Una villa che ha qualcosa del castello e viceversa

di Francesco Manfredi-Selvaggi  

Le ambiguità sono diverse, è la villa dei duchi di Pescolanciano, ma sta nel territorio di Civitanova, si chiama Casino, del Duca, ma non ha funzioni legate alla gestione della campagna come siamo abituati a ritenere che abbiano i casini, ha alcuni apparati militari mentre il castello che è nel centro abitato ha, il loggiato, elementi che ricordano le ville (Ph. F. Morgillo)

La villa dei duchi D’Alessandro è uno dei rari esempi nel Molise di dimora signorile di campagna. Bisogna premettere che nella nostra regione è poco accentuata la dualità città-campagna, addirittura tale binomio qui da noi è scarsamente significativo, la sua pregnanza è inficiata dalla ridotta rilevanza di uno dei due poli della predetta dicotomia, la città. Se la villa risponde all’esigenza di evasione dalla vita cittadina la quale produce stress in una terra, quella molisana, in cui le realtà urbane sono tutte, anche le maggiori, di esigua consistenza, essa perde di significato, cioè non ha più il significato che di solito attribuiamo a un manufatto di tal genere di buen retiro.

Non è che da noi non esistano i cosiddetti casini di campagna i quali si differenziano dalle ville, per rimanere a Civitanova dove sta pure la villa D’Alessandro il casino Cardarelli, perché assolvono anche al ruolo di “attrezzature” funzionali alle attività agricole trovando posto in tali architetture gli “annessi agricoli” e l’alloggio del mezzadro accanto a quello del proprietario del fondo, residenze per il primo stabile per il secondo saltuaria; casini nel senso forse di piccole case, tanto quella del colono quanto quella del signore.

La villa ha un collegamento flebile con l’agricoltura, è molto meno coinvolta nello svolgimento delle lavorazioni dei campi rispetto al casino; è al fattore che è affidata la cura del podere, il padrone ha una parte minimale nella gestione aziendale. La villa D’Alessandro non ha specifici vani destinati né alla rimessa delle derrate, né al deposito degli attrezzi né tantomeno al ricovero delle bestie, sia quelle da lavoro sia quelle d’allevamento. La distanza dell’edificio di cui trattiamo dal centro abitato qualora fosse a servizio di un’azienda ad indirizzo zootecnico avrebbe una ragion d’essere decisiva nella necessità di allontanamento degli animali dalle abitazioni degli, appunto, abitanti di quell’agglomerato, perlappunto, abitativo a causa degli odori molesti, della sporcizia delle strade, dei rumori fastidiosi prodotti dalle bestie.

Altra motivazione dirimente non la si coglie, non è una giustificazione per l’ubicazione in aperta campagna, lontano dal nucleo urbano il desiderio di stare in contatto con la natura poiché già i piccolissimi comuni, Pescolanciano con il suo castello che è un po’ il quartier generale dei D’Alessandro è uno di essi, sono in genere immersi nell’ambiente naturale, e neanche la voglia d’isolamento, del resto cosa c’è di più utile di un ponte levatoio quale quello del castello di Pescolanciano per separarsi dal resto del mondo.

Forse quello che manca al maniero è un giardino per lo svago che proprio non lo si può ricavare sul colmo dello sperone roccioso, appena sufficiente per contenere la pianta del fortilizio, su cui si erge. L’emergenza lapidea è intimamente legata all’organismo castellano rivelandosi un complemento della murazione, un masso quale sussidio alle opere di difesa. Rocca e roccia sono due parole molto simili fra loro, arroccarsi significa costruire la rocca sulla roccia diventando le due cose, l’una artificiale e l’altra naturale, interdipendenti.

I ricevimenti in estate probabilmente si svolgono nella villa visto il capace spazio esterno a disposizione che consentiva di organizzare feste all’aria aperta, il piazzale pavimentato che circonda la villa è ben più ampio e luminoso della corte del castello, un cavedio tutto sommato di grande formato o poco più. Nella villa per la gradevolezza del risiedervi si dava accoglienza ad ospiti di riguardo come il Mommsen il quale qui soggiornò anche per la vicinanza con gli scavi archeologici di Pietrabbondante che egli stava conducendo.

Il castello venuti a cadere in età moderna le necessità militari si era andato trasformando in un palazzo signorile; ci si sofferma ora su tale sorta di mutazione genetica del fabbricato per evidenziare la “stranezza” che mentre il castello tende ad abbandonare i caratteri di presidio guerresco, i beccatelli definiti apparati a sporgere, adesso servono per sorreggere il lungo loggiato, la villa sorta quale luogo di “delizie” si dota di ben 4 garitte ancorate agli spigoli della cortina muraria; a continuare a qualificare, a farne permanere la qualifica, la fabbrica di Pescolanciano, e in maniera forte, quale castello è la passerella retraibile la quale fa il paio in quanto ad accorgimento per il controllo dell’accesso con i corpi di guardia collocati ad entrambi i lati del cancello d’ingresso all’area di pertinenza della villa.

Si potrebbe pensare in base a ciò che si è detto prima che mentre il castello è naturalmente protetto dalla sua ubicazione sopra lo spuntone calcareo per cui le ulteriori misure miranti a contrastare gli attacchi dei nemici non siano poi così indispensabili, per la villa che è effettivamente esposta, dato che sta isolata in aperta campagna, alle razzie dei predoni (l’edificazione risale all’epoca del brigantaggio) è opportuno provvedere alla messa in sicurezza; seppure sia quella appena illustrata una tesi con qualche fondamento si propende a credere che i gabbiotti sospesi agli angoli delle pareti dotati di feritoie e i casotti a quota, all’opposto, del terreno a vigilanza dell’entrata siano frutto più che di esigenze militari di una volontà estetica.

Proseguendo con il parallelo tra il castello e la villa notiamo un’altra, per così dire, incongruenza: la loggia che ci saremmo aspettati di vedere in una dimora patrizia di campagna la troviamo, invece, in un castello, davvero una singolarità. Andiamo oltre spingendo il parallelismo anche alla volumetria e vediamo che la villa è un blocco compatto, simile stereometricamente ad un torrione, al contrario il castello è un volume vuoto all’interno per la presenza di un cortile ed una corte porticata come questa di derivazione da modelli dell’architettura rinascimentale non si confà, è quasi una nota stonata nonostante sia un elemento di pregio, abbia una fattura pregiata, alla destinazione del presente organismo architettonico la quale è guerresca. La spiegazione di tale metamorfosi va cercata nell’evoluzione della figura del feudatario da bellicoso dominus del feudo a esponente dell’aristocrazia di corte, non, attenzione, del suo maniero bensì regia, per cui la villa lo viene a rappresentare maggiormente.

Francesco Manfredi Selvaggi577 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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