Baranello, le presenze culturali e un’assenza ingombrante

di Francesco Manfredi-Selvaggi

Ci sono chiese e palazzi di rilievo storico ma manca il castello, una mancanza che si fa sentire in quanto si è abituati a vedere in cima al rilievo su cui si sviluppa il borgo una struttura castellana (Le immagini sono la Chiesa di Baranello di Musenga e S. Rocco a Roma di Valadier entrambe dell’800 vogliono evidenziare che la cultura architettonica nostrana era al passo con quanto veniva ideato nei maggiori centri)

L’asse ereditario di cui siamo i beneficiari, nel capitolo testamentario riguardante i beni culturali, si divide in 2 segmenti, si tratta di un asse, quello delle fabbriche civili e quello dei manufatti a scopo religioso. Cominciamo da quest’ultimo. Nel centro abitato ricadono 2 edifici di culto (due è un numero in cui ci siamo imbattuti nel parlare del lascito che abbiamo ricevuto e che si reincontra a proposito delle residenze signorili, Ruffo e Zurlo, e delle sedi del potere feudale, castello e palazzo baronale, tutto sembra essere a doppio qui).

Il principale per dimensione e funzione, è la parrocchiale, è la chiesa dedicata a S. Michele Arcangelo e l’altro è la congrega del Rosario. Ciò che li accomuna è che sono posizionati entrambi al di fuori del nucleo medievale, quasi che il “disbrigo” delle pratiche di fede non sia un bisogno primario per la comunità in quella lontana era; la dislocazione delle chiese all’esterno del perimetro urbanizzato delle origini, cioè del medioevo, è una costante in tantissimi borghi molisani. Chiese decentrate ovvero non centrali nella fase urbanistica iniziale mentre diventano centrali nello sviluppo del centro successivo (decentrate, centrali, centro): la prima fa da fondale del viale che è a ridosso dell’antico limes cittadino, la seconda è al crocevia tra tale arteria ottocentesca e la strada di collegamento con il capoluogo regionale.

Quest’ultima offre il fianco, ossia il fronte (i fronti, infatti, sono 2, ancora questo numero), se si consente questa immagine, a ciascuna delle vie. Ambedue hanno uno slargo di pertinenza ovviamente di superficie maggiore quello della chiesa maggiore. Tra le cose che hanno in comune c’è, inoltre, il livello da terra dell’ingresso che è quasi rasoterra. Siffatta disposizione dell’apertura è giustificata tanto relativamente alla chiesetta che poiché tale non ha ragione per emergere, percettivamente, nel contesto urbano quanto per la chiesa che ha il ruolo di parrocchia, la sua preminenza sull’abitato, sempre percettivamente, è assicurata dalla collocazione in un punto alto dello stesso, non necessita di stare rialzata dal terreno con la conseguente scalinata a servizio, di essere poggiata su un piedistallo.

Finora abbiamo visto gli aspetti che condividono, adesso guardiamo quelli che differenziano le 2 chiese. L’elemento di distinzione più forte è quello della grandezza, ben superiore nella chiesa madre, non per niente l’altra l’abbiamo definita chiesetta. Accanto al connotato dimensionale vi è quale fattore di differenziazione la forma planimetrica. Nella chiesa di S. Michele si è adottata la pianta tipo basilica, quella i cui la sezione longitudinale prevede sulla trasversale, invece per il SS. Rosario si è optato per la pianta centrale, allungata, però, in una direzione.

Niente da meravigliarsi se planimetricamente differiscono tanto tra loro (tra esse). È usuale che le cappelle presentino una equivalenza tra i lati il che porta ad una centralizzazione dello spazio. Per esigenze liturgiche connesse alla celebrazione della Messa di popolo, non riti per una ridotta quantità di praticanti, la sala che accoglie i fedeli è meglio che sia unidirezionale, diretta verso l’altare. Nella tradizione cattolica le architetture religiose sono, in prevalenza, ad impianto basilicale. Le chiese di S. Michele e del SS. Rosario le vediamo nella versione formale del XIX secolo, la prima degli inizi la seconda della fine e tutt’e due sono informate alla classicità, l’una ispirata allo stile neoclassico, l’altra espressione del classicismo.

