La transumanza partiva anche dal Molise, anzi dall’alto Molise

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Il comprensorio altomolisano è non solo attraversato da tratturi, ma anche il luogo di provenienza di moltissime greggi transumanti.

Non è per caso che la transumanza parta dall’alto Molise piuttosto che, mettiamo, dall’area matesina (con l’eccezione di Roccamandolfi che poi spiegheremo): la ragione è che qui i comuni sono già in quota per cui i pastori che tornano dopo tanti mesi di permanenza in Puglia non devono salire in alpeggio trovandosi i pascoli vicino a casa. Possono quindi rimanere nelle proprie famiglie una volta rientrati dalle pianure pugliesi. Roccamandolfi è l’unico paese del Matese ad essere situato ad un’altitudine montana per cui il ragionamento fatto ora vale pure per tale centro.

Non è che nelle montagne altomolisane non vi fossero strutture per la permanenza temporanea dei conduttori di greggi, vedi i bellissimi trulli di Capracotta e Vastogirardi, ma è solo che essi vanno intesi, date le esigue dimensioni, quali rifugi per le intemperie o poco più. Va, poi, sottolineato che la gestione di pascoli sui monti di questa parte della regione è regolamentata in maniera precisa, seppure non soggiacente alle regole della Dogana della Mena delle Pecore di Foggia, niente di spontaneistico trattandosi la pastorizia di un fondamentale settore economico per le popolazioni dell’Appennino.

Un’ulteriore osservazione è dovuta per la configurazione trulliforme delle casupole pastorali che richiamano i ben più celebri e grandi, veri e propri edifici, trulli che si incontrano in Capitanata il che fa pensare che i pastori fossero veicolo di contaminazioni culturali, per questi manufatti architettonici, tra i vari luoghi che frequentavano. I trulli nostrani, che si è detto erano all’incirca dei ripari, si accompagnavano spesso a dei recinti, anch’essi in pietra, i quali erano gli stazzi delle pecore; infatti se i pastori durante la bella stagione soggiornavano nell’abitato, accanto ai propri cari, gli armenti erano dislocati sui prati dei rilievi montuosi che lo sovrastavano.

In definitiva, è vero che le praterie degli altopiani appenninici erano facilmente raggiungibili dal nucleo urbano ma, comunque, vi era una distanza tra gli animali e le residenze degli uomini. Solo in alcuni borghi erano previste, nelle fasce marginali, le stalle le quali con il sovrapposto fienile costituiscono delle interessanti testimonianze architettoniche che si distinguono dalle dimore abitative se non altro per la copertura ad unica falda; a Roccamandolfi esse sono raggruppate a formare un autentico quartiere e sono presenti pure in periferia, a formare una lunga schiera, a Vastogirardi.

Occorre aggiungere che non è per questo motivo che i transumanti molisani arrivano prima degli altri nel posto di origine, cioè la vicinanza tra aggregato insediativo e i luoghi di pascolamento estivo, bensì che quelli abruzzesi partiti insieme ai nostri dopo la chiusura della fiera di Foggia, il 1° maggio, raggiungono più tardi la loro meta finale, il loro nucleo familiare, perché la distanza è maggiore. I tratturi sono i medesimi perché nell’alto Molise nasce solo il Pietra Canale-Ponte Rotto, gli altri lo attraversano. La transumanza non inizia, prima abbiamo parlato della fine, realmente dalle distese prative delle sommità delle formazioni montuose poiché occorre che le greggi si radunino.

È necessario che i singoli proprietari si uniscano fra loro per affrontare meglio il lungo tragitto che li condurrà verso le piane del Tavoliere o le ondulate superfici delle Murge. Quelli di Vastogirardi hanno il collante nella Confraternita del S.S. Sacramento sotto le cui insegne si spostano. È uno slargo di ogni villaggio il punto in cui gli armenti, ormai raggruppati insieme, intraprendono l’annuale viaggio raggiungendo le piste tratturali. I tratturi, pur sulla carta definiti con precisione, in questo ambito montuoso della regione sono poco riconoscibili “sul terreno”.

Infatti essi, che sono delle lunghe strisce erbose, non si distinguono dagli appezzamenti pascolivi, la cifra dominante della zona in questione, per la comune copertura erbosa del suolo che li porta a confondersi fra loro. Non vi sono le siepi a delimitarne il tracciato che altrove sono fondamentali al fine di evitare che gli agricoltori possano sconfinare nella lavorazione dei campi sulla proprietà tratturale e, nello stesso tempo, che le bestie possano distruggere le colture. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto è da rilevare che il pericolo è limitato per la transumanza autunnale in quanto il passaggio delle pecore avviene quando il fieno è stato già tagliato e trebbiato e sono stati effettuati tutti i raccolti per cui non si hanno danni.

Nell’altomolise i tratturi sono scarsamente percepibili, a differenza di quanto si nota negli altri comprensori dove essi si leggono con evidenza per il contrasto visivo che si ha tra questi nastri verdi e continui con il particellario agrario il quale, per via della frammentazione fondiaria, è assai frammentato e i cui colori sono in dipendenza delle coltivazioni praticate e con la rotazione colturale (in effetti in passato non la si conosceva) mutano di anno in anno. Il verde, invece, delle praterie del territorio altomolisano e quello dei tracciati tratturali è identico e lo spazio dell’allevamento non potendo essere condotto su particelle ristrette perché impegnerebbe troppo personale di sorveglianza o muri di recinzione ha caratteristiche di continuità simili a quelle dei tratturi (continuità areale per il primo e lineare per i secondi).

Il verde è costituito pure dai boschi dei quali le montagne della zona alta, con precisione «altissima» del Molise sono ricche; i tratturi sono ben distinguibili quando attraversano una macchia boschiva, venendo a essere un “vuoto” all’interno di un “pieno” (gli esempi sarebbero tanti, ma ci limitiamo a Ponte S. Mauro, con la statale Istonia posto di osservazione assai vicino). Paradossalmente questo è l’ambito in cui i tratturi sono più leggibili (con il bosco) e meno (con i pascoli). Stiamo discutendo, ovviamente, di paesaggi del passato, mentre quelli di oggi sono cambiati. I tratturi, non più frequentati dagli armenti, si stanno rinselvatichendo con le foreste che li stanno invadendo (proprio a Ponte S. Mauro). Se qui non è la fame di terra di altre parti della regione più vocate all’attività agricola sono state a occuparne la superficie la ricostruzione post-bellica a Pescopennataro, le baracche in legno dei terremotati a Rionero Sannitico, la sua quotizzazione per edificare abitazioni a Civitanova del Sannio. Per fortuna che attualmente sono vincolati.

Francesco Manfredi Selvaggi194 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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