“Sùl’a ro paéso méjo sàccio chiàgne” – Recensione del volume di Raffaele Pellegrino

presentazione circello

di Raffaele Pellegrino (Docente di Storia e Filosofia e ricercatore IPSAIC – Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea. Omonimo dello scrittore)

L’esordio poetico del Dr. Pellegrino rappresenta un tentativo estremamente efficace di costruire memoria a partire dall’analisi puntuale della fenomenologia dell’esperienza del quotidiano vissuto e condiviso. L’esergo del volume potrebbe riassumersi attraverso la speranza che la memoria nasca e si sviluppi dallo stare insieme – la prima condizione della memoria. Ogni speranza, tuttavia, deve contenere in sé una traccia di futuro, pena il suo ridursi a mera illusione, e l’autore dimostra come i lacci dei ricordi si ancorino strettamente all’anima dei luoghi. Lo spazio ci parla di un tempo sedimentato, nascosto sotto la neve degli anni – così nasce la memoria – e tra l’atto noetico ed il suo contenuto si insinua dolcemente la poesia, che imprime un movimento essenziale alla storia del singolo e della collettività, riscoprendone il senso e la natura.

I luoghi veicolano il trascorrere del tempo, scandito dall’orologio della “sicurezza”, per dirla con Baudrillard, il quale sottolinea che gli orologi, oltre ad informarci sulla quantità di ore che passano, ci coccolano con un senso di stabilità, di possibilità di controllo sui minuti evanescenti ed inesorabili. Tuttavia, a volte, il tempo sembra non passare, o addirittura non essere conteggiabile – “il tempo non passa quando si va indietro nel tempo” ricorda Tabucchi – e così un luogo, nei suoi intrecci di relazioni, ci restituisce le orme della felicità che è stata e che, forse, si è ritrovata semplicemente narcotizzata dai filtri del logorante quotidiano.

Se la memoria include per definizione dentro di sé anche l’oblio di parte di ciò che non è più, allora l’autore sceglie sapientemente di condurre i ricordi attraverso il doppio binario della luce e dell’oscurità, anzi si potrebbe dire che la seconda condizione necessaria per fare memoria sia la lontananza: allontanarsi almeno una volta dal proprio paese – Circello, nello specifico – per ritrovare le proprie radici scosse dal vento che là soffia, gelido e innevato, per lunghi periodi dell’anno. La memoria di Circello, “ro paéso” dell’autore, non si traduce nella fondazione ingenua di un angolo di eden in cui rimuginare un’autenticità di valori che, forse, si è smarrita per sempre, bensì riflette l’esigenza di distinguere il “tempo degli orologi” di bergsoniana memoria, vale a dire misurabile enumericamente quantificabile, da quello interiore che lega il tempo ai luoghi e viceversa.

La “nebbia”, ammonisce Raffaele, è l’ospite inquietante che può tornare in qualunque momento ad annerire l’innocenza dell’incontro stupito con gli altri e con il mondo, cifra ancora accesa che caratterizzava la giovinezza dell’autore nel piccolo paese sannita. La terza condizione di memoria che attraversa l’intera opera si definisce come atteggiamento esistenziale che tratteggia le condizioni di possibilità dell’atto stesso di memoria: serbare il bambino che alberga dentro ognuno di noi, ribadisce a più riprese il poeta. Ciò non significa ritornare meramente bambini, si cancellerebbe proprio la porzione temporale che si vuole ricordare, ma l’immagine costante del bambino custodito nello e dall’adulto desidera mantenere appassionata la meraviglia della scoperta di quello che ci circonda.

La dinamica della lontananza, si diceva, connota l’esperienza personale dell’autore, il quale, nella lontana Reggio Emilia, diventa consapevole del fatto che solo a Circello potrà piangere e acquietare il fuoco delle “lacrime cancellate” quando si è altrove. Le riflessioni fin qui maturate dalla lettura della prima parte del volume lasciano spazio all’immagine del sole che ne introduce la seconda sezione, attraversata dalla domanda urgente sulla nostra identità: chi siamo? Sarà sicuramente possibile rispondere, sembra rassicurare il poeta, a patto che “le mie radici e le tue si mischiano”. Conoscere le nostre fibre dell’essere implica intendere le nostre “storie” come “domande che stanno bussando alla porta” e che chiedono di essere aperte.

