Il Molise, prima tirrenico poi adriatico

di Francesco Manfredi-Selvaggi

La nostra regione diventa adriatica solo con il passaggio dal Contado di Molise al Molise. Prima, all’epoca dei Sanniti, i suoi interessi erano spostati sul Tirreno. Rimane, comunque, saldamente al centro del Mediterraneo, della ricchezza di popoli che ne abitano le rive, appartenenti a 3 continenti, Europa, Africa e Asia. Il santuario di Castelpetroso è “miracolosamente” in bilico tra versante tirrenico e adriatico.

Non ci sarebbe potuto essere stato, diciamo subito, il viaggio di Ulisse se non ci fosse stato il Mediterraneo. Nessun’altra distesa marina al mondo offre tante possibilità di incontro quante quelle offerte da questo mare. Gli episodi descritti nell’Odissea avvengono in luoghi distinti, ma posti tutti al contorno del mare nostrum. La stessa parola, Mediterraneo, che significa in mezzo alle terre è rivelatrice dello stretto legame che intercorre qui tra mare e terra e che permea l’intera cultura dell’area, si pensi solo alla cucina dei popoli rivieraschi nella quale si utilizzano tanto ingredienti provenienti dal mare quanto dalla terra, magari nello stesso piatto.

Dice, comunque, il grande studioso Braudel che i Mediterranei, adesso al plurale, non ce n’è solamente uno, bensì, una pluralità («1,10,100 Mediterranei»), ciascuno dei quali ha propria denominazione . Quelli che ci interessano, o meglio interessano il Molise, sono l’Adriatico e il Tirreno, sì, pure il secondo perché vi sfocia il Volturno il quale nasce sul versante molisano delle Mainarde ed il cui bacino idrografico comprende una porzione del territorio regionale; peraltro, una porzione non piccola in quanto oltre all’isernino, al venafrano e ai comuni che un tempo erano inclusi nella Terra Sancti Vincentii, vi è l’alta valle del Tammaro dove si trova Sepino.

Una porzione non piccola, di nuovo, anche dal punto di vista del patrimonio culturale essendovi inserite due delle nostre principali emergenze archeologiche, Altilia e l’abbazia di S. Vincenzo al Volturno. La tirrenicità, se così si può dire, dei nostri antenati era ancora più marcata, con il Sannio che si estendeva su entrambi i lati del Matese, uno dei quali, è tirrenico. I Sanniti consideravano, in qualche modo, il Tirreno il loro mare nutrendo mire espansionistiche sulle città della Magnagrecia, innanzitutto Capua e Napoli, cercando quasi uno sbocco a mare, impossibile sull’Adriatico a causa dei “pantani” del Basso Molise.

Per questa popolazione italica che viveva intorno al massiccio matesino il Tirreno, di certo, era più vicino dell’Adriatico; per inciso, si rileva che alla nostra latitudine l’Appennino, che qui è l’Appennino Campano-Molisano, non è nella mezzeria della Penisola, bensì spostato verso il Tirreno. Che il Molise sia o meno tirrenico se ne può discutere, ma è certo che esso fino agli inizi del 1800 non era adriatico o almeno il Contado di Molise poiché non ricomprendeva la fascia costiera la quale rientrava, invece, nella Capitanata. Per dirimere la questione se si è adriatico o tirrenico, la zona interna, non ovviamente quella litoranea, vale la pena andare a vedere cosa distingue l’uno dall’altro e ciò vale la pena farlo qui più che altrove trovandoci nella fascia più stretta dello Stivale, dove i due mari sono più vicini, soltanto 110 chilometri per cui vi sono punti nel Molise, equidistanti dai due mari, distanti appena 60 chilometri, da ambedue.

La differenza che salta subito agli occhi è che il Tirreno è molto più ampio, con ampiezza intendo larghezza e non lunghezza la quale è la stessa in entrambi, tutti e due delimitando l’Italia da cima a fondo, da nord a sud. Il Tirreno si spinge, figurativamente, al largo, si protende nel Mediterraneo, quello Occidentale, tanto da fare tutt’uno con esso allontanandosi un po’ dalla terra ferma, anche le isole maggiori lo sono. Il baricentro geometrico del Mediterraneo sta tra la costa tirrenica e la sua dirimpettaia sarda.

