Charles Fort e il suo libro dei dannati

Riceviamo e pubblichiamo da William Mussini

di William Mussini

Charles Fort (1874-1932) chimico, scrittore e ricercatore del paranormale statunitense è conosciuto ai più per i suoi libri fortemente critici nei riguardi del dogmatismo scientifico di fine ottocento. La caratteristica principale dei suoi pochi ma incisivi scritti è stato l’inconfondibile stile sarcastico e beffardo, insieme ad un forte senso dell’humour, con il quale descriveva fatti strani ed inesplicabili (da lui definiti dannati) tratti di solito da riviste scientifiche e cronache da tutto il mondo.

Dal sito macrolibrarsi leggiamo riguardo i contenuti dei suoi libri: “Tra questi fenomeni possiamo annoverare quelli riferiti all’occulto, ai fenomeni paranormali e super-naturali, per esempio “teletrasporto”, un termine creato molto probabilmente da lui stesso – poltergeist, piogge di rane o di pesci, di materiali inorganici su di un’area sorprendentemente vasta, cerchi nel grano, rumori ed esplosioni inspiegabili, autocombustione, levitazione, misteriose apparizioni e sparizioni, ruote giganti di luce apparse sull’oceano e animali ritrovati al di fuori del loro normale habitat”.

Lo scrittore Fort ha segnato in maniera indelebile i miei primi anni di letture inerenti la fantascienza, la
scienza e la parascienza. Il mondo del paranormale che attirava irresistibilmente la mia attenzione era farcito di elucubrazioni, teorie e definizioni Fortiane che, col tempo, sarebbero diventate un filone concettuale al quale ho attinto ripetutamente a piene mani.

Tra le intuizioni più significative di Fort potrei ricordare su tutte questa: “Direi che la nostra esistenza è come un ponte – eccetto che questo paragone è espresso in termini statici – ma simile al ponte di Brooklyn, su cui una moltitudine di insetti cercano un fondamento – arrivando ad una trave che sembra solida e definitiva, mentre essa è posata su altri sostegni. Un supporto che sembra ultimo, ma che è costruito su strutture sottostanti. In tutto il ponte non si può trovare nulla di finale, perché il ponte stesso non è un oggetto finale in se, ma una relazione fra Manhattan e Brooklyn. Se la nostra esistenza è una relazione fra l’assoluto positivo e l’assoluto negativo, la ricerca della finalità in essa è senza speranza: tutto in essa deve essere relativo, se l’intero non è un intero, ma è, esso stesso, una relazione.”

Debbo dire grazie alle menti relativiste come quella di Fort, leggere teorie che travalicano le consuetudini
scientifiche, nonché i luoghi comuni, mi hanno reso più forte, consapevole di seguire la strada battuta da personaggi decisamente anticonvenzionali, magari considerati cialtroni dagli ortodossi del pensiero dogmatico, ma anche ribelli e rivoluzionali dai visionari eterodossi.

“Che Pathos, che perseveranza ottusa e senza fantasia ma coraggiosa da parte degli scienziati: tutto ciò che è apparentemente scoperto è destinato a venire sovvertito da microscopi e da telescopi più potenti; da metodi e mezzi di ricerca più raffinati e precisi… Le nuove enunciazioni salgono irresistibilmente in superficie e vengono accolte come la verità assoluta; c’è sempre l’illusione della parola decisiva; e ben poco dello spirito relativista. Il nuovo che ha scalzato il vecchio verrà anch’esso un giorno scalzato; e anche questo verrà considerato come qualcosa di mitico. Ma se i fantasmi salgono, per essi sono sufficienti delle scalette fantasma!”.

In riferimento alla sopraccitata esternazione di Fort, potremmo certamente confermare l’evidenza che: sbagliare nella scienza d’ogni epoca è stato necessario quanto inevitabile; senza le pseudo assolutezze Aristoteli – che e senza le sommosse Copernicane o Galileane, la ricerca e l’evoluzione scientifica non avrebbero raggiunto i livelli di evoluzione attuali. La domanda che sorge nell’osservare l’attuale riproposizione oltranzista della scienza infallibile e buona, potrebbe essere questa: è proprio indispensabile credere fideisticamente alla scienza? Ritenere assoluto? Enunciare un assioma? E inoltre, quanto sono valide le teorie assolutistiche di fronte ai fenomeni inconsueti, illogici, inspiegabili, assurdi? La verità è che qualunque scienziato, ogni qualvolta si ritrova a dover spiegare, o ad ancor prima capire un fenomeno enigmatico, riaffiora inevitabilmente nel bigottismo e nello scetticismo più bieco, rin-validando ancora una volta l’endemica cecità delle menti scientifiche non relativiste.
Lo studioso che non ammette verità alternative è volutamente vittima e schiavo delle proprie leggi e convinzioni, esso non è affatto un vero scienziato ma bensì un uomo disposto anche a continuare ad idolatrare un gigantesco errore, una ferrea menzogna, un’equazione con una soluzione inevitabilmente matematica.

