Casa sull’albero per un Tarzan nostrano

di Francesco Manfredi-Selvaggi

A Boiano è stata realizzata una casetta in legno appoggiata sui rami di un esemplare arboreo posto in un orto. Non è certo un’abitazione, date le sue piccolissime dimensioni, è piuttosto un rifugio, simili a quelli degli uomini primitivi che vi si riparavano per sfuggire agli animali feroci. In verità non ha alcuna funzione pratica, è solo un luogo di evasione in cui immaginare di essere tornati bambini (ph F. Morgillo)

La casa sull’albero è innanzitutto un simbolo. Essa contiene il richiamo ad una vita primitiva il che vuol dire ad una dimensione esistenziale ben diversa da quella dei giorni d’oggi nei quali ci troviamo sopraffatti dalla ricerca di soddisfacimento di bisogni non essenziali, assuefatti ai meccanismi imposti dalla società del consumismo. Già ai primordi della civiltà moderna, in contrapposizione alla caoticità delle nascenti metropoli congestionate fin dall’inizio dal traffico, inquinate, ieri più che ora, dagli scarichi industriali gassosi, in atmosfera, e liquidi, nei corsi d’acqua, cominciò ad affermarsi il mito dell’uomo selvatico, il «buon selvaggio» di Rosseau, tipo Tarzan o inselvatichito, tipo Robinson Crusoe, con la letteratura sette-ottocentesca che narra di isolotti sperduti nell’oceano e di foreste inospitali in cui l’individuo trova riparo in minime e improvvisate strutture abitative.

Si tratta di libri, in quanto libri, per giovani e adulti, ma sono soprattutto i bambini a subire la fascinazione delle capanne. La casa sull’albero è stata il sogno dell’infanzia di ciascuno di noi, un luogo isolato e perciò fuori dallo sguardo dei genitori, il campo giochi ideale. La casa sull’albero, ancora, si porta dietro nell’immaginario collettivo l’idea di protezione dai pericoli del mondo esterno e questa è una connotazione che origina da molto lontano risalendo alla preistoria quando l’uomo si accampava sulle piante per sfuggire agli animali feroci.

La casa sull’albero, sempre lei, è, inoltre, nel modo di sentire comune qualcosa di romantico rimandando a fatti avventurosi i cui protagonisti sono autori di gesta eroiche. La casa sull’albero per il suo essere una cosa davvero inconsueta costituisce anche un oggetto misterioso che suscita curiosità e ciò, il mistero, la rende attraente. La casa sull’albero procura una forte emozione per la sua arditezza dal punto di vista costruttivo, un manufatto ben diverso dalle costruzioni ordinarie; la sua concezione appare, non lo è realmente, una sfida alle leggi della statica sospesa com’è nell’aria.

Il suo divergere dalla tecnica edificatoria in modo tanto dirompente procura meraviglia. Sempre in riguardo al campo dell’attrazione sentimentale bisogna evidenziare un ulteriore risvolto dell’emotività quella connessa alla natura, il rispetto della quale, nell’epoca attuale, ci vede particolarmente coinvolti, la parola d’ordine odierna, in ogni settore, è la sostenibilità. Nello stare in una casa sull’albero si sperimenta un contatto “ravvicinato” con una fondamentale componente del sistema ambientale qual è la vegetazione, basta non disturbare gli uccelli nel nido.

L’artefatto umano e l’elemento naturale si compenetrano quasi fra loro; e ciò che auspicano i sognatori ecologisti, anche se, in effetti è una visione utopica. Si percepiscono sensazioni pure attraverso il corpo stesso come il provare il senso di vuoto ai propri piedi allorché si sta nella casa sull’albero; Non ci si può definire a tale quota dal suolo né abitanti della terra né propriamente dell’aria. È un’esperienza fisica che trasmette emozioni il mutamento della prospettiva visiva che si ha da qua su. È una faccenda corporea che coinvolge anche la psiche il brivido che si avverte arrampicandosi sulla scala a pioli in legno indispensabile per accedere alla casetta che è, in qualche modo, in equilibrio precario semplicemente appoggiata com’è al tronco.

A suggerire pensieri fantastici non vi è solo la posizione sollevata dal terreno, ma pure le dimensioni della casa che fanno pensare alle dimore degli hobbit ovvero degli elfi, che ci fanno credere di vivere in una favola. Non vale la pena e, però, lo si fa lo stesso sottolineare che tale casetta dal sapore fiabesco è fatta non per i bambini in quanto è qualcosa di pericoloso, bensì per i “grandi” che qui tornano a sentirsi bimbi. È da dire, in aggiunta, che ha un fascino particolare il sedersi accovacciati dentro a un simile rifugio “aereo” non potendo rimanere, di certo, in posizione eretta nell’abitacolo, un volume minimo per non dover recidere troppi rami il che ne fa un ambiente o, meglio, microambiente intimo.

L’atmosfera di intimità si accresce nelle ore serali favorita dall’assenza di un impianto di illuminazione. La tranquillità è garantita maggiormente se la predetta casa è sita in un giardino, un sito, per sua natura, appartato. A quest’ultimo proposito è da considerare che le case sugli alberi sono evidentemente delle stravaganze e, pertanto, una “componente di arredo” appropriata per i giardini i quali sono i luoghi deputati alle fantasticherie (si pensi ai Giardini di Bomarzo); esse possono fungere da decoro di tali spazi, specie di quelli progettati in stile “pittoresco”, la passione degli inglesi, accanto ad una finta caverna o a un laghetto artificiale.

Diversamente, un artefatto di tale tipo rientra nel gusto del Burlesque poiché è una sorta di “architettura tascabile” destinata a stupire gli ospiti. Il proprietario se coltiva l’hobby del fai da te produce la casetta in autocostruzione. Fare da soli permette di avere un pieno controllo sull’intero procedimento costruttivo, adattando la propria idea iniziale alle condizioni reali dell’esemplare arboreo prescelto. Non si segue, esegue, un disegno architettonico astratto modellando la piccola struttura in relazione alla conformazione della pianta.

Il design non si è mai occupato di una cosa del genere e la ragione forse è che la capanna appare quale tema retrò, non roba d’avanguardia. La pratica hobbistica non rassicura in toto né rispetto al mantenimento in salute dell’essenza arborea la quale corre il rischio di deperire né nei riguardi della stabilità del riparo. Per quanto concerne il primo aspetto occorre che la mutilazione dei rami per inserire nell’albero il tavolame sia limitata, per il secondo è prudente che il capanno abbia una certa indipendenza dalla pianta per evitare che subisca scuotimenti dovuti a raffiche di vento le quali fanno oscillare le chiome. Va a favore di sicurezza, da un lato, l’impiego di puntelli sui quali scarica, almeno in parte, il peso della casetta, dall’altro lato la fissazione a punti esterni fissi della stessa tramite cavi di ancoraggio che ne impediscono un dondolamento eccessivo. Il passo iniziale è la scelta della pianta la quale deve essere sufficientemente resistente.

Francesco Manfredi Selvaggi448 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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