Siamo, dunque, in mare aperto e per identificare il baricentro non fisico, bensì “morale” ci dobbiamo spostare evidentemente su qualcuna delle “terre emerse” circostanti imbattendoci immediatamente in Napoli (la Napoli conquistata dai Sanniti, lo ricorderete) che è il naturale, al di là del fatto geografico, centro della civiltà mediterranea. Con la vista non si colgono e, invece, con la mente molto distintamente si leggono sullo specchio acqueo le numerosissime rotte, ideali fili di una tela, seguendo la scia delle navi, le quali svaniscono subito dopo il loro passaggio, che lo solcano.

Il Mediterraneo nel mondo antico è stato il principale medium di comunicazione, alla stregua di una rete di vie con maglia assai fitta, fra le varie società insediate sulle sue sponde. Napoli ne è stato il suo porto più importante, porto che si scorge dalla cima di Monte Miletto con le imbarcazioni pronte a salpare la mattina presto. L’Adriatico si distingue per la sua forma stretta, assomiglia piuttosto a un canale; gli spostamenti marittimi sono storicamente unidirezionali con approdo finale prima a Venezia, sede di una potente Repubblica Marinara, e dopo a Trieste che fungeva da porto, l’unico, dell’Impero Austro-Ungarico.

Non sono mancati nella storia attraversamenti, dunque, in senso trasversale dell’Adriatico, a cominciare dalle genti che per sfuggire ai Turchi sono scappati in Molise dalla Croazia e dall’Albania in varie ondate dal XV al XVI secolo e a finire in età contemporanea con i profughi albanesi nel momento del crollo dei regimi comunisti. La circolazione navale nel mare Adriatico secondo la sua linea preferenziale, da meridione a settentrione e viceversa, che poi segue il flusso delle correnti marine, qualcosa di simile ai fiumi e, del resto, lo abbiamo detto, è un canale, è relativamente agevole in quanto non si perde mai di vista il litorale.

La navigazione è facilitata dalla possibilità di effettuare soste, ovverosia tappe durante il tragitto per il rifornimento dei natanti. Il margine costiero molisano essendo privo di rientranze, uniformemente rettilineo com’è, non ha la predisposizione alla portualità per cui, del resto è breve, è escluso da tale traffico. Il pericolo che corrono i naviganti, allorché trasportano merci preziose da condurre nel capoluogo veneto il quale commerciava per tutto il bacino mediterraneo è quello dei pirati.

Lungo la strada di casa, per capirci, essi possono annidarsi nelle cale nascoste delle isole Tremiti e da lì partire all’arrembaggio e, pertanto, si rese necessario presidiare il luogo installando sull’isola di S. Nicola una fortezza-convento con i monaci chiamati, oltre che alla preghiera, a scacciare via le orde piratesche. I molisani hanno sempre dimostrato scarsa propensione alla marittimità, piuttosto che sulle barche la pesca si praticava dalla battigia sui trabucchi, a differenza dei tirreni i cui interessi sono stati proiettati sul mare da sempre, dalla fondazione delle colonie greche le quali avevano scambi continui con la madrepatria.

Le polis, parola equivalente in greco a città, dovevano sorgere proprio sul mare proprio per permettere il trasporto delle derrate tramite navigli, mentre qui i borghi si attestano in altura, salvo Termoli, a distanza dal mare. Ai Greci non ha mai interessato l’Adriatico, essi tendevano a colonizzare l’area occidentale del Mediterraneo e chissà per quale strano caso le isole Tremiti si denominarono anche Diomedee, nome evocativo del mitico compagno di Ulisse, chissà a quale avventura si lega tra quelle narrate da Omero. Non per tirare le fila del discorso, il quale meriterebbe ben altri approfondimenti, e neanche per trarre una specie di morale dal racconto fatto, dovendo, comunque, concludere si ritiene di poter affermare che, limitandoci a questo, la nostra condizione esistenziale di isolamento ha qualche derivazione dalla collocazione della regione sull’Adriatico il quale anch’esso soffre di isolamento nel contesto mediterraneo.

Francesco Manfredi Selvaggi336 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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