“Tutte le cose non sono cose ma solo relazioni; o espressioni di relazioni, ma tutte le relazioni si stanno sforzando di essere ciò che non è collegato, oppure si sono arrese e subordinate a tentativi più alti. Così c’è un aspetto positivista a questa relazione che è essa stessa solo una relazione e che rappresenta il tentativo di assimilare tutti i fenomeni sotto la spiegazione materialista o di formulare un sistema finale onninclusivo su base materialista. Se questo tentativo potesse venire realizzato, questo vorrebbe dire raggiungere la realtà; ma questo tentativo può essere fatto solo trascurando i fenomeni psichici… Ovvero se la scienza si arrenderà alla fine alla psichica, non sarà più legittimo spiegare l’immateriale in termini di immateriale. La mia personale convinzione è che l’immateriale ed il materiale sono di una unicità che si fonde, ad esempio, in un pensiero che è continuo all’azione fisica: e che l’unicità non può venire spiegata, perché il processo di spiegazione è l’interpretazione di qualcosa in termini di qual cos’altro che è stato preso a fondamento: ma nella continuità non c’è nulla che sia fondamentale di qual cos’altro A meno che pensiamo che l’illusione edificata sull’illusione sia meno reale del suo pseudo fondamento! “.

In qualche articolo precedente, per diletto ho riportato alcune sue “elucubrazioni”, sperando che fossero un buon antipasto a questo sontuoso banchetto Fortiano: “E’ mia convinzione che non ci possa essere la giustizia in una esistenza intermedia, in cui ci può essere solo un’approssimazione alla giustizia o all’ingiustizia, e che essere giusti significhi non avere opinione alcuna, e che essere onesti significhi essere non interessati; e che investigare significhi ammettere un pregiudizio; che nessuno abbia mai veramente indagato su qualcosa, ma che abbia sempre cercato positivamente di dimostrare o negare qualcosa che era stato concepito o sospettato in precedenza…”.

La presunta obiettività dei giudizi autorevoli o più semplicemente dei pareri razionali ha le proprie fondamenta nelle paludose terre dell’approssimazione e, in questo stato di precario equilibrio tra positivo e negativo, fra astratto e reale, fra tutto e niente, ci sembrerà chiaro che mentre un positivista dalla mente matematica opera con la sua illusione che in uno stato intermediario due più due fa quattro, chi accetta la continuità dell’intermedio, non può immaginare che ci siano da qualche parte due cose con cui cominciare, ed è così ovvio che, la matematica o il regolare, sono un attributo paradossale dell’universale.

“Così quindi, è mia convinzione che la scienza non sia più connessa al vero sapere di quanto possa esserlo
la crescita di una pianta, o l’organizzazione di un grande magazzino, o lo sviluppo d’una Nazione: che tutti sono processi assimilativi, organizzativi o dispositivi che rappresentano differenti tentativi di raggiungere lo stato positivo… Quello stato che è comunemente chiamato Paradiso… Immagino?!”.

L’idealismo esasperato di scienziati eretici e antesignani (ricordiamo su tutti Galileo Galilei), ha scartavetrato attraverso lente e minuziose limature, quel velo di fuliggine che si è depositato per secoli sui libri del cosiddetto sapere: ed è grazie al lavoro mentale di filosofi maledetti, di pensatori dannati ed esclusi che la fantasia meravigliosa d’ogni libero intelletto ha reso capaci gli uomini di osservare un evento anomalo, senza subire alcun condizionamento e senza tentare a tutti i costi di spiegarlo o giustificarlo.
Cosicché neanche più la morte ci dovrebbe spaventare, “ricordiamoci di stigmatizzare la paura dell’inesistenza”. E mentre gli scienziati continuano a crogiolarsi ed a progettare nuove e costose protesi del reale e formule quantiche, gli eretici continuano a guardare oltre, mossi dalla spinta dei pensieri ribelli, gli unici veri ostacoli alla demenza galoppante dell’umanità contemporanea.

È un teorema adiabatico ciò che dovrebbe rimanere in mente dopo aver letto i libri di Charles Fort; ciò che
espone ed argomenta l’eccentrico scrittore dell’impossibile è un grosso punto interrogativo. Le argomentazioni logiche, oblique, provocanti, partorite dalla mente non convenzionale di Fort lasciano il campo a quant’altro sussiste al di sopra della ragione, pur sempre rimanendo entro i confini dell’istintiva coerenza iconoclasta, senza mai sconfinare nella superstizione o nella goffaggine intellettuale. Nessun messaggio, nessuna certezza, un solo inequivocabile dubbio!

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Creativo, autore, regista cinematografico e teatrale. Libertario responsabile e attivista del pensiero critico. Ha all'attivo un lungometraggio, numerosi cortometraggi premiati in festival Internazionali, diversi documentari inerenti problematiche storiche, sociali e di promozione culturale. Da sempre appassionato di filosofia, cinema e letteratura. Attualmente impegnato come regista nella società cinematografica e teatrale INCAS produzioni di Campobasso.

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