Taverne a servizio di strade e tratturi

di Francesco Manfredi-Selvaggi

In verità più delle prime che dei secondi i quali quando non si sovrappongono alle strade non hanno proprie attrezzature per la sosta

Può ingenerare una falsa convinzione la presenza di taverne lungo i tracciati tratturali, come succede, ad esempio, a Cantalupo (ben 3) e a Pettoranello, in ambedue i casi in località denominate Taverna, che è quella che esse siano delle attrezzature per la sosta di pertinenza del tratturo. Non è così, perché, invece, la taverna è a corredo della viabilità; a volte una singola taverna si presenta a servizio di più strade e ciò è possibile verificarlo di nuovo a Cantalupo dove le taverne sono situate all’incrocio di più direttrici viarie oltre che il Pescasseroli-Candela (la principale è la statale n. 17 che si incontra in quel punto con i percorsi stradali che portano, da un lato, a Frosolone e quindi a La Montagnola e, dall’altro, a Roccamandolfi e, cioè, al Matese) e a Sepino, anche qui tre, tante; si fa per dire, quante sono le vie che in esse convergono le quali sono la ex statale Sannitica, quella che porta a Cercemaggiore e quella che conduce al centro abitato di Sepino, precisando che siamo distanti dal tratturo.

Le taverne accompagnano le nostre vie fin dall’antichità, quando i tratturi non erano ancora istituzionalizzati muovendosi su direttrici incerte e, quindi, non essendo definiti in modo sicuro non si sarebbe potuto, pur volendo, localizzare taverne ai fianchi i quali erano piuttosto margini soggetti a variazioni nel tempo. Delle taverne di epoca romana rimane il ricordo della iscrizione «ad Calidium» rinvenuta nei pressi di Monteroduni. In età medievale il sistema viario entra in crisi, in particolare quello di lunga percorrenza, e con esso anche le taverne le quali pure costituivano un sistema (che in Terra di Lavoro cui appartiene anche il venafrano si chiama «catena»): le taverne, infatti, hanno senso per offrire i servizi, dal mangiare al dormire e, per quelle legate al servizio postale al cambio dei cavalli, se non il maniscalco e la riparazione dei carretti, pensati per chi effettua spostamenti di una certa gittata, non per chi va dal proprio paese a quello vicino.

Si è fatto un semplice riferimento al servizio postale che, invece, merita più risalto nella storia delle taverne. Cominciamo con il dire che il recapito della corrispondenza può avvenire in modo sicuro quando vi è il controllo sulla viabilità per le minacce dei predoni e questo è assicurato da un’organizzazione statuale e non dalla miriade dei feudatari del medioevo; inoltre la regolarità dei viaggi e con essi la consegna della posta è favorita da una gestione quanto più unitaria delle taverne viste come messe in serie e non prese singolarmente.

Anche la distanza tra le taverne è calibrata sulle esigenze dei corrieri postali i quali per andare più veloci necessitavano di cavalli freschi e le taverne fungevano da stazioni di cambio dei cavalli; ne discende che le taverne non dovevano stare troppo lontane l’una dall’altra per cui il loro numero si infittì. Così come per il trasporto di merci e persone pure per la transumana, cioè il cammino delle greggi, la tutela è affidata allo Stato che garantisce dell’assenza di pericoli tanto sulle strade quanto sui tratturi. Se le taverne sono date in affidamento ai privati esse rimangono, comunque, pubbliche e, analogamente, i tratturi non per niente si chiamano “regi” e l’”arrendatore” della Dogana di Foggia li gestisce solo.

Nonostante siano ambedue la rete tratturale e la viabilità canali per il movimento per la seconda unicamente sono previste le taverne. Eppure la sosta è fondamentale anche per la transumanza per cui sorprende che nella sua minuziosa regolamentazione riportata nel volume La Ragione Pastorale non vi siano specifiche disposizioni in merito. Nei secoli nei quali si è avuto il fenomeno della transumanza questo particolare (poiché è ciclico) tipo di nomadismo ha condizionato pure il diritto, portando alla nascita di un apposito tribunale, il Foro della Dogana, dove si dibattevano le cause concernenti l’occupazione del suolo tratturale, i conflitti tra i conduttori degli armenti e tra questi e gli agricoltori e così via.

I pastori, specie, ovviamente, i grandi proprietari di pecore, con le loro esigenze hanno avuto un ruolo importante nella vita del regno (prima aragonese, poi vicereame spagnolo e infine delle Due Sicilie). Meraviglia, lo si ripete, che non si sia avuta una definizione precisa per i luoghi del sostare, imprescindibili in questi viaggi che durano circa 1 mese. Gli unici punti appaiono essere i Riposi, troppo pochi e troppo radi, se non assenti, per sopperire a tale esigenza.

È da immaginare che i pastori scegliessero quale posto per fermarsi quello in cui c’è una fonte e l’accampamento per la notte era formato da un recinto esclusivamente, all’interno del quale dormivano sia gli animali che gli uomini i quali non dovevano allontanarsi dal gregge per la sua custodia. Una recinzione mobile fatta con corda e paletti di legno al posto di una taverna che è per definizione un “immobile”. Del resto la transumanza è una forma di pascolo vagante, con la velocità di spostamento delle greggi condizionata dalla necessità di nutrirsi brucando l’erba che cresce sulla pista tratturale senza che le bestie avvertano l’urgenza di raggiungere un punto prestabilito, ma nemmeno di seguire una direzione determinata se non fosse per l’incitamento dei pastori e le rincorse dei cani.

Il passo da seguire da parte delle pecore è dettato anche dall’esigenza di evitare di essere raggiunte da un altro gregge che segue il medesimo tratturo. Ciò che definiamo luoghi di sosta per la transumanza e taverne per la viabilità nel campo dell’escursionismo vengono detti punti-tappa. Il Molise crede molto nella valorizzazione turistica della maglia tratturale in quanto bene archeologico primario ed elemento di notevole interesse paesaggistico per cui si è varata una legge regionale che istituisce il Parco dei Tratturi (che, però, non si è mai avviato).

Si sono organizzati numerosi trekking da intraprendere tanto a piedi quanto in bici e quanto a cavallo senza che, comunque, si sia risolto il problema dei punti ristoro compresa la ricettività, altro nome dei punti-tappa; in verità, per i cavalli ormai più di un decennio fa furono realizzate delle tettorie per il riparo che se non si manutengono, essendo in legno deperiscono. Lì dove si accampano i pastori, avveniva lo scambio con le persone della zona attraversata i quali acquistavano gli agnelli e i formaggi, anche se il luogo deputato per il commercio erano le fiere le quali si svolgevano proprio durante il periodo della transumanza, di certo, non casuale.

Francesco Manfredi Selvaggi183 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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