Se la Movida diventa Covida. L’esplosione degli ormoni repressi e i sindaci sceriffi atterriti dalla ri-pandemia

E così la Movida rischia di diventare una Covida. Da Termoli a Isernia fino a Campobasso i sindaci hanno i capelli dritti, che basta un cluster per finire come Toma in fondo alle classifiche del gradimento. Per non dire di un flop del “turismo di prossimità” e di flusso di turisti vergini di Molise grazie alla “geometria variabile” del contagio.

A poche giorni dal lockdown Mons. Bregantini scriveva incantato: “Chiude Via Ferrari, di notte un silenzio surreale, con un riposo vero per le famiglie attorno, tanto sofferte. Tornano a parlarci quelle stelle che le luci psichedeliche cercavano di oscurare…”.Per la via del peccato campobassano sembrò il battesimo di un redenzione.

C’eravamo un po’ illusi che il silenzio da Covid, l’aria pulita, il profumo della primavera e il ritorno di pesci alla laguna di Venezia potessero generare resipiscenze su vecchi stili di vita e introspezioni sul “niente sarà come prima”. Non che ci aspettassimo un fiorire di gruppi di meditazione o di circoli esoterici ma almeno un minimo sindacale di buonsenso e autoprotezione.

Invece dopo tanta claustrofobia domestica, dopo tanto distanziarsi, azzittirsi e astenersi, quei miliardi di neuroni e ormoni a lungo repressi in vene e menti giovanili sono riesplosi puntualmente nei luoghi che si usa definire “canonici”, per lo sconforto del povero Bregantini…

Così, per i primi cittadini il rischio ri-pandemia diventa l’arma letale della loro autorevolezza. E hai voglia a travestirsi da sceriffi e a minacciare “chiudo tutto”. Sta di fatto che i poveri sindaci non sanno più come girarsi tra focolai uguali e contrari: prima ci si mette l’irresponsabile mestizia dei funerali, poi la scapestrata allegria delle movide. Cittadini, vil razza dannata.

Dall’alto si pensa a un esercito della salvezza con ronde di guardiani della pubblica astemia dotati di pistole ad acqua contro lo sbevazzamento collettivo. E poi, come da copione, la denuncia di “tentazioni autoritarie” e di “derive liberticide” che, detto da una mussoliniana come la Meloni, fa una certa impressione.

Giuseppe Tabasso182 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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