Settembre addio ad Angela Merkel. La prima erede dei padri fondatori della UE entra nella storia

Questo difficile settembre ci riserva un evento storico: domenica 26 la Germania va alle urne e appena formato il nuovo Governo, Angela Dorothea Kasner maritata Merkel, detta “Mutti” (mammina) lascerà dopo16 anni il cancellierato presieduto dal 2005.

Così, la prima donna arrivata al vertice della Repubblica Federale, “la donna più potente al mondo”, come la definì Forbes Magazine, la leader più metodica, prudente, cauta e calcolatrice dell’occidente, uscirà dalla cronaca politica per entrare nella storia.  Figlia di un pastore luterano e di un’insegnante di latino, ricorderemo la ragazza cresciuta per 35 anni sotto il regime comunista della Germania Est, che parla perfettamente il russo ed è laureata in fisica e chimica. Ricorderemo le sue giacche create dalla stilista Bettina Schoenbach, le giacche che – come disse – “hanno la stessa funzione del camice di un medico”.

Ci adatteremo a un mondo post Merkel, senza dimenticare la donna che ha esaltato il ruolo delle donne, che disse di non aver scelto di non avere figli ma di non rimpiangerlo. Che quando nominò ministra del suo Governo l’attuale presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, madre di 7 figli, disse con ironia “lei mi compensa, ora ho 3,5 figli”.

Paolo Valentino, storico corrispondente del Corriere della sera da Berlino, le ha appena dedicato un libro (“L’età di Merkel”, Marsilio) che la descrive “donna modica nel parlare, ma viva nell’azione come cauta e acuta nel pensarla”. Donna di Stato che in un’intervista gli dice: “Quando la pressione cresce e tutti premono, devo dire qualcosa, ma non parlo senza essere sicura che la decisione sia sostenibile anche tre giorni dopo”.

Qualcuno (Wolfgang Münchau sul Financial Times) ha sostenuto che è sopravvalutata. Le si rimprovera d’essere troppo cauta e pragmatica, di avere uno stile negoziale defatigante, tanto da far coniare il verbo merkeln (prendere tempo). Le hanno pure contestato di aver perso l’anima conservatrice del suo partito, la CDU-CSU. Ma quante volte gli stessi tedeschi si son dovuti rimangiare le critiche. Il giornalista inglese John Kampfner ha scritto che “nelle conferenze stampa della Merkel, tecniche, precise, s’intravede maturità e grandezza nei confronti dell’infantilismo di Donald Trump, dell’aggressività di Vladimir Putin e dell’elusività di Xi Jinping.

Intanto in attesa delle elezioni fioriscono analisi, previsioni, ansie timori per le ricadute su un’Europa senza Merkel. Chi la sostituirà? Il cristianodemocratico Armin Laschet, il socialdemocratico Olaf Scholz o la leader dei Verdi Annalena Baerbock? Che fine farà la leadership franco-tedesca se non sarà rieletto Macron? E quale ruolo potrà ricoprire in Europa l’Italia di Draghi? Nel libro di Valentino si legge che “la Merkel vede in Draghi la migliore garanzia del suo lascito europeo e la personalità in grado di assicurare guida e leadership all’Unione nei prossimi anni”. Tanti si sentono già orfani di una leader così rassicurante, altri vagheggiano spostamenti di equilibri a destra, come i firmatari del Manifesto dei sovranisti, che è un manifesto dell’anti-europeismo.

Tutti comunque dovranno riconoscere alla Merkel almeno due suoi grandi momenti di coraggio visionario: quello di accogliere un milione di siriani (oggi perfettamente integrati) e soprattutto quello di aver compreso l’importanza del Recovery Fund, cioè di un’Europa che s’indebita per rigenerare con miliardi a fondo perduto i suoi Paesi più bisognosi come l’Italia. Altro che “superfregatura” e “questua col cappello in mano”, previsti da Meloni e Salvini: il Next Generation EU rischia anzi di rottamare il sovranismo.

Dunque Angela Merkel ci lascia e il suo lascito è un’eredità tutta europea, degna dei padri fondatori, anzi della prima Mutti rifondatrice.

Giuseppe Tabasso223 Posts

(Campobasso 1926) ha un nipotino, due figli e una moglie bojanese, sempre la stessa dal 1955. Da pianista dilettante formò una band con Fred Bongusto. A suo padre Lino, musicista, è dedicata una strada di Campobasso. Laureato in lingua e letteratura inglese, è giornalista professionista dal 1954. Nel 2018 è passato dall’Ordine dei Giornalisti del Lazio a quello del Molise per terminare la carriera dove l’ha iniziata. Ha lavorato in vari quotidiani e periodici (Paese sera, Corriere lombardo, Ore 12, L’Europeo, Annabella, Gente, Radiocorriere). Inviato di politica estera per il GR3 della RAI, ha lavorato a Strasburgo come redattore parlamentare, a New York presso la Rai Corporation, nelle sezioni italiane della BBC a Londra e della Deutschland Funk a Colonia. Pubblicazioni: Il settimanale con Nello Ajello (Ediz. Accademia, Roma 1978); Facciamo un giornale (Edizioni Tuttoscuola, Roma 2001); Il Molise, che farne? (Ed. Cultura & Sport, Campobasso 1996); Post Scriptum, Prediche di un molisano inutile (Bene Comune Edizioni 2006), Gaetano Scardocchia, La vita e gli scritti di un grande giornalista (2008), Moliseskine (Bene Comune Edizioni, 2016). Per le stesse Edizioni è in corso di pubblicazione Fare un giornale, diventare giornalisti, Manuale di giornalismo per studenti, insegnanti e apprendisti comunicatori.

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