Solo qualità e approfondimento salvano i giornali

crisi editoria

Parla Mark Thompson, il giornalista che ha rilanciato il New York Times

di Simona Maggiorelli per Left

 

Quando è arrivato al New York Times nel 2012, dopo aver a lungo guidato la BBC, il quotidiano era in profonda crisi. Lo scorso novembre ha toccato il record di 20 milioni di copie. La ricetta? Forse non c’è, forse quello del NYT è un caso irripetibile, legato alla conquista del mercato internazionale favoriti dalla lingua inglese, ma di certo Thompson ha chiari alcuni principi. Non usuali in un amministratore delegato di un’azienda editoriale: puntare sulla qualità, sull’approfondimento, dare il tempo ai giornalisti per indagare e approfondire. Tutto il contrario di quel che accade oggi in Italia con i giornalisti della carta che inseguono i ritmi del web.

Nel suo ultimo libro, La fine della democrazia (Feltrinelli), Mark Thompson indaga i cambiamenti radicali avvenuti nel mondo del media dopo la guerra fredda e dopo la caduta del muro di Berlino, puntando il dito contro una demagogia politica che ha fatto proprio il linguaggio dei venditori ( «Non è un caso – dice- che Berlusconi e Trump siano imprenditori abituati a promuovere le proprie aziende». Nel libro sviluppa un’indagine acuta di questa deriva del linguaggio politico, sempre più lontano dalla vita delle persone, che i giornalisti troppo spesso finiscono per imitare . «Noi non dovremmo fare comunella, non dobbiamo far parte di un club, ma stare dalla parte dei lettori», dice con passione. «Dobbiamo avere una grande apertura mentale per cercare di capire se i cittadini hanno delle paure, quali, perché»

Nessuna collusione con i poteri forti. Basta per risollevare i giornali in crisi?

Dobbiamo credere che esista una domanda di informazione corretta, una richiesta di giornalismo serio. Questo è l’altro punto dirimente. Se pensi che i lettori cerchino intrattenimento invece che approfondimento ed inchieste serie, sei finito. Se perdi fiducia nei lettori, cadi in una trappola, è un suicidio. C’è talmente tanta competizione che, se ti metti a inseguire il gossip, la spettacolarizzazione delle notizie, non riesci nemmeno a fare un buon business, ti limiti a riciclare spazzatura e non ci guadagni nemmeno.

Da questo assunto siete partiti per il piano di rilancio del New York Times?

Puntiamo ad investire solo su un giornalismo serio, dobbiamo difendere un profilo alto del mestiere, fare in modo che i giornalisti abbiano tempo per pensare, per approfondire le notizie, piuttosto che rincorrerle affannosamente tutto il tempo. Diversamente dai giornali in lingua italiana o francese abbiamo un bacino molto ampio di lettori, possiamo cercare di guadagnare un pubblico internazionale. Siamo assolutamente convinti che sia necessario investire in ottimo giornalismo. Ma ha un costo. Se produci scarpe e vedi che c’è un mercato per le tue scarpe, non per questo le dai via per niente. Noi pensiamo che ci siano persone disposte a pagare per avere un servizio di buon giornalismo, perciò puntiamo sugli abbonamenti e chiediamo ai lettori un giudizio, un feedback, sulla qualità di ciò che hanno acquistato. È stato un errore pensare che, grazie alla pubblicità online, il buon giornalismo potesse essere gratis. Non ha funzionato. Penso sia sano pagare per ottenere un buon servizio. Ma la tragedia è che molte aziende editoriali in America e in Europa pensano solo a tagliare posti di lavoro, a ridurre il numero dei giornalisti. Indubbiamente occorre tenere d’occhio i costi, ma non si può continuare a tagliare altrimenti molti servizi non vengono più coperti e questo, oltre ad essere terribile, produce un effetto negativo, rende il prodotto scadente.

Dopo un lungo periodo di crisi, come siete riusciti a invertire la tendenza arrivando a 20 milioni di lettori a novembre 2016?

Le cose hanno cominciato a funzionare nel 2012, quando sono arrivato al New York Times. In tanti si sono domandati e ci domandano come sia potuto accadere. La cosa particolare è che ci avevamo provato due o tre volte prima, ma non ci eravamo riusciti. È accaduto solo nel 2012 quando dovevano riuscirci a tutti i costi. Il sistema doveva funzionare era una questione di vita o di morte. Mi sentirei di dire che molti providers in Europa ne parlano molto, hanno fatto degli esperimenti, ma non ci hanno mai provato fino in fondo, come se ne andasse della propria vita. Quello che so è che noi abbiamo provato e abbiamo fallito, ci abbiamo riprovato e abbiamo fallito, è accaduto molte volte prima di arrivare a questa riuscita. Mentre lo fai, mentre ci provi impari, migliori ogni volta un pochino e il sistema migliora, devi avere fiducia che possa funzionare e che i tuoi lettori rispondano.

Mark Thompson amministratore delegato di The New York Times Company
Mark Thompson amministratore delegato di The New York Times Company

Internet fornisce un flusso continuo di informazioni è questo ha fatto pensare che non ci sia più bisogno della mediazione giornalistica, ma è davvero così dal momento che in rete circolano molte bufale, fake news, notizie non verificate?