Sono tutt’e due architetture d’autore, rispettivamente Musenga e Barone, circostanza rara dalle nostre parti. Particolarmente significativa nella facciata della chiesa parrocchiale è la presenza della coppia di colonne binate conformate secondo l’ordine gigante, “attrezzi” della strumentazione architettonica di epoca barocca la quale aveva arricchito l’alfabeto dell’architettura rinascimentale permettendo una combinazione più variata delle “lettere” di tale alfabeto. Le colonne accoppiate, in verità semicolonne assai protese dal muro di fondo si avvertono più che appartenenti alla parete come sostegni, considerata la sporgenza della trabeazione che le collega, del portale di introduzione allo spazio sacro.

Dal patrimonio ecclesiastico passiamo ora, subito, a quello civico. Cominciamo dal museo ospitato nel già palazzo comunale con il prospetto impreziosito dalle bifore e da una grande meridiana. Ciò che colpisce nella visita è la gran quantità di oggetti esposti, modalità di allestimento cui non siamo abituati, nella museografia attuale impera il minimalismo con una rarefazione dei pezzi in mostra, lungo i percorsi di visita. Si tratta di un’organizzazione degli ambienti museali figlia della moda del collezionismo affermatosi tra ‘700 e ‘800 secondo la quale contava l’abbondanza dell’oggettistica da porre sugli scaffali, a scapito anche dell’omogeneità della raccolta.

Il museo è frutto di un’iniziativa individuale, senza un’impostazione definita, non è stato concepito da un’istituzione pubblica e pertanto non risponde a linee di politica culturale. Tra le emergenze di interesse storico spicca per la sua assenza il castello; in effetti, è un’assenza ingombrante come si riscontra in qualsiasi veduta panoramica che abbracci il “grumo” di case che forma questo paese, vi è un silenzio assordante per chi si rechi sul sito.

L’osservatore, aduso alla classica visione del borgo con in cima il maniero, cerca con gli occhi, avendo di fronte a sé lo scorcio paesaggistico del comune inserito in un quadro visivo ampio, sulla sommità del colle alle cui pendici si dispone il villaggio qualcosa, pure se dei semplici resti, che rimandi alle strutture fortificate e non trova niente, una ricerca vana. È il cipresso che svetta sul colmo del rilievo, simbolo per il suo essere sempreverde della perpetuità, a reinverdire, è una pianta, la memoria della rocca che fu come succede per tanti monumenti in rovina, vedi il Mausoleo di Augusto ora finalmente restaurato.

Francesco Manfredi Selvaggi465 Posts

Nato a Boiano (CB) nel 1956. Ha conseguito la Maturità Classica a Campobasso e poi la laurea in Architettura a Napoli nel 1980. Presso la medesima Università ha conseguito il Diploma di Perfezionamento in Storia dell’Arte Medievale e Moderna e il Diploma di Perfezionamento in Restauro dei Monumenti. È abilitato all’esercizio della professione di Architetto e all’insegnamento di Storia dell’Arte nei licei e Educazione Tecnica nelle scuole medie. Dal 1997 è Dirigente, con l’attribuzione di responsabilità nei servizi Beni Ambientali (19 anni), Protezione Civile, Urbanistica, Sismica, Ambiente. Ha avuto un ruolo attivo in associazioni ambientaliste quali Legambiente Molise, Italia Nostra sezione di Campobasso e Club Alpino Italiano Delegazione del Molise. Ha insegnato all’Università della Terza Età del Molise ed è stato membro del Consiglio di Amministrazione della Fondazione dell’Ordine degli Architetti di Campobasso, occupandosi all’interno dello stesso del progetto di Archivio dell’Architettura Contemporanea. È Giornalista Pubblicista e autore di articoli, saggi e del volume La Formazione Urbanistica di Campobasso. Le ultime pubblicazioni sono: «Le Politiche Ambientali nel Molise» (2011) e «Problemi di tutela ambientale in Molise» del 2014.

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