ricordo delle corsie…

Francesco Manfredi Selvaggi161 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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