Al contrario io penso che il mondo in cui viviamo abbia bisogno di giornalismo investigativo, oggi più che mai. Per esempio: sappiamo che ci sono rapporti fra il governo russo e quello americano, ma anche fra M5s e Mosca, fra Marine Le Pen e Mosca. Ma non riuscirai mai a capire cosa sta succedendo davvero navigando in rete. Servono giornalisti che indaghino per giorni, settimane, mesi e magari anche anni per capire a fondo. Sì, l’Fbi fa proprie indagini, ma non basta, sono assolutamente convinto che ci voglia uno specifico lavoro giornalistico per fare una ricostruzione e dare una lettura dei fatti che non resti in superficie. Sul web è difficile verificare le fonti, sapere chi ha pubblicato una certa notizia, quale account c’è dietro eccetera. Insomma, io penso che l’immane quantità di bufale che circolano su internet di fatto rendano il giornalismo più forte e necessario. La rete semmai rende inutile il giornalismo leggero, d’intrattenimento. La rete, al più, soddisfa un pubblico molto ideologico, focalizzato solo su un interesse di parte, che cerca conferme della propria fede, apparenti riprove di ciò che già credono vero.

Non è la gran parte del pubblico?

La gran parte delle persone preferisce pensare, invece che credere. Vuole essere informato in modo approriato, avere avere strumenti per poter decidere liberamente. Per questo dico che c’è una domanda diffusa di giornalismo verificato che vada al centro delle questioni. Io sono portato a credere che fuori da questa stanza ci siano persone, molte persone, che vogliono sapere davvero cosa sta succedendo. È importante per prendere buone decisioni in democrazia. Penso che i media e i giornalisti debbano avere più fiducia nelle capacità critiche dei lettori. Se fai informazione in modo serio e approfondito inneschi una sorta di circolo virtuoso. Più sanno, più cercheranno buona informazione. In un certo senso il giornalismo più “idealista”, quello che punta molto in alto, è il miglior investimento. Io penso davvero che il cinismo porti solo al fallimento, perché dà a quel tipo di lettori ciò che vogliono. Ne ho la prova. Il giornalismo cinico negli ultimi venti anni non ha prodotto nessun modello di business efficace. Basta guardare a quali sono stati alla lunga i modelli vincenti: quello del New Yorker, quello del New York Times ma anche quello del Washington Post, che ora ci sta facendo concorrenza. Nonostante questo mi pare una buonissima notizia che il Washington Post sia molto più forte rispetto a cinque anni fa. Capisco però che per noi sia più facile. In Italia non avete le stesse opportunità internazionali, avete una grande tradizione di giornalismo, ma la transizione all’Europa non è stata facile.

In Italia purtroppo, non solo in rete, viene dato molto spazio alla pseudo scienza, a ciarlatani che promettono cure che non sono tali, a religiosi che intervengono su questioni mediche sulle quali non hanno competenza. Tutto questo produce un danno alla credibilità…

Sì, dilagano fake news e notizie inventate che nascondono una frode. Ci sono persone che si approfittano della disperazione delle persone malate gravemente per fare soldi. Altre volte è la stupidità a fare danno. C’è una massiccia manipolazione sui social media, fomenta questa circolazione di notizie false per ottenere un tornaconto politico. In questo modo si sono diffuse pericolose leggende che, senza alcun fondamento scientifico, mettono in cattiva luce la sicurezza dei vaccini. Ed è terribile. Perché così si cerca di spingere i genitori a non vaccinare i figli. Su questo in Italia come negli Usa bisogna fare una fortissima battaglia perché emerga la verità, perché queste pericolose falsità siano smascherate. Non riguarda solo la scienza e la medicina. Un tentativo di soffiare sul fuoco diffondendo falsità lo abbiamo visto in azione anche in Inghilterra durante il dibattito sulla Brexit. Le destre hanno diffuso false notizie su un fantasmagorico numero di rifugiati che, a loro dire, sarebbe arrivati in Gran Bretagna. C’è stata una pesantissima propaganda. Ma pensiamo ancor più a quel che accade negli Usa dove il presidente Trump dice falsità a raffica via twitter. È accaduto due o tre volte anche questa settimana. Noi lo abbiamo sbugiardato pubblicamente, ma lui non smette di farlo. Ed è tanto più “curioso”, perché è il presidente degli Stati Uniti a farlo. Ci rendiamo conto? Il presidente degli Stati Uniti continua a ripetere all’infinito cose che non sono vere. Che fare? Come giornalista devi continuare a dimostrare che dice il falso, anche se lui non smette. È importante questo controllo continuo, altrimenti la verità sparirebbe dall’orizzonte, altrimenti rischieremmo di diventare una società sottoposta a censura come in Cina. Anche se non produce un cambiamento dobbiamo continuare a provarci, la gente ha diritto di sapere cosa accade.

Negli Stati Uniti la libertà di stampa è tutelata dalla Costituzione, ma Trump potrebbe cercare di manometterla?

Dopo la sua elezione è venuto a pranzo con la redazione, è rimasto a lungo con noi e io gli ho chiesto se avrebbe sostenuto il primo emendamento della Costituzione. Lui ha risposto in modo alquanto bizzarro per un presidente, del tipo “state tranquilli”, you will be ok. Questa settimana ha twittato una frase che induce a non stare affatto tranquilli, alludendo alla possibilità di una legge che prevede punizioni se scriviamo un articolo che lui non condivide. Nei fatti penso sia impossibile che lui riesca nel suo intento. La tradizione della libertà di stampa è forte negli Usa ed è sostenuta anche dalla Suprema Corte. È una faccenda che sta a cuore ai liberali quanto ai conservatori. Dunque penso che non accadrà. Ma il solo fatto che il presidente degli Stati Uniti l’abbia annunciato è sbalorditivo.

fonte: Left

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