Il borgo si sdoppia

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Vi sono insediamenti molisani che hanno l’identico nome e che però si differenzia per il predicato che alle volte riguarda l’altezza, altre l’età e altre ancora le dimensioni ed è il caso di Cercemaggiore-Cercepiccola. Ci sono S. Angelo Limosano e Limosano, S. Angelo del Pesco e Pescopennataro, ma è un’altra storia.

Civitanova è emblematica di un fenomeno che ha riguardato diversi Comuni nel Molise, quello del trasferimento di parte della popolazione di un abitato dall’insediamento originario in cui vivevano. Infatti, i suoi abitanti un tempo dovevano risiedere a Duronia, la quale fino al XIX secolo si chiamava Civitavecchia, in contrapposizione, appunto, a Civitanova. La compresenza di questi due toponimi deve essere legata ad uno sdoppiamento della comunità, piuttosto che alla sua migrazione in un differente luogo, in quanto paesi tuttora coesistenti.

La ragione può essere quella della insufficienza di spazio per l’espansione dell’agglomerato edilizio, magari perché collocato, a scopo difensivo, su un’emergenza rocciosa circondata da pareti scoscese (su un lato Duronia è tangente al tratturo sul quale, è ovvio, non si poteva costruire). Civitanova è esemplare anche per un ulteriore aspetto, questo relativo ad una pluralità di siti insediativi all’interno del medesimo territorio comunale, che si aggiunge a quello della duplicazione dei nuclei abitativi descritto prima; nel suo perimetro amministrativo troviamo il nome di due località, l’una denominata Terravecchia, l’altra Civita, ambedue disabitate (l’unica traccia di una sede umana in epoche antiche è la torre che sta nella prima) e, perciò, a differenza di quanto abbiamo fatto parlando di Duronia, non possiamo dire che si tratta di gemmazione da un nucleo iniziale con il termine usato in precedenza duplicazione che ora sarebbe quadruplicazione, ma di traslazione dell’insieme residenziale.

Si evidenzia, per quanto può valere, che Terravecchia e Civitavecchia sono sinonimi e che entrambe le presenze di tipo archeologico civitanovesi sono poste in ambienti inospitali, la Civita in altura e Terravecchia nel fondovalle. Così esplicitamente, cioè salvo Civitanova e Duronia, non si trovano entità urbanistiche discendenti la prima dalla seconda nella nostra regione, essendovi solo Castelnuovo, qualcosa in più di una frazione, che deve derivare da Scapoli, il capoluogo comunale; una precisazione doverosa è che la denominazione civita rivela un’origine più remota di castello con l’incastellamento risalente ai Normanni.

Finora abbiamo osservato la successione temporale delle realtà urbane e non quella geografica; adottando tale punto di vista si coglie una tendenza di una certa consistenza dello slittamento a valle dell’urbanizzazione, specie se nel piano passa una importante via di comunicazione. Non è un processo iniziato oggi, bensì in corso da tempo. Esso è denunciato pure dalla terminologia impiegata per distinguere gli aggregati aggiungendo l’aggettivo alto o basso a seconda se è quello che sta sul rilievo o se sta nella vallata sottostante.

Abbiamo Rocchetta Alta (ormai a rudere) e Bassa, Roccapipirozzi Alta e Bassa, Roccaravindola Alta e Bassa, con la sottolineatura della strana coincidenza che tutti e tre gli episodi riguardano strutture insediative denominate rocca, vocabolo da cui discende arroccamento, cioè il collocarsi in una posizione inespugnabile. Sia Roccapipirozzi, sia Roccaravindola sono ufficialmente delle borgate, non, dunque, borghi (non rientrano, pertanto, fra i 136 borghi molisani), rispettivamente di Sesto Campano e di Montaquila, nei quali, a loro volta, sono presenti dei corposi raggruppamenti di case, filiazioni avvenute nella zona sottostante (invece Roccapipirozzi e Roccaravindola sono completamente indipendenti, pure come storia feudale) che sono Taverna a Sesto e Masserie la Corte a Montaquila, autentici centri doppi.

Nessuno dei casi di sdoppiamento enumerati, comunque, ha dato vita a enti locali a sé stanti, a differenza di quanto è successo a Civitanova e Duronia. Alto e Superiore significano la stessa cosa: una replica del rapporto tra polo urbano di sotto e di sopra è quello di Boiano dove c’è Civita Superiore. Ciò che distingue la “capitale” del Matese è che qui viene prima la città di pianura, municipio romano, e poi il villaggio in quota sorto intorno a un maniero longobardo.

C’è da introdurre il tema generale che caratterizza il sistema insediativo regionale in senso diacronico che è quello della giustapposizione delle fasi, ancora insediative, e non della sovrapposizione, quindi della stratificazione del costruito di età successive su quello preesistente, come accade altrove. Lo si coglie bene a Sepino per la compresenza di tre fatti urbani distinti, Altilia nella fascia pianeggiante, Terravecchia sul monte, e l’attuale cittadina che è in collina, realizzati in momenti storici separati, in ordine, quello della dominazione di Roma, quello sannitico e quello medioevale con, peraltro, un andamento ondivago per cui dalla fortificazione dei Sanniti che è in altitudine ci si sposta nella piana ad opera dei Romani per, infine, tornare sulle pendici della montagna, ma ad altezza minore di quella di Terravecchia; in comune i tre nuclei hanno la radice del nome che è saepio (cingere in latino) perché quello romano si chiamava Saepinum, quello italico Saipins, in lingua osca, e, dunque, Sepino dei nostri giorni.

Ci sono, inoltre, comuni formati da più parti differenziate in quanto a periodo di fondazione che stanno affiancate spalla a spalla non distanziate territorialmente: S. Biase è la somma di Borgo Slavo e Borgo Croce, che convivono fianco a fianco e forse in passato accettandosi con reciproca diffidenza a causa dell’etnia (gli slavi sono concentrati in una precisa area sub-regionale loro assegnata con scarsi contatti con gli indigeni per cui S. Biase rappresenta un’anomalia).

A Campobasso c’è l’ottocentesco Borgo Murattiano che sorge fuori le mura senza alcun distanziamento dall’abitato primitivo. Distingue S. Maria del Molise il suo essere assurta a capoluogo comunale, pur essendo nata quale semplice contrada, sostituendosi in questo ruolo a S. Angelo in Grotte nel quale fino agli inizi del ‘900 era stabilito il Comune. L’intero escursus compiuto ha riguardato la separazione tra realtà insediative e, in conclusione, quasi a bilanciamento si cita un episodio di unificazione che, però, era nei fatti in quanto fisicamente accostati, Castellone e S. Vincenzo al Volturno.

Francesco Manfredi Selvaggi251 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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