Quanto sarebbe meglio se si ripartisse dalla musica!

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Una riflessione a margine della Festa del 21 giugno al Castello Pandone di Venafro

L’«Andrea d’Isernia» e il «Leonardo Da Vinci» di Vairano suonano per il solstizio d’estate

 di Giovanni Petta

Finalmente giovani musicisti che suonano in un luogo adeguato alle loro perfomances. Finalmente una musica che non ha nulla del suono da saggio di fine anno, con nonni e genitori annoiati che non vedono l’ora di applaudire sull’ultimo pezzo e correre a casa.

Il liceo musicale «Leonardo Da Vinci» di Vairano Patenora e la scuola media a indirizzo musicale «Andrea d’Isernia» hanno onorato la Festa della Musica, che dal 1982 si tiene il 21 giugno per celebrare il solstizio d’estate, con una esecuzione di brani, seria e leggera, nel Castello Pandone di Venafro.

Riccardo Muti dice che «suonare insieme è educazione civica, educa alla convivenza civile, a rispettare gli altri».

Per Morricone «bisognerebbe dare a tutte le scuole un impianto per ascoltare la musica e un corredo di una trentina di incisioni discografiche importanti, da fare ascoltare agli studenti come esempio degli argomenti teorici».

Invece, per il ministro dell’istruzione Francesco De Sanctis, e per tanti suoi successori,  la musica, insieme al ricamo, era «arte donnesca». Iniziò da lui, di fatto, l’allontanamento della musica dalla scuola italiana con la conseguente frequentazione delle sale da concerto e dei teatri di un pubblico esclusivamente anziano.

In Germania, invece, i giovani seguono i concerti di musica classica. In tutte le città, anche le più piccole, però, sono presenti le Musikschulen, senza vincoli di accesso. E nella scuola pubblica tedesca l’educazione musicale inizia dall’asilo per proseguire fino all’ultimo anno. Ciò produce delle conseguenze positive persino sul mercato culturale, mentre in Italia tanti enti lirici e musicali sopravvivono solo con i finanziamenti dello Stato.

I giovani musicisti delle scuole di Vairano e di Isernia si sono presentati al pubblico con la serietà di chi deve affrontare un concerto vero. Gli allievi di Leopoldino Zanni e Giuseppe Cerrone hanno suonato, con la marimba, brani di Sejourné, Albeniz, Gomez, Rosauro e Gipson. I chitarristi allievi di Marcello Rivelli hanno invece eseguito Mozart, Linnemann, Carbajo e Tarrega. I pianisti di Cristina Lilli hanno proposto la Sonatina a quattro mani op. 163 n. 1 di Diabelli.

Lontani dall’ambiente scolastico e in uno spazio bello, che restituiva con generosa armonia ed efficacia sonora ogni sforzo prodotto sul proprio strumento, i giovani musicisti hanno goduto e hanno fatto godere il pubblico della profonda bellezza della musica. Persino le pause di silenzio, scolasticamente vissute con ansia, nell’attesa del momento giusto per suonare la nota successiva, venivano «respirate» dagli studenti: e dunque interpretate. Persino il brusio solito di nonni e genitori, così ormai consolidati in quell’obbligo da aula magna – obbligatoriamente dovuta ai propri nipoti e figli a fine anno – si riduceva quasi al silenzio e all’attenzione vera perché la musica coinvolge e sospende, allontana le false urgenze, i pensieri ossessivi di cose banali, i problemi finti con cui si riempie il tempo delle giornate solite.

L’anno scolastico è finito da qualche settimana. Ma i giovani musicisti erano lì, dopo aver sostenuto le prove necessarie, nel caldo di un pomeriggio estivo. E lì erano anche i loro insegnanti. Fino alle 21:00… a suonare… e non certo per incentivi economici che la scuola non prevede. Che non prevede lo Stato. Che la società civile non pensa siano dovuti, né necessari, né indispensabili nonostante il desiderio, spesso esternato, di una società migliore fatta da uomini migliori.

I giovani erano lì per imparare, magari senza saperlo, che non saranno mai soli, nelle loro vite, se continueranno a frequentare la musica. Per imparare che, come dice Mogol, «anche senza talento si può diventare artisti. Bastano diecimila ore di dedizione all’arte!». I giovani erano lì per crescere nel modo giusto, verificando continuamente il prodotto della loro fatica. Quale modo migliore per onorare la Musica?

Quirino Principe, sul Sole24Ore di qualche anno fa, si rivolgeva direttamente ai giovani, invitandoli a pretendere per se stessi la Musica. Nella sua lettera, definiva «forte» la musica che altri chiamano «classica» per indicare un’arte che «segue le buone regole, anzi le ottime, quelle regole che, una volta seguite, danno buoni risultati, anzi ottimi». E definiva «debole» quella musica che «ti canta quattro battute di un motivo elementare su parole melense che parlano immancabilmente di pace e di fratellanza». Ma non era, il suo, un modo elitario di distinguere e confrontare. Non aveva alcuna voglia di tenere le due cose sullo stesso piano: «la tigre – scriveva – non può combattere con una zanzara».

«Tu hai il diritto alla musica “debole” – scriveva Principe -, poiché tu e io siamo l’Occidente, e l’Occidente significa garanzia dei tuoi e dei miei e dei nostri diritti. Se domani qualche gendarme, qualche bonzo, qualche sciamano, qualche derviscio, volesse impedire a te o a tutti noi di ascoltare la musica “debole”, sarei il primo a difendere il tuo diritto: mi sdraierei a terra, e gli armigeri e i bonzi e i dervisci dovrebbero passare sul mio cadavere. Ma tu non puoi, per amore di te stesso, accontentarti di poco: dell’ emozioncina, della nenia, del saltellìo. Tu sai che esistono ed esisteranno (così sogni, così speri) nella tua vita i momenti non-qualsiasi: quelli eccezionali, in cui tu ti metti alla prova. La musica “forte” ti aspetta: con la sua energia che si trasforma continuamente, che ti colpisce con l’imprevedibile, che somiglia terribilmente al cosmo, alle stelle, all’esplosione di una supernova, vuole annunciarti tre beni supremi: la forza, la libertà, la felicità. Difenditi dalla banalità e dalla mediocrità: pretendi che il nostro Paese, quella musica, te la insegni».

Quanto sarebbe meglio ripartire da qui. Dalla musica, dall’arte, dalla bellezza. Riformare la scuola e, dunque, la società pretendendo di essere, già da piccoli, nelle cose che contano. Cambierebbe davvero tutto. «La conoscenza della musica rende un popolo migliore, più sensibile», dice Riccardo Muti. Perché stiamo ancora aspettando?

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Giovanni Petta7 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017) e «Cinque»; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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