Edilizia sociale e perciò flessibile

edil. sociale

È un requisito essenziale del social housing, ma non l’unico perché vi è pure il costo contenuto dell’alloggio.

I temi da affrontare nella definizione, a parità di forma architettonica con un edificio abitativo ordinario, di un intervento di social housing sono numerosi, non tutti necessariamente concorrenti nella medesima iniziativa costruttiva, e ciò lascia spazio a plurime interpretazioni; il soggetto proponente, in altri termini, può mettere in campo alcune di queste ipotesi di lavoro oppure formulare proprie diverse ideazioni. Tra tali ultime, ovviamente, vi sono scelte tipologiche che si vanno a discostare dalle usuali tipologie dei fabbricati residenziali. È utile iniziare dal requisito della flessibilità degli spazi interni il quale consente la possibilità di una diversificazione del taglio degli alloggi, ma soprattutto di seguire il modificarsi nel tempo delle esigenze familiari oltre che del livello di reddito. Ciò è essenziale per unità abitative destinate a ospitare le giovani coppie le quali nel momento del loro formarsi hanno necessità di un numero contenuto di vani. Essere flessibile per un appartamento significa potersi ampliare o ridurre con spostamenti dei divisori che lo separano da quelli contigui programmati. Per ottenere la flessibilità è preferibile che la pianta sia libera da setti in cemento armato intermedi con l’eccezione di quelli che servono ad irrigidire la struttura al fine di rispondere all’azione sismica. Un requisito che deve essere previsto nella progettazione per assicurare la flessibilità è che le reti e soprattutto i terminali siano spostabili rendendo facile il loro ricollocamento in posizioni differenti in modo da assecondare il mutamento dell’alloggio. Inoltre, la flessibilità richiede l’utilizzo di componenti edilizie leggere, magari prefabbricate necessitanti solo di essere assemblate in situ, le quali sostituiscono le tamponature usuali che, invece, sono concepite come elementi fissi. È da evidenziare che l’impiego di simili sub-sistemi costruttivi, partizioni e impiantistica, permettendo la loro pronta sostituzione è a favore del rinnovamento dei materiali e della loro manutenibilità; in definitiva, sono destinate a non subire alterazioni unicamente le parti strutturali del manufatto architettonico. Ciò riduce l’obsolescenza della costruzione e con essa i costi di mantenimento, cosa non da poco per un’edilizia, quella sociale, destinata a gruppi di popolazione con ridotte disponibilità economiche.

Pure la facoltà di variare le soluzioni abitative negli anni concorre ad estendere il ciclo di vita dell’immobile il quale assecondando il cambiamento del fabbisogno di spazio dei proprietari porta ad una maggiore durata del suo utilizzo e, quindi, ad una maggiore redditività dell’investimento immobiliare che per le persone svantaggiate economicamente è frutto di consistenti sacrifici; tante case rimangono pressoché vuote al momento che le nuove generazioni si separano dai genitori. Nel social housing rientra pure, accanto alla flessibilità, la varietà degli alloggi dentro uno stabile poiché all’offerta di tipi abitativi distinti viene a corrispondere una varietà dal punto di vista sociale la quale è il requisito basilare per il formarsi di una comunità. Quindi appartamenti per nuclei familiari «normali» vicino a quelli adatti per famiglie numerose, per famiglie cosiddette solidali, per quelle mononucleari quali quelle per single e anziani soli, e accanto, ancora, a unità alloggiative per il cohousing tra persone senza vincolo di parentela, a residenze temporanee per coloro che stanno attraversando una fase di vulnerabilità, magari a causa di separazione familiare o di perdita del posto di lavoro, oppure per la prima accoglienza di immigrati. Ci sono esperienze rientranti nell’edilizia sociale di “palazzine” con stanze a sé stanti per le badanti che si prendono cura di più individui che qui risiedono. La casa se pensata anche quale fattore di produzione di occasioni lavorative richiede anche un certo numero di camere per l’ospitalità turistica, consentendo di immaginare una specie di bed and breakfast gestito in maniera collettiva, una interessante fonte di guadagno per famiglie che non hanno un reddito consistente. Allo stesso modo, per consentire alle donne, dato che questa tradizionalmente rimane una mansione femminile di svolgere attività lavorative è ipotizzabile in un apposito spazio la creazione di una nursey affidata, pure a turno, a qualcuno di loro. Ulteriori ambienti da prevedere nell’edilizia sociale sono quelli per la convivialità al fine di favorire la vita comunitaria. In aggiunta, date le dimensioni minime delle unità abitative, sono immaginabili sale comuni per gli hobby e per lo svolgimento di prestazioni professionali in modalità home working. Locali accessori da condividere sono quelli per il deposito delle frazioni non marcescibili della raccolta differenziata, per la custodia di biciclette e passeggini, e, qualora si costituisca il «gruppo di acquisto solidale», per il magazzino delle scorte.

Alcuni alloggi, quelli per la permanenza temporanea, devono essere arredati, mentre alcuni altri completamente accessibili allo scopo di migliorare la qualità esistenziale di disabili e di anziani. È sempre più evidente che occorre garantire una quota significativa di alloggi in affitto dato il fenomeno della mobilità che caratterizza la società contemporanea. Il concetto di social housing si identifica oltre che con quello di risposta moderna al fabbisogno abitativo di ceti un tempo detti popolari, con il concetto di sostenibilità ambientale la quale, peraltro, evitando le dispersioni e gli sprechi permette di ridurre i costi di funzionamento; pertanto, in queste operazioni edilizie è indispensabile porre attenzione alla riduzione degli impatti del complesso abitativo sull’ecosistema coincidendo con il perseguimento della classe energetica più elevata per l’immobile. A facilitare il raggiungimento di tale obiettivo vi è innanzitutto l’orientamento del fabbricato rispetto ai raggi solari. Tra gli accorgimenti classici da adottare vi sono il tetto verde o, in alternativa, la presenza in copertura di pannelli solari e fotovoltaici, una cortina esterna amovibile per evitare il surriscaldamento nel periodo estivo e, quindi, l’impiego di sistemi di raffrescamento, l’aumento dell’efficienza energetica dei componenti dell’alloggio, ecc.. È interessante seguire i criteri dell’architettura biodinamica che sono, comunque, ad uno stadio sperimentale. L’area di pertinenza è consigliabile vada destinata alla formazione di orti nei quali praticare il compostaggio dei rifiuti e alla raccolta dell’acqua piovana per la loro irrigazione. Occorre introdurre nelle case appositi dispositivi per il risparmio idrico. Infine, connaturata con l’edilizia sociale vi è la questione della solidarietà dei condomini i quali, a seconda delle proprie capacità, con o senza un regolamento condominiale che lo sancisca, offrono il loro contributo per il giardinaggio, l’assistenza domiciliare alle persone anziane, la piccola manutenzione degli spazi comuni e ciò, insieme all’incremento della coesione, è un mezzo per ridurre le spese, cosa che, lo si ribadisce, è di rilievo per famiglie in fascia reddituale bassa.

Francesco Manfredi Selvaggi168 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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