La poesia “Io sono uno sfollato” tinge con un deciso colore etico il volume, nel contrasto tra la “scarpa rotta” che rappresenta, appunto, lo sfollato, e il resto dell’umanità, sorda, “contenta solo di lucidare l’auto”, insaziabile di divorare le cose consumabili e sostituibili che offre il mercato. Nello smartphone – il device che dà il titolo ad un’altra poesia, “il fondo di ciò che sono si ritrae dove io ancora non sto”, constata amaramente il poeta, quasi che l’uomo, abbagliato dalle luci della tecnica, tenti disperatamente di annullarsi nel vortice di una macchina, ma fortunatamente ancora non ci riesce.

La “pelle malata” del mondo contemporaneo può essere terreno fertile di rinascita solo se riconosciamo che “la natura del cuore è l’essere con l’altro anche quando non è presente oppure se ne va”. La lingua vernacolare sottolinea in modo sanguigno che “noi stessi siamo sempre forestieri (“frastéri”) per l’altro”, l’altro ricrea le coordinate prospettiche tra me e me e tra il sé e il mondo, continuamente. Se la nostra identità si (ri)definisce secondo la strada che porta ad accogliere l’alterità, cos’è allora l’alterità? L’altro sembra essere un “urlo muto” che chiede persino il permesso di esistere.

Nella terza parte della raccolta l’etica si lega al sospiro religioso della preghiera di un “capovolgimento del mondo”, dell’invenzione “di un nuovo ordine”, cambiamento di cui il poeta è l’artefice. Egli, a la Rimbaud, è veggente: si illude, scova, apre, scortica, spande, guarda, vede, tinge, pensa. Così, il desiderio diventa sogno e, nel proprio paese, non sarà possibile solamente piangere, ma anche “cadere nel sonno senza sognare niente”, tranne che costruire un ponte di valori nuovi per toccarlo con le “manine” di un bambino. Se la memoria è per natura selettiva, tuttavia conserva in ogni circostanza la funzione ermeneutica, la curiosità della ricerca di un orizzonte di senso.

L’ultima sezione del volume ritrae l’amore per una donna, forse il proprio paese, vissuto costantemente alla ricerca struggente della propria identità, così da “dipingerci di nuovo da dentro a fuori”. Il dialetto circellese, lingua scelta dall’autore per la sua opera, compie un’acme erotica, cominciata dall’appello alle radici nel magma della lontananza all’inizio del testo, e culminata ora nella corporeità del desiderio (vulìo), fatto di baci (“vàsi”), amore (amóro), carne (“carne”), cuore (còro) e sangue (sàngo). L’estasi di fusione col proprio spazio-tempo ribolle e diventa incandescente nel chiaroscuro dei ricordi tagliati acuminati dal vento forte, violento, penetrante (“ventalèno”). Il dialetto materializza le idee in sensi e vertigine dionisiaca, accarezzando i polsi della gente, ponendosi come privilegiato codice verbale per scardinare i segreti custoditi in scrigni antichi di memorie.

I disegni, inseriti sapientemente nel volume, costituiscono lo sforzo di fermare il tempo, di fotografarlo nella sua malinconica irreversibilità, cogliendone i tratti umani e paesaggistici nei dettagli: un albero, uno sguardo, l’arco tracciato dalle labbra, una brocca, un dettaglio racchiude un ineludibile potere onirico di attrazione verso la discesa lirica nei solchi dell’interiorità. La struttura intima dell’Io muta come il paesaggio circellese, sede di improvvise agnizioni, affioramenti inconsci, flashback emotivi, la cui vitale contemplazione favorisce epifanie dense e commoventi.

Poesie di Raffaele PellegrinoNota
Il volume rappresenta l’esordio come poeta di Raffaele Pellegrino, psichiatra e psicoterapeuta, ex primario responsabile del settore Strutture residenziali e semiresidenziali del servizio psichiatrico di Reggio Emilia, già autore di pubblicazioni in ambito medico. La raccolta di poesie è stata presentata in anteprima a Circello (BN), paese natale di Raffaele Pellegrino e luogo di ispirazione del testo, il 5 agosto 2019, presso il Castello Ducale di recente restaurazione. Il libro è edito da E. Lui Editore, contiene 147 poesie in dialetto con traduzione a fronte e 20 illustrazioni autografe della pittrice e muralista Maria Gabriella d’Aiuto.

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