“A cuore aperto”

Esce per Iannone Editore il libro di Federica Siravo

di Giovanni Petta

«Mio papà viveva al massimo (…). Aveva sempre l’aria felice perché lo era sempre, perché la vita ci sorride; gli sorrideva e lui aveva i polmoni pieni di quella vita, di quei respiri, di quelle certezze, di quella gioia (…). Mio papà aveva sempre il sorriso stampato sul volto (…) quando sorrideva aveva questo luccichio negli occhi che credo di aver visto solo nei suoi, era capace di stringere la sua anima alla mia, di farle toccare».

È, questo riportato sopra, uno dei tanti brani intensi del libro di Federica Siravo, “A cuore aperto”, appena uscito per Cosmo Iannone Editore. Brani intensi e pagine densissime perché la scrittrice, da poco iscritta alla facoltà di lettere, giovanissima dunque, racconta di un dolore profondo, fondamentale, causato da una perdita inaspettata: quella del padre.

Ma perché condividere un’esperienza così intima e profonda? Perché l’autrice lo sentiva necessario. Per il proprio bene e per il bene di chi leggerà le sue pagine. «Devo dirtelo papà – scrive in un’altra sezione del libro, quella che parla dei cambiamenti -, raccontare questa esperienza, scriverla nero su bianco, ha tutto un altro sapore: profuma di mele cotte e cannella, di caffè appena fatto la mattina, del dopobarba che utilizzavi e poi mi lasciavi sulla guancia. Sa di me, di te, di noi. Sa di mare, del sale che ti si appiccia addosso appena uscito dall’acqua; sa di sudore, della tua borsa da calcio, di cane bagnato, di dolci fatti in casa, sa di estate, di vacanza. Sa di lacrime. Sa di felicità, di tristezza, di mancanze, di lontananze. Sa di appartenenze, di famiglia, di abbracci, di baci». Il racconto di questa storia, dunque, sa di vita, è vita. È la vita di un’adolescente che si ritrova da un momento all’altro a fare i conti con le domande ontologiche, costretta a chiedersi perché e sopportare la consapevolezza così disperante del non riuscire a trovare una risposta. Ma tutti gli oggetti elencati, tutti quei veicoli di poesia, esistono nella sua vita perché costruiti insieme al padre. E sono oggetti e poesia che confortano, avvolgono, sostengono. Proprio perché vissuti in una condivisione luminosa con il proprio genitore.

Nel leggere le pagine scritte da Federica Siravo, perde fortemente di senso e di validità la tesi sostenuta da illustri psicologi e da molti insegnanti: che, cioè, i giovani debbano subire punizioni e valutazioni negative per abituarsi a ciò che poi sarà la vita reale. E che se non vengono umiliati, da genitori e insegnanti, non saranno poi capaci di affrontare le umiliazioni della vita vera.

Il racconto di Federica dice e dimostra tutt’altro: un giovane che vive l’esperienza dell’amore è capace di affrontare le situazioni più difficili. Riesce, inoltre, a non anestetizzarsi ma ad avere consapevolezza dell’evento che purtroppo sta vivendo. «Ogni volta che commettevo errori – scrive la figlia riferendosi al padre – , mi perdonava senza che neanche chiedessi scusa. Papà aveva questo pregio: riuscire a capirmi con un solo sguardo e la stessa cosa valeva per me». È la logica conseguenza di un rapporto di vero amore. «Alcuni giorni – si legge ancora – cucinavamo insieme; preparavamo il pranzo, la cena o anche la mia merenda. Ascoltavamo la musica dal cellulare e discutevamo dei nostri rispettivi gusti, anche se in alcuni casi ci trovavamo d’accordo e cantavamo insieme, molto spesso dovevo suggerirgli la tonalità giusta».

Questo papà, insomma, è stato un uomo bello, dentro e fuori. «Sei sempre stato la mia roccia, la spalla su cui piangere, il mio portafortuna, la mia ancora che mi teneva ben salda, il mio tesoro. Sei stato la persona con cui ho litigato di più ma anche quella con cui più facilmente facevo pace. Con te bastava uno sguardo e la mia anima sembrava di nuovo in pace, era di nuovo colorata e felice». Un papà così non crea una mancanza con la propria mancanza perché il suo pieno – tutto ciò che è stato – non si cancella facilmente. Un papà così crea dolore con la sua mancanza ma non disperazione; crea un figlio che soffre l’assenza del padre. Non crea un orfano, se intendiamo con questa parola un bambino o un ragazzo destinato ad avere problemi nella sua vita perché segnato dalla mancanza del genitore. Un papà così, anche quando non c’è più, non lascia orfani ma esseri umani che sono stati amati e che sono dunque capaci di amare.

Basta leggere Federica Siravo, il suo “A cuore aperto” per avere la conferma di tutto ciò, per rendersi conto della forza immensa dell’amore. «Sorridere, ad oggi, è la cosa che mi riesce meglio: sorridere, non ridere. È completamente diverso: sorridere è semplice, delicato, è un gesto che fai quando ti senti in imbarazzo, quando ti senti più felice del solito o, nel mio caso, quando il sole mi sveglia facendo capolino nella stanza. Mio papà aveva sempre il sorriso stampato sul volto ed è la cosa che ricordo più nitidamente, la cosa che mi rende più orgogliosa, che fa sorridere anche me».

Non si aspetti il lettore di trovare tutto di questo rapporto così bello tra Federica e il suo papà. «I ricordi,– scrive infatti l’autrice – non voglio condividerli tutti; alcuni voglio che restino nascosti, solo per noi due, solo nostri. Alcuni ricordi li custodisco come i pirati il loro tesoro, come un diamante prezioso». Non troverà tutto, il lettore. Ma troverà quanto basta per commuoversi e per reindirizzare la propria esistenza di genitore o di figlio, di donna o di uomo. È un libro che stimola alla consapevolezza di sé, al miglioramento, a evolversi finalmente in qualcosa di profondo e di umano, in esseri definitivamente capaci di amare.

Giovanni Petta72 Posts

È nato nel 1965 in Molise. Ha pubblicato le raccolte poetiche «Sguardi» (1987), «Millennio a venire» (1998) e «A» (2016); i romanzi «Acqua» (2017), «Cinque» (2017) e «Terra» (2021) ; il saggio giornalistico «L'Italia delle regioni, il Molise dei ricorsi» (2001) e, con lo pseudonimo di Rossano Turzo, «TurzoTen« (2011) e «TurzoTime» (2016). Allievo di Mogol, ha inciso «Non crescere mai» (1993), «Trema terra trema cuore» (single, 2003), «Il bivio di Sessano» (2012). Ha diretto le testate «Piazzaregione» e «L'interruttore». Ha coordinato l'inserto molisano de «Il Tempo».

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