55 anni di sacerdozio missionario

Riceviamo e volentieri pubblichiamo una nota di Padre Antonio Germano, originario di Duronia, che ricorda il 55° anno della sua ordinazione sacerdotale. Padre Antonio ha celebrato gli 80 anni d’età e continua a svolgere la sua opera pastorale in Bangladesh dov’è missionario.

di padre Antonio Germano Das

Il 25 ottobre, ricorre il 55° anniversario della mia ordinazione a prete missionario. In quel lontano ottobre 1964 avevo dentro una gioia grande, accompagnata da una ferita lancinante. Poco più di un mese prima, il 15 settembre, era morta mia madre. Quest’anno, per un gioco strano della Provvidenza, vivo l’anniversario nella missione di Satkhira, dove ho trascorso 3 mesi in sostituzione di P. Lorenzo Valoti, andato in Italia per il suo turno di riposo. A Satkhira ho contato anche i miei 80 anni ringraziando il Signore, che mi ha caricato di energia nuova, quasi giovanile. Ho cavalcato ininterrottamente la moto, 80 di cilindrata, di marca cinese, che porta il nome di Runner, ma non supera i 60 km. orari. Le piogge non mi hanno fermato nella stagione dei monsoni. Gli scrosci di pioggia quasi rinvigorivano il mio andare facendomi venire in mente episodi lontani della mia vita ormai longeva.

Uno di essi è il viaggio fatto in sella ad una moto, una Gilera, dietro al mio parroco Don Alfredo, a cui è legata la mia vocazione missionaria. Durante le vacanze di terza media mi invita ad andare a trovare un nostro compaesano, Don Nicola, appena ordinato prete e destinato a Giuliopoli, un paesino abbarbicato sui monti. Durante il viaggio incappammo in un temporale, ma Don Alfredo non si fermò. Era quello il tempo in cui i preti portavano la veste talare. Bagnati fradici arrivammo a destinazione. Poi vengono gli episodi legati alla mia vita missionaria in Bangladesh. L’uno dopo l’altro mi scivolano nella memoria: le traversate sui fiumi, i cicloni con le relative paure e le alluvioni. Ricordo in particolare un viaggio avventuroso da Borodol, luogo della mia prima missione, a Khulna. Si era agli inizi degli anni 80 in piena stagione delle piogge. All’epoca Borodol era un’isola fluviale; da qualsiasi parte vi si giungesse, bisognava attraversare il fiume. Andando in moto da Borodol a Khulna c’erano ben 7 fiumi da passare a guado e cioè, di volta in volta, si faceva un tratto di strada in moto; arrivati al fiume, si caricava la moto sulla barca per raggiungere l’altra sponda e così via per 7 volte.

Quel giorno partii da Borodol sotto la pioggia, che mi accompagnò durante tutto il percorso. La distanza Borodol-Khulna non supera i 100 km., ma, a percorrerla, si impiegava un’intera giornata. Quelli che arrivano oggi in Bangladesh non sono in grado di comprendere la situazione in cui versava allora il Paese. Quel giorno dunque arrivai verso le 8 di sera a Dumuria, un centro importante a 15 km. da Khulna. La moto mi si blocca e non c’è verso di farla ripartire. Buio pesto tutto intorno: all’epoca non era ancora arrivata la corrente elettrica. In lontananza vedo un locale illuminato da una lampada a petrolio. Spingendo la moto mi dirigo verso il locale, una specie di bar ancora pieno di clienti che se la contavano sorseggiando l’ultimo tè. Il locale era una capanna, costruita su palafitte a ridosso di un canale che fiancheggiava la strada. Avvicinai il proprietario e gli chiesi se potevo trascorrere lì la notte, perché mi era ormai impossibile raggiungere Khulna. Dumuria, all’epoca, era un noto covo di briganti, chiamati dakat in bengalese, che facevano sul serio tanto che si raccontavano vari fatti di sangue. Ma per me non c’era altra scelta. Dopo aver preso anch’io il mio tè e dato uno sguardo all’intorno per rendermi conto dei personaggi che mi circondavano, mi disposi a trascorrere in qualche modo la notte. Stesi una stuoia sul pavimento in terra battuta; come cuscino posi il borsone che avevo a tracollo. Beh! Il sonno non fu molto tranquillo, perché ogni tanto mi svegliavo per controllare se c’era qualche personaggio poco rassicurante.

Arriva finalmente il mattino ed ha smesso di piovere. Prendo in mano la moto e cerco di farla ripartire. Colpo di grazia! Alla prima schiacciata di pedovella, il motore ingrana. Posso finalmente ripartire per Khulna, dopo aver saldato i conti con l’oste. Il solito canto mi accompagna nel tragitto: “Canterò la mia libertà…” La penna mi ha trascinato troppo lontano dalla commemorazione del mio anniversario. I miei amici si aspettavano forse qualcosa di diverso, di più legato al sacro. Questo anniversario mi ha portato a mettere per iscritto quello che non avevo mai narrato a nessuno e che appartiene così profonadamente alla mia vita di missionario in Bangladesh. I miei lettori mi perdoneranno e chiederanno per me al Signore che possa proclamarLo e testimoniarLo sempre, con tanta gioia nel cuore.

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