La meravigliosa storia di un pezzo di carta

Borodol 1980. Sulla riva del Kopotokko.

Da Padre Antonio Germano, originario di Duronia e  missionario in Bangladesh abbiamo ricevuto la comunicazione che pubblichiamo

Il Vangelo dell’8 settembre mi offre lo spunto per una riflessione che ho condiviso con la mia gente e che comunico anche a voi, cari amici. Premetto che dallo scorso luglio mi trovo nella missione di Satkhira a sostituire P. Lorenzo Valoti andato in Italia per il suo turno di riposo. Tornerà a fine ottobre e allora anch’io potrò riprendere il mio posto a Chuknagar a fianco al P. Rocky.

La missione di Satkhira è la più estesa ed anche la più densamente popolata nella diocesi di Khulna, con i suoi 20 villaggi da visitare periodicamente. Con me c’è un giovane padre messicano, P. Juan Josè, alla sua prima esperienza di missione e quindi con una conoscenza della lingua bengalese ancora elementare, ma con tanto entusiasmo. I Cristiani di Satkhira, come del resto la maggior parte dei Cristiani della diocesi Khulna, provengono dai fuoricasta con denominazione varia: Rishi, Muci, Das, Dalit,Horijon, ecc. La missione di Satkhira, come quella di Borodol, ebbe origine all’inizio del secolo scorso e fu fondata dai Gesuiti, provenienti da Calcutta. Era l’epoca dell’impero britannico e non c’erano ancora i confini nazionali. Nel 1947 con l’indipendenza dall’impero britannico sorsero i due stati dell’India e del Pakistan. Dopo questo evento i Gesuiti scelsero di rimanere in India e le missioni che si trovavano nel sud-ovest dell’allora Pakistan Orientale, vennero affidate da Propaganda Fide a noi Missionari Saveriani.

Scusatemi questa lunga digressione e torniamo al punto iniziale con riferimento al Vangelo di domenica scorsa, Luca 14,26: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”. Le parole di Gesù suonano molto dure, ma, ovviamente, non invitano all’odio dei nostri più prossimi, come il padre e la madre o addirittura la propria vita; ci dicono, forse in maniera un po’ cruda, che nella nostra vita dobbiamo collocare Dio al primo posto. Ora, per rendere comprensibili le parole di Gesù alla mia gente, mi ero portato dietro un pezzo di carta, che ha 57 anni di vita e he io conservo gelosamente, perché contiene alcune righe scritte da mio padre e strettamente legate alla mia scelta vocazionale, a cui, con la forza del Signore, sono rimasto fedele fino ai miei 80 anni, che scoccano proprio in questo mese di settembre.

Come molti dei miei amici sanno, io ero in seminario, prima in qullo diocesano di Trivento e poi in quello regionale di Chieti, per diventare prete diocesano. Ma dentro di me avvertivo la chiamata alla missione e, a più riprese, l’avevo comunicato al mio vescovo, il quale invariabilmente mi diceva: “ma cosa ti salta in testa? Abbiamo tanto bisogno qui in diocesi e a te salta in testa il grillo di andare in missione !” Ma la mia insistenza era costante. I miei naturalmente non sapevano ancora niente. Era il mese di agosto del 1962 ed io ero in vacanza a Duronia. In un pomeriggio, mentre stavo giocando a pallone con i miei coetanei, arriva il postino con una lettera rccomandata intestata a me. La prendo e vedo che viene dal vescovo. L’apro e leggo: “Caro Antonio, ho capito che la tua chiamata viene dall’Alto; se vuoi andare, hai il mio permesso e la mia benedizione”. Smetto di giocare. Occorre prendere una decisione che impegnerà tutta la mia vita. Ho l’ispirazione di andare subito in chiesa a confrontarmi con Gesù. La chiesa parrocchiale era allora nella parte più alta del paese, denominata la Terra, dove sono nato e dove ho ricevuto il battesimo.

A quell’epoca la chiesa era sempre aperta. Vi entrai e sostai per 15 minuti. Mi alzai con la decisione nel cuore: “Questa sera, dopo cena, tirerò fuori la lettera del vescovo e la leggerò ai miei; quel che succede, succede!” E così fu. A cena erano presenti mio padre, mia madre e i tre fratelli più piccoli di me. Mancava solo mio fratello maggiore, Domenico, che lavorava in Inghilterra. Avevo il cuore che mi palpitava. Finito di cenare, estrassi la lettera e la lessi senza battere ciglio. La reazione fu quale me l’aspettavo. Mia madre scoppiò a piangere e mio padre espresse il suo risentimento con parole abbastanza dure: “Io pensavo di costruire un palazzo e questo palazzo adesso mi crolla addosso”. Con queste parole voleva esprimere tutte le speranze che aveva riposto in me e che ora improvvisamente svanivano. Aveva però capito che aveva agito in maniera spropositata. Impertubabile nella decisione presa, mi ritirai nella mia cameretta per trascorrere la notte.

Al mattino, quando mi sveglio, trovo una gradita sorpresa. Mio padre aveva scritto due righe su un pezzo di carta che aveva introdotto sotto la porta della mia camera. Scriveva così: “Caro Antonio, è grande il tuo desiderio di fare il missionario, perché è il Signore che lo vuole, ma è più grande il mio desiderio di vederti vicino a me e fare da guida ai tuoi fratelli più piccoli. Rifletti bene. Il tuo babbo. Germano Michele”. Lessi il biglietto con tanta commozione, perché capii che con queste parole mio padre mi lasciava libero di decidere.

Questa è la ragione per cui domenica scorsa, dopo aver letto il brano del vangelo di Luca, ho mostrato il pezzetto di carta, con le parole testamento di mio padre, raccontando tutta la storia che ci stava dietro come ho fatto con voi ed ho concluso dicendo: “Vedete, se io avessi ascoltato la voce di mio padre ed il pianto di mia madre, oggi io non sarei qui in mezzo a voi, né ci sarebbe quello che il Signore ha voluto operare attraverso di me a Borodol e a Chuknagar”.

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