L’ospedale è bello e fa bene

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di Francesco Manfredi-Selvaggi

Le strutture ospedaliere sono tra le opere più riconoscibili e per l’elevato valore che si attribuisce alla salute tra le più apprezzate. Oggi il loro ruolo sta comunque cambiando.

Siamo portati a considerare gli ospedali nell’imponenza che oggi li contraddistingue come qualcosa di scontato, che è inevitabile che ci sia, che essi sono un dato certo, per così dire. Eppure anche le strutture ospedaliere sono frutto delle trasformazioni (sociali, economiche e politiche) che hanno interessato la nostra società, per cui la loro configurazione è evoluta nel tempo, in specie nell’ultimo mezzo secolo quando si sono avuti profondi rivolgimenti in ogni campo, compreso quello sanitario.

Quelli presenti attualmente nel Molise hanno storie parallele e sostituiscono manufatti precedenti, destinati in seguito a uffici per la sanità. Il confronto tra gli edifici del passato e quelli moderni, limitandoci all’aspetto dimensionale, rivela quanta distanza vi sia tra la sanità di prima e quella odierna. Pure qui da noi, si pensi al capoluogo regionale, con il suo nosocomio che si impone nel panorama cittadino (anche per la sua posizione in cima alla collina di Tappino), mentre quello storico non si distingue dalle altre attrezzature pubbliche come il municipio, la provincia, la prefettura.

Gli ospedali dei principali centri molisani che sono fuori scala rispetto agli altri edifici sono, in qualche modo, un segno concreto della presenza dei servizi per la salute in quel contesto territoriale, assurgendo, quasi, ad un ruolo di simbolo. In verità, la sanità non interessa solo con la sua presenza i comuni maggiori perché è diffusa in tutti i comprensori sub-regionali per la localizzazione risalente ormai a 40 anni fa, di 12 poliambulatori, peraltro strutture belle architettonicamente; la superiore significatività rispetto alle strutture di base degli organismi ospedalieri oltre all’imponenza, è legata al fatto che qui si curano malattie importanti e, peraltro, nelle nuove visioni sanitarie nella loro fase acuta, senza dimenticare che è negli ospedali che si trovano le tecnologie più avanzate (il grado di sofisticatezza delle apparecchiature mediche non ha riscontro nei macchinari che si adoperano negli altri campi).

I nosocomi, rimanendo al paragone precedente, sono di gran lunga più rilevanti dei poli locali di assistenza sanitaria che d’ora in poi dovremo chiamare «case della salute» invece che poliambulatori in quanto essi inglobano gli ambulatori (di analisi e di applicazioni curative con decorso giornaliero) con l’aggiunta dei reparti specialistici e del pronto soccorso, cioè di ben altro. È per tale concentrazione in un unico luogo delle funzioni assistenziali delle quali costituiscono diramazioni quanto è presente nelle istituende case della salute per le forti interrelazioni che avranno con i servizi ospedalieri è possibile definire il nostro sistema sanitario ancora ospedalocentrico.

Si è fatto appena un accenno, appena un rigo fa, alle relazioni che sussistono e che nel tempo si incrementeranno tra gli ospedali e le infrastrutture sanitarie per così dire periferiche; il processo curativo si sta riconoscendo, è formato da molteplici momenti, da quelli che precedono lo svolgimento della terapia, quindi quello diagnostico, a quello che segue le dimissioni del paziente successivamente all’intervento chirurgico o medico con la somministrazione di farmaci, alcuni dei quali avverranno in ambiente ospedaliero ed il resto, che non è poco, cioè il primo e il dopo, fuori.

Nonostante tale equivalenza dei pesi nel percorso terapeutico tra il territorio e l’ospedale è su quest’ultimo esclusivamente che sembra focalizzarsi l’attenzione. È un po’ un retaggio dell’autonomia tradizionalmente attribuita ai nosocomi costituiti nel 1968 quali enti a sé stanti, gestione autonoma durata fino al 1978 quando si varò la Riforma Sanitaria. Dunque, vita breve che, però, ha lasciato tracce durature: tutt’ora gli ospedali sono sentiti alla stregua di entità scollegate dall’insieme dei servizi per la sanità, da un lato e, dall’altro, come i pilastri su cui si fonda il sistema sanitario, cosa che porta a trascurare forse anche nella programmazione la questione dell’assistenza sul territorio.

Passando al lato prosaico della faccenda, gli ospedali sono oggetto al centro del dibattito, specie allorché se ne minaccia la soppressione, vedi Larino o Venafro o il declassamento, è il caso di Agnone, non esclusivamente per ragioni di orgoglio civico o di difesa della salute, ma per l’essere, in qualche modo, un’attività produttiva che influisce sulle condizioni economiche e sociali della comunità. L’azienda, usiamo appositamente questo termine, è fonte di guadagno per chi vende beni (es. il cibo) e offre servizi (es. le pulizie dei locali), ha un indotto che va dalla ristorazione e dall’alloggiamento degli accompagnatori dei malati fino alla manutenzione edilizia.

I servizi sanitari, poi, sono uno dei comparti a più alta intensità di lavoro e quindi fornisce numerosi posti lavorativi; per medici e infermieri, d’altro canto, l’ospedale è l’impiego privilegiato (peccato che quella del personale sia ora una delle voci più critiche per il funzionamento degli istituti nosocomiali). In definitiva, una struttura ospedaliera pur piccola che evidentemente si trova in una realtà piccola può rappresentare un volano per la crescita di quell’area. Dunque, al valore semantico di cui si è parlato in precedenza si aggiunge un valore pratico. Per capire appieno quanto sia fondamentale un ospedale bisogna aggiungere che i costi della sanità sono oltre il 70% dell’intero ammontare del bilancio regionale e che il servizio ospedaliero consuma larga parte della spesa per la sanità per cui non c’è niente di più prezioso tra i beni pubblici e perciò da tutelare.

Francesco Manfredi Selvaggi168 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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