Gli impossibilisti e l’ossessione per il frattale

Riceviamo da William Mussini e pubblichiamo

di William Mussini

Solitamente non credo ciecamente ad un fatto straordinario così come viene raccontato, ma credo nell’opportunità di verificare e studiare i fatti del reale con spirito imparziale e disincantato come vorrebbe la vera metodica di ricerca scientifica, ricordando che ogni cosa al mondo è relativa e che l’impossibile non è altro che un’accezione della realtà.

La realtà stessa è relativa alla interpretazione dei sensi, dunque ad occhi e cervelli “oggettivi”, potrebbe apparire allo stesso tempo ambigua e concreta. Nell’accettare l’idea di una natura relativa del creato, non si dovrebbero confutare né spiegare eventi in modo assoluto, sia che essi appartengano alla categoria degli impossibili, sia che essi godano dell’avallo scientifico.

Diceva William James: “La nostra scienza non è che una goccia d’acqua, la nostra ignoranza un oceano. Se una certezza esiste, è questa: che il mondo della nostra conoscenza fisica è avvolto da un mondo infinitamente più vasto e del quale non possiamo attualmente farcene un’idea concreta.”

Io amo gli aborigeni australiani, quando accompagnano il suono del vento con il didjeridu sulle sponde del fiume Pascoa, amo la loro profonda ed inviolata ancestralità, amo Louis Charpentier che disse: “Cosa possono sapere della vecchia terra le genti della nostra epoca incollate ai seggi delle elucubrazioni intellettuali, o trepidanti sui seggi delle meccaniche per motori.. Civilizzazioni di natiche comodamente insaccate.”

Mordicchiamole allora, da buoni tarli, queste cellulitiche natiche, tracotanti di auto consensi. Ricordiamoci; “che sia buona cosa per uno scienziato di essere scettico, è vero, ma non di essere volutamente cieco.”

Nulla ha più valore al mondo di una visione particolare, sfaccettata, della globalità che si presenta ai nostri sensi.  Colui che viene affascinato dal mondo frattale, dagli angoli nascosti, dalle ombre, dalla intrinseca natura d’ogni cosa conosciuta ed allo stesso tempo archetipica, è un valoroso esponente dei cosiddetti “impossibilisti”.

Costoro, (ne conosco molto pochi al mondo, forse dieci o forse venti) credono ma non in modo assiomatico  alla progettazione frattale della realtà. Per essi, ad esempio, l’angolo del marciapiede che si trova a quattro metri dal semaforo in via dei Gelsi, all’altezza del numero civico 24, a Provvidenti, così come si presenta, sporco di fuliggine e polvere, scuro lì dove si incontrano i due blocchi di pietra lavica, ha lo stesso medesimo fascino nonché valore dell’intero Duomo di Milano.

Cosa vuol dire? Immaginate di essere una minuta formica che cammina nei pressi del marciapiede di Provvidenti, la sua percezione delle forme attorno, così elementare e limitata, ha pur sempre la peculiarità di essere particolare, ha un suo specifico ruolo, ha una sua grandezza ed un parametro sesoriale diverso dal nostro, ma non per questo insufficiente. I rumori, i colori e le luci avvertiti dall’insetto sono gli stessi percepiti dai nostri sensi (in ambito relativo naturalmente), ma la diversità consiste nella specificità, nella dimensionalità e nelle contingenze che regolano la capacità percettiva.

Il marciapiede, alla formica, probabilmente apparirà come un’enorme struttura-ostacolo, un’imponente muro di pietra da esplorare; apparirà più o meno come appare ai nostri sensi una parete rocciosa, una balza che si staglia imperiosa. La formica, di certo, non potrà mai accorgersi dell’esistenza di una così immensa struttura, mentre gli impossibilisti possono concentrare la loro attenzione su di un particolare infinitesimale, più consono ai sensi di una formica, contemplando sino all’inverosimile la diversità delle forme.

A che scopo tutto ciò? E’ opportuno precisare che nella mente dei folli, non permea il quesito che mette in discussione l’origine od il perché della follia, il folle è folle e basta!

L’impossibilista è istintivamente attratto dalle nicchie e dagli anfratti che si celano ai più, trovano fascinosi gli angoli e le buche di talpe, le tane di ragni, le uova di parassiti nascoste fra i capelli, i batteri che vivono fra i denti e le gengive, le crepe nel terriccio le ceneri di un camino, le tombe di ogni cimitero, le insenature fra i petali di fiori e di piante, le mosche che gironzolano in ambienti immensi,  le nostre case,  i feti nella placenta, le feci negli intestini, gli occhi dei camaleonti, la lingua del formichiere che si insinua in un termitaio, le colonie di cavallette, i bruchi nelle crisalidi, le foglie di catalpa che cadono nel buio assoluto d’una notte amazzonica, le gole di serpenti quando fagocitano uova, l’interno privo di luce d’una scatola di cioccolatini, l’immobile penombra d’una stanza inabitata, una grotta inesplorata ignorata nei secoli, le lacrime d’un bambino che ha perduto il suo giocattolo, le spalle di un uomo che cammina loro davanti, la polvere sotto i letti e fra i peli delle spazzole, le pieghe del viso e delle mani, le pieghe della mente.

La contemplazione che si spinge al di là delle forme consuete è la contemplazione dei folli, degli amanti dell’impossibile, di quei pochi psicopatici che vivono in una realtà sezionata, frammentata, intermedia a forme, suoni, luci, colori, odori, sensazioni, dolori, gioie; la realtà frattale di chi ricerca l’universale lì dove si muove e si realizza il particolare.

Se dovessi anch’io provare ad essere un impossibilista in un esperimento estremo, potrei ad esempio tentare di passare fisicamente per la fornace di un battello a vapore, scoprendo così, cosa si prova nello sprigionare energia, passare nello stretto tubo d’una canna fumaria, per poi lasciarsi trasportare dalla brezza lacustre.

Potrei capire sulla mia pelle in modo definitivo cos’è l’entropia. I chimici, gli scienziati ed i medici, condannerebbero la mia super-caparbietà nella ricerca, forse perché mossi da invidia. Condannando la mia spregiudicatezza dimostrerebbero così di voler possedere, anche per un solo istante, il coraggio di chi sperimenta l’effetto ustionante d’un carbone ardente sulle proprie carni.

Da impossibilista passato a miglior vita avrei potuto lasciare ai posteri un’ultima effige: “Se fossi diventato un giorno onnisciente, sarei stato molto simile ad un Dio nello scrutare ed oggettivare i fatti della realtà. Avrei certamente arricchito, denigrato, sconsacrato ed elogiato tutte le teorie e formule d’ogni dottrina scientifica e non, avrei raggiunto l’impossibile e ne sarei diventato parte, nel mio harem iconoclasta, avrebbero avuto degna accoglienza tutti i nemici del dogma, tutti gli scienziati consci del relativismo matematico, i pensatori ed i poeti coerenti nella vita con le proprie muse.”

Ma la morte delle idee non perdona, inseguendo un ideale oppure una verità impossibile, al massimo si potrà ottenere una conclusione terrena eccentrica, una morte originale ricca di sconfinamenti dimensionali e di reincarnazioni, ma mai l’onniscienza.

La psicastenia galoppante che assale gli Impossibilisti li condurrà inesorabilmente tutti ad una saturazione entropica, quando avverrà l’implosione nelle loro teste cariche di una miriade di concetti e particolari, anche la luce che da esse s’irradia si trasformerà nel buio totale.

Quei pochi che ancora sopravvivono attendono l’ultima goccia, la scintilla, l’idea che li spingerà al collasso terminale. Al gesto che qualcuno volgarmente chiamerà suicidio: “La realtà nella sua pienezza contiene elementi che sfuggono ai nostri sensi (o agli strumenti che li aiutano) e che possono essere afferrati solo dal nostro pensiero.” Albert Einstein.

William Mussini55 Posts

Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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