La teoria delle Cinque Stelle democristiane

Il Movimento 5 Stelle è nato nel 2009. In tredici anni di vita ha subito continue modificazioni e assestamenti. Alleato di Salvini e alleato del Partito Democratico, sostenitore del governo Draghi.
Persino le 5 stelle a cui si ispira il suo nome (acqua pubblica, ambiente, mobilità sostenibile, sviluppo e connettività) si sono modificate nel corso del tempo. Oggi sono beni comuni, ecologia integrale, giustizia sociale, innovazione tecnologica ed economia eco-sociale di mercato.

Grillo era partito dal 2005 e nel 2007 c’era stato il VDay. Il vero successo, tuttavia, furono le elezioni politiche del 2013: 8,7 milioni di voti e 109 deputati alla Camera, 7,5 milioni di voti e 54 senatori al Senato. Di Maio fu il più giovane vice-presidente della storia della Camera. Il movimento restò saldamente all’opposizione con il governo Letta e con il governo Renzi. Nelle votazioni per il presidente della Repubblica votò Gino Strada, Milena Gabanelli e Stefano Rodotà nel 2013, Ferdinando Imposimato nel 2015.

La mutazione genetica avvenne nel 2018, quando il capo politico, Di Maio, decise di utilizzare il risultato ottenuto alle politiche (32%) per fare un governo con la Lega. Ma già l’anno successivo, nel 2019, alle Europee, l’elettorato dette il suo segnale a Di Maio: 18%. Quattordici punti in meno delle politiche dell’anno precedente.

Intanto, Salvini fece cadere il Governo e Conte si ripropose con un’altra alleanza. Di Maio mutò di nuovo il suo partito e i 5 Stelle si allearono con il Pd e con Renzi che, qualche mese dopo, fece cadere il Governo Conte.

A quel punto, è storia recente, i 5 Stelle parteciparono alla formazione del Governo Draghi insieme a Forza Italia e, di nuovo, a Pd e Lega. Intanto Conte era divenuto il nuovo capo politico.

Osservando questi fatti, scritti così, senza commentare, per rimanere nell’oggettività più netta, viene da pensare che forse bisognava far crescere quel 32% del 2018 senza accettare compromessi, rimanendo coerenti agli obiettivi che avevano fatto nascere il movimento stesso.

Tuttavia, per ognuna di quelle democristiane incoerenze (alleanza con la Lega, alleanza con il Pd…) le critiche sono state blande: qualche sberleffo, qualche sottolineatura ironica e nient’altro. Le critiche più forti arrivano invece ora che il Movimento 5 Stelle ha fatto ciò che avrebbe dovuto fare molte altre volte in precedenza: dire di no, come in questo caso all’inceneritore di Roma.

Era questo ciò che voleva quel 32%. Non voleva certo l’alleanza con la Lega né quella con Renzi. Nella maggior parte dei casi, quegli elettori votarono 5 Stelle proprio perché erano stati delusi da quei politici o dalla “politica” che essi rappresentavano.

Cosa è successo, allora? Perché c’è stata una tale mutazione? Perché attraverso Di Maio si è introdotto nel Movimento ciò che si trova in tutti gli altri partiti?

È successo ciò che avviene ogni volta che tira un vento di cambiamento importante: gli adulti se la fanno sotto, hanno paura della novità, hanno paura di perdere i loro privilegi e convincono i giovani a ridurre la portata e il numero dei cambiamenti da fare.

L’anima democristiana che è dentro ogni italiano – da Fratelli d’Italia al Partito della Rifondazione Comunista – si è manifestata nei suoi rappresentanti più subdoli e ha convinto quei ragazzi che erano arrivati per la prima in Parlamento (giovani, finalmente) ad abbassare il livello della loro necessità di cambiamento. Li hanno convinti persino della “stupidità” delle idee dei gretini e oggi, per avere i soldi del Pnrr, quegli stessi adulti che prendevano in giro la ragazza svedese inseriscono le idee di Greta nei loro progetti che altrimenti non sarebbero finanziabili.

E noi osservatori abbiamo accettato che il Movimento 5 Stelle si trasformasse in una nuova Democrazia Cristiana. Senza scrivere nulla di quel cambiamento così innaturale per un movimento così giovane. Le critiche riguardavano altro. Si criticava l’inesperienza… come se gli eletti di Forza Italia o del Pd (ognuno di noi ne conosce personalmente almeno una decina) fossero esperti! I giornalisti criticavano il Movimento solo perché scrivevano per giornali contrari alla novità che si stava prefigurando e quella novità cominciava a spaventare. Avremmo dovuto invece criticare quell’invecchiamento immediato, quell’accettazione di un modo antico di fare politica e quell’adeguamento così repentino alla prassi politica contro la quale il movimento era nato.

Allora avremmo dovuto criticare, non ora. Avremmo dovuto criticare quando quei giovani, così puri nell’idea di ripulire finalmente la politica, si lasciavano abbindolare dai nuovi Andreotti, dai nuovi Craxi, dai nuovi Forlani…

E, invece, critichiamo ora. Ora che quei giovani (un po’ invecchiati e rimasti in pochi) hanno finalmente detto una frase da giovani: “Non votiamo questo documento perché dentro c’è l’inceneritore e chi ci ha votato non vuole che il problema dei rifiuti venga trattato in questo modo!”. Punto.

Se avessero fatto così da subito, se non avessero ceduto (qui l’errore è di Grillo) all’embrione democristiano contenuto nella mente di Di Maio, quel 32% sarebbe cresciuto con i voti di coloro che anche allora, nel 2018, avevano deciso di non votare.

“Non facciamo il Governo con la Lega perché è troppo lontana dalle nostre idee!”… e sarebbero arrivati al 36%.
“Non facciamo il Governo con il Pd perché è troppo lontano dalle nostre idee!”… e sarebbero arrivati al 40%.
A quel punto avrebbero deciso gli Italiani se eliminare gli inceneritori, le prebende, i privilegi, le produzioni inquinanti. Avrebbero deciso gli Italiani se andare verso una vera transizione ecologica, verso una società veramente solidale, come era scritto nei programmi dei primi 5 Stelle.

Invece, anche il Movimento si è diluito nella melassa democristiana e le decisioni non le hanno più prese gli italiani. Le hanno prese Mattarella, Draghi e tutte quelle entità galattiche (altro che stelle!) che ci sovrastano e alle quali ci inchiniamo referenti.

Giovanni Petta76 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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