Castelli, mura, ma soprattutto torri

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Ogni maniero ne ha generalmente 4 e poi vi sono quelle disposte lungo le murazioni urbiche, ma anche le torrette isolate, quelle ornamentali affiancate a palazzi signorili, torri colombaie e così via. Vi sono pure quelle di epoca romana.

Nel Molise non esistono tutti i tipi di torre che sono presenti in Italia, ma, comunque, ve ne sono diversi. Non si può, come siamo tentati a fare, ridurre la torre ad uno stereotipo, un cilindro in pietra, perché ve ne è una varietà. Esistono torri a tutto tondo, specie quelle isolate ed un esempio lo si incontra lungo la Trignina passato ormai il bivio di Mafalda, quelle semicircolari le quali sono addossate alle mura urbiche, quelle quadrate, le torrette costiere come quella alla foce del Sinarca che sono a sé stanti e le torri angolari del palazzo baronale di Cercepiccola, quelle “scudate”, cioè con un lato rettilineo verso l’interno e curvilineo all’esterno e quelle “scamozzate” che vuol dire recise al fine di diminuirne l’altezza, ambedue rinvenibili a Campobasso, quella poligonale all’ingresso del borgo fortificato di Vastogirardi, una forma che appare all’incirca nel XVI secolo.

Ulteriori distinzioni che si possono fare è tra torri alte, perlomeno rispetto alla murazione cui sono collegate (vedi quelle dei castelli di Torella e di Carpinone), e quelle, diciamo, corte, la caratteristica Torretta che precede l’ingresso al nucleo antico di Termoli. Ci sono torri, questa volta non le guardiamo in verticale bensì in orizzontale, con una circonferenza ridotta, le più frequenti, e quelle che ce l’hanno estesa, che sono risalenti all’epoca angioina, fatto che le ronde imponenti e, di conseguenza, molto rappresentative (Riccia, Roccapipirozzi Alta, Colletorto e quella che stava in piazza a Sepino visibile nella veduta del paese della rivista Poliorama Pittoresco del 1853 e rimossa nel secolo scorso).

A Pettoranello e a Casacalenda le torri sono sostituite da garitte, le quali hanno la caratteristica di non nascere da terra essendo degli apparati militari che, in qualche modo, si agganciano alla parte terminale della fortificazione; qualcosa di simile è costituita dalle torri che fuoriescono dal paramento a scarpa il quale sta nella fascia basamentale. Finora si è parlato delle torri di origine medioevale quasi che esse siano esclusivamente di tale periodo; non è così perché ad Altilia vi sono ben 19 torri a presidiare la cinta muraria ed una di esse, prossima alla porta Benevento, essendo la quota maggiore dell’insediamento funge da castellum acquae a servizio della condotta idrica.

Le torri della nostra città romana hanno una fattura più accurata di quelle erette nel Medioevo in quanto sono, come la cerchia difensiva cui appartengono, in opus reticolatum, non in pietra grossolana (non ve ne sono in laterizio). I Romani avevano le torri e non i castelli, considerando le prime elementi basilari del sistema di difesa. Il trattamento opportuno di conservazione delle torri di duemila anni fa è, di certo, di natura archeologica, nel senso che, a differenza di quello che si applica per i manufatti dell’”età di mezzo”, esso tende alla salvaguardia integrale, senza ipotizzare adattamenti per renderle ancora utilizzabili.

Del resto, per quanto riguarda le torri che presidiano la cintura muraria esse sono, una volta venute a cadere le esigenze di protezione, da tempo divenute degli spazi accessori delle abitazioni, un ripostiglio, un bagnetto, ecc,. C’è una torre quella del castello di Ferrazzano, in verità ricostruita, che, fino a qualche decennio fa, è stata il serbatoio comunale dell’acqua. È nella posizione più elevata dell’abitato, la quale è quella ideale per garantire, per caduta, l’approvvigionamento della risorsa potabile delle case; se questa è una torre divenuta cisterna ci sono serbatoi costruiti con la forma di torre (salvo che per il suo allargamento in cima) a Morrone del Sannio, S. Martino in Pensilis, Molise, ecc. e anche quella, in seguito demolita di Vastogirardi che assomigliava alla Torre Velasca, quindi con una precisa identità architettonica.

Torri sono state utilizzate pure quali campanili: accade a S. Polo e a Campodipietra, il quale ultimo è un manufatto completamente circolare e ciò ne fa l’unico campanile tondo della regione. È scontato che queste torri stanno vicino a chiese. Ad eccezione della cella campanaia che sta in sommità sono torri prive di bucature, connotato comune sia alle torri che alle mura urbane fino a quando sono state adattate a scopi residenziali allorché sono state aperte finestre; tale fenomeno ha riguardato anche i castelli come quello D’Evoli a Castropignano.

È opportuno adesso analizzare il rapporto tra strutture castellane e torri, per completezza di discorso. Le torri nei manieri sono prevalentemente disposte agli angoli (l’esemplificazione migliore è quella del castello Pignatelli a Monteroduni); la relazione tra queste due opere edilizie non è, però, sempre quella che le torri sono ancillari nei confronti dei castelli perché si possono avere situazioni in cui la torre non presuppone il castello. Oltre che nelle torri di avvistamento come quella di Baranello in prossimità della vallata del Biferno, quanto affermato lo si riscontra a Campochiaro in cui la torre civica occupa la posizione al culmine del centro storico, lì dove ci sarebbe dovuto essere il castello.

Se, poi, si intende per castello un recinto fortificato, la tipologia castellana che viene considerata dagli studiosi quella originaria dell’area abruzzese-molisana, recuperando l’etimologia del termine castello il quale deriva da castrum, accampamento, si vede che esso è costituito da un vuoto, nel quale le persone si rifugiavano nei momenti di pericolo, e dai pieni che sono le torri. Queste ultime, in definitiva, non sono affatto cose secondarie e avvalora questa affermazione pure la scelta di alcuni Comuni di raffigurare nel proprio stemma la torre. Nel capoluogo regionale le torri sono addirittura sei quante sono le porte cittadine delle quali erano a presidio e questo numero elevato di torri contenute nello stendardo è, in un certo senso, l’ostentazione della potenza della comunità che si autorappresenta nella murazione turrita; il simbolo fu voluto dalla cittadinanza nel 1700 quando questo centro si riscattò dall’oppressione feudale per cui non avrebbe potuto adottare quale emblema il castello che fu dei Monforte.

Francesco Manfredi Selvaggi